Ma vogliamo finalmente imparare a “fare l’amore”?
Il libro di Alexandre Lacroix, ha un titolo assai suggestivo: "Imparare a fare l’amore". Si potrebbe pensare a un banale manualetto ma è molto di più.

Il libro di Alexandre Lacroix, ha un titolo assai suggestivo: "Imparare a fare l’amore". Si potrebbe pensare a un banale manualetto ma è molto di più.

Il libro di Alexandre Lacroix, pubblicato di recente dalla casa editrice Tlon, ha un titolo assai suggestivo che recita cosi: Imparare a fare l’amore (pp 184, euro 18).
Si potrebbe pensare a un banale manualetto per sollecitare la pruderie di lettori ingenui o poco avveduti oppure, nel migliore dei casi, trovarsi a leggere un saggio divulgativo che possa offrire diversi “spunti di interesse” ma è molto di più.
Il cinquantenne parigino, Lacroix infatti, oltre ad essere scrittore, è soprattutto filosofo, direttore editoriale della rivista «Philosophie Magazine».
E’ importante saperlo perché, in questo modo, si capisce come egli riesca nell’ambizioso compito di farci “imparare a fare l’amore” appunto. E lo fa con argomentazioni assai puntuali, circostanziate e molto aderenti ai tempi che viviamo. In premessa, dichiara di essere un maschio bianco, adulto eterosessuale. Quindi di avere per forza di cose un punto di vista che non può non riflettere la sua condizione “naturale” e ci dice anche che, nel suo trattato, ha deciso di occuparsi della sessualità più “banale” e non di tutte le altre forme di sessualità (che comunque rispetta e che devono prevedere il consenso).
Nel contemporaneo pensiero comune di un’attività che l’essere umano vive da millenni e che, nell’arco di una vita, pratica per moltissime volte, si è affermata l’idea che la “pulsione sessuale”, per come la definisce Freud nei suoi Tre saggi sulla teoria sessuale, sia qualcosa di simile alla “fame”. Ma il “desiderio non è come mangiare” afferma Lacroix altrimenti non ci sarebbe differenza nella soddisfazione tra masturbazione e relazione sessuale.

Questa concezione della sessualità ha fatto la fortuna della pornografia che rappresenta la soddisfazione del desiderio come un atto meccanico prevalentemente a vantaggio del “maschio dominante”. Lacroix la definisce “Freudporn”.
Cosa c’è allora di diverso nella proposta del filosofo francese? Su cosa ci invita a posare la nostra attenzione? Ebbene, sul fatto che l’atto sessuale non è un fatto istintivo, naturale, ma è governato da “copioni”, che per loro caratteristiche sono un portato del contesto culturale.
Ecco perché non è facile raggiungere l’appagamento seguendo il rigido schema del Freudporn fatto di preliminari, penetrazione e orgasmo finale. Tutto piuttosto freddo che non lascia spazio a perdite di tempo, a digressioni con un’esibizione spesso inutile degli organi e dei cosiddetti punti erogeni.
Il nostro corpo, invece, la nostra pelle, presenta anche “zone di disagio” che in una relazione libera, paritaria, lenta, sorridente ma non ridanciana, con digressioni poetiche e provocanti, con atteggiamenti seduttivi più che aggressivi riesce a offrire opportunità inesplorate che ci portano direttamente verso la soddisfazione del desiderio. Tutto è utile e sensato quando ci misuriamo in una relazione erotica, compreso quella goffaggine che spesso ci può mettere in imbarazzo, comprese quelle urla, che potrebbero mettere in imbarazzo …gli altri.
Tutto scruta e su tutto ragiona Lacroix nel suo trattato, fino al punto che, nella seconda parte, dopo aver brillantemente esposto in modo convincente le sue teorie, si sofferma su dettagli che fanno sembrare il suo testo simile a un manuale dei comportamenti, con la nobile intenzione di liberarci di tutti i tabù, ma con il risultato di essere a volte un po’ pedante. Ma sono poche pagine.
Interessante è anche il ragionamento sul concetto di “privato” nelle questioni sessuali ed erotiche. Nel tempo infatti si è andata affermando, con molte ragioni, l’idea che lo spazio della “camera da letto” sia uno spazio del tutto “extraterritoriale”. Questo è certamente giusto se si pensa alle funzioni di controllo che istituzioni religiose e società patriarcali esercitavano ed esercitano ancora sulle relazioni intime degli individui. Ma è pur vero che questa “extraterritorialità” non può neanche diventare la zona franca all’interno dalle quale si perpetrano violenze e soprusi. C’è da riflettere.
In conclusione, si possono chiudere le pagine di questo libro, agile e di facile lettura, nella convinzione che “fare l’amore è un’arte vivente da abitare più che da portare a termine, un’attività creativa unica ed effimera, che non si accumula né si possiede, e che non si ripete mai in modo identico”.
