Fino al 4 Ottobre 2026, la Civica Raccolta del Disegno – MuSa Museo di Sa in provincia di Brescia – ospita Lo spazio immobile del divenire, Esposizione dedicata ad una selezione di opere su carta di Ben Ormenese (Prata di Pordenone, Friuli Venezia Giulia, Italia, 3 Marzo 1930 – Pordenone, 15 Luglio 2013). La mostra è curata da Anna Lisa Ghirardi, conservatrice della Raccolta salodiana, e da Leonardo Conti, curatore dell’Archivio Ormenese .

Ben Ormenese, Struttura, 1973, pennarelli su cartoncino applicati su polistirolo inciso.

Una Raccolta tra le più prestigiose in Italia

La Civica Raccolta del Disegno di Salò è tra le più prestigiose collezioni di opere d’arte su carta in Italia. Nata nel 1983, l’Istituzione ha Sede Espositiva, Deposito, e Archivio all’interno di alcuni spazi del MuSa. La Collezione vanta oltre 850 opere su carta, con un’attenzione particolare all’arte italiana, selezionate dal 1950 ad oggi. Lucio Fontana, Giuseppe Capogrossi, Carla Accardi, Paolo Icaro, Alighiero Boetti, Afro Basaldella, Piero Dorazio, Filippo De Pisis, Giosetta Fioroni, Mario Sironi, Mario Schifano, Emilio Vedova, sono solo alcuni dei grandi nomi di cui la Raccolta conserva i lavori. Il nucleo originario, costituito grazie alle donazioni di sostenitori, è costantemente incrementato da lasciti di artiste/artisti, collezioniste/collezionisti, e da pubbliche acquisizioni. L’obiettivo resta quello di costituire un fondo pubblico di opere su carta d’eccellenza, promuovendone lo studio e la frequentazione.

Ben Ormenese, Senza titolo, 1967, tecnica mista su cartoncino LEO, Al. 21,3 x La. 20,6 cm.

La creazione non vincolata dal “sistema dell’arte”

Anna Lisa Ghirardi, con la Civica Raccolta, prosegue l’attività di documentazione delle opere su carta attraverso un’attenta ricerca dei lavori di autrici e autori. Per tutto il periodo estivo 2026, in esposizione le opere di Ben Ormenese: Lo spazio immobile del divenire. Dalla nota biografica di Ben Ormenese. (Catalogo Lo spazio immobile del divenire. Opere su carta. Courtesy Archivio Ormenese, testo di L. Conti. Pag. 81.) «Abbandonata la facoltà di Architettura, nei primi anni Sessanta decide di dedicarsi interamente alla pittura, trasferendosi a Milano. Sono anni di un’evoluzione precoce, che lo porta a indagare le potenzialità del colore, attraverso la determinante influenza dell’informale più iconoclasta.» L’interesse verso la costruzione lo porterà, tra il 1964 e il 1967, alle prime ricerche caratterizzate da una progettualità strutturante, derivata anche dagli studi di architettura. Questo percorso si svilupperà senza mai smettere di tendere a una vibrazione emotiva, affinché ogni opera possa entrare nella vita come materia definita nello spazio, dotata di forze interne che le permettano di formarsi.

Percezione e compenetrazione nell’ambiente

Nella sua chiara direzione di ricerca in ambito oggettuale, l’artista dimostrerà attenzione alle condizioni percettive delle opere e alla loro compenetrazione nell’ambiente: un processo aperto e plurale, come lo definirebbe il semiologo e filosofo Umberto Eco (Alessandria, Piemonte, Italia, 5 Gennaio 1932 – Milano, Lombardia, Italia 19 Febbraio 2016). Nel 1962, U. Eco pubblicò Opera aperta, un saggio di rottura tra più importanti del secondo Novecento europeo, capace di incrociare suggestioni in modo inedito ed efficacissimo, offrendo categorie per pensare l’arte con i linguaggi del tempo (incredibilmente validi ancora oggi). In semiotica, un’opera aperta è un testo che permette più interpretazioni, e questo sembra proprio “far eco” all’insieme delle considerazioni di B. Ormenese verso lo: «scarto che si verifica tra la superficialità illusoria degli incastri delle sue forme e la plasticità tangibile di quelle stesse forme: le sue aggregazioni non solo si collocano sulla superficie e nello spazio, ma creano superficie e spazio.»

Ben Ormenese, Composizione N. 4 Bianco, 1969, assemblaggio di cartoncino di cotone dipinto. Al. 30 X La. 30 cm.

Una decisione irrevocabile

B. Ormenese decise di allontanarsi dal “sistema dell’arte” per dedicarsi esclusivamente alla ricerca, potendo così trasferire definitivamente le tensioni esistenziali dalla dimensione del pensiero alla carta. L’itinerario della sua formazione fu caratterizzato da una continua curiosità intellettuale e dalla pluralità dei suoi orizzonti culturali, che gli permisero di creare nella privilegiata condizione di non essere vincolato dalle dinamiche oppressive di mercato e di pubblico. Il presupposto fondamentale al poter procedere con onestà intellettuale nel proprio studio, è l’essere liberi, per lavorare unicamente allo sviluppo della propria arte, indipendentemente dal tempo richiesto da questo impegno. Affermò: «Nel creare agiscono forze misteriose, armonie che possono solo accadere.» B. Ormenese, artista friulano, si formò a Milano negli anni Sessanta e Settanta come pittore, dedicandosi successivamente a un approfondimento sulla luce. Non pensò mai a quanto avrebbe dovuto lavorare per raggiungere il suo obiettivo e mantenne sempre un profondo rispetto per i materiali utilizzati nel corso di tutta la sua produzione, concedendo loro quel margine di imprevedibilità che «lascia vive le cose».

Ben Ormenese, 1969, assemblaggio di cartoncino dipinto, Al. 20 X La. 20 cm.

Alcune caratteristiche delle opere in esposizione

Nel percorso espositivo proposto al MuSa sono incluse anche opere degli anni Sessanta e Settanta, alcune delle quali risalenti proprio al periodo in cui l’artista iniziò ad essere conosciuto dal pubblico esponendo nelle gallerie. Nei lavori presentati, la carta è la superficie sulla quale l’opera cresce tridimensionalmente. Questo suo crescere può essere paragonato all’esecuzione del rilievo più basso nella scultura del Rinascimento: lo stiacciato, usato per ridurre in prospettiva il volume reale dei corpi e ottenere un valore pittorico. Essenzialità e armonia sono elementi base della sua ampia produzione, caratteristiche con cui crea composizioni su carta e cartone che costituiscono una serie di rari lavori eseguiti dalla metà degli anni Sessanta fino alla sua morte. Nella temperie milanese di quell’epoca, la sovrapposizione delle superfici e il superamento dei limiti dimensionali del supporto furono i temi anche della sua ricerca. L’estetica dell’artista non presenta segni decorativi, ossia creati esclusivamente per delineare le forme; rivela invece limiti superabili e superati con l’estensione della forma nello spazio, proiettata ben oltre la propria bidimensionalità.

Ben Ormenese, 1969, Al. 20 X La. 20 cm. Cartoncino LEO

Architettura nello spazio

Le strutture create sono tese nello studio di forze poste in contrapposizione per bilanciare un’architettura: una costruzione ottenuta per sovrapposizioni e scalfitture. Dal testo in Catalogo di Anna Lisa Ghirardi: «Già dal ciclo dei LAM (1968-69) utilizza una serie di lamelle di cartone incollate su tela, sorta di trasposizioni 3D di ordinati segni grafici, poi riproposte nell’ultimo Periodo bianco (2012-2013). Persino l’inserimento, negli anni Duemila, di lamelle specchianti evidenzia l’interesse per la dilatazione spaziale, in un dialogo tra il movimento dello spazio esterno e quello intrinseco all’opera.» Con l’introduzione delle lamelle, la struttura otterrà tensione ed effetti di luce e ombra direzionati oltre i limiti della superficie: una soluzione non ancora definitiva, e diretta a raggiungere una geniale e sorprendente intersezione multidimensionale. Oltre alle ricerche effettuate sul colore e sul movimento percettivo, un altro fondamentale campo di indagine fu quello sulla luce. B. Ormenese la studia nella variazione cromatica, nel suo contrasto con l’ombra e nella modulazione dei piani, osservandone il passaggio sulle diverse superfici: la carta, il cartoncino, la tela, il legno. Tenendo presente il suo interesse verso l’architettura e la modalità d’utilizzo dei materiali, appare evidente quanto ciò che rincorra abiti fuori dalla forma “facile”, in una zona di confine tra il calcolo matematico e l’arte.

Ben Ormenese, Struttura, 1974, matita su carta, Al. 20,8 X La. 20,8 cm.

Una modalità di espressione del pensiero

Se B. Ormenese avesse voluto giungere alla forma, sarebbe giunto ad un punto? Punto inteso come luogo in cui sia possibile si riuniscano tutte le forme, le forze? Osservando l’evoluzione della sua opera, comprenderemo quanto l’ideazione di nuove strutture d’immagine fu sentita come necessaria, benché molti lavori fossero ancora qualitativamente elevati. L’artista percepì l’esigenza fondamentale di attribuire uno specifico ruolo alla propria arte: la modalità con cui esprimere l’evoluzione del pensiero. Fuori dai confini di ogni limite imposto da schemi preordinati, e integrando lo studio degli effetti della luce, delle ombre e delle più avanzate ricerche cinetiche, analitiche e oggettuali europee, B. Ormenese opera per creare zone ambigue. Sono spazi in cui è difficile distinguere tra l’esistente e l’inesistente, dove l’immagine, rendendosi visibile, permette la percezione che è già coscienza. Per orientarsi nell’ampia attività di questo artista è fondamentale considerare la carta, mezzo con cui, sin dagli anni Sessanta, condusse ricerche sperimentali in ambiti dove il senso dell’opera si raggiunga solo con l’atto creativo e il suo continuo rinnovarsi.

Ben Ormenese, Senza titolo, 1967, Al. 21,4 x La. 20,7 cm. China e inchiostro su cartoncino LEO

Un linearismo intensamente espressivo

Il percorso espositivo si apre con alcuni lavori a china dedicati alla ricerca sui fiori. Lo sviluppo delle opere – Senza titolo (fiori) 1966 – Senza titolo (fiore) 1967 – è ottenuto da una continuità di linee fitte tracciate in espansione e in sovrapposizione fino al limite dello spazio disponibile; spinte al superamento dei confini, dove l’azione si interrompe bruscamente. L’atto determinato a rappresentare la costruzione nasce sulla superficie per uno studio della natura: alla base del moto irrefrenabile che lo scuote. Le opere appartengono alla serie degli studi relativi alla capacità degli elementi naturali di espandersi e trasformarsi nella dinamica del divenire. B. Ormenese cerca segni significanti per aderire il più possibile alla realtà dell’esistenza. La sua comunicazione è intersoggettiva: da chi crea a chi osserva senza l’intermediazione né della natura né dell’oggetto.

Ben Ormenese, Struttura,1974, china su cartoncino ritagliato e applicato su polistirolo, Al. 15,5 x La. 15,3 cm.

La ricerca del punto dinamico di transizione

Nel 1911 Vasilij Vasil’evič Kandinskij (Mosca, Russia, 16 Dicembre 1866 – Neuilly sur Seine, Francia, 13 Dicembre 1944) pubblicò Sullo spirituale nell’arte. L’artista russo teorizzò che ogni forma possieda un contenuto-forza, ossia una capacità di agire come stimolo psicologico. Ogni forma è, ed è in divenire. Riferendosi alla concezione di V. V. Kandinskij, B. Ormenese ricercava il punto dinamico di transizione: l’essere ancora visibile in uno stato durante il passaggio all’invisibile, il nuovo visibile dello stato successivo.

Il secondo “fiore” esposto è l’opera che segnerà il definitivo abbandono di qualsiasi riferimento alla figurazione, come riporta compiutamente Leonardo Conti nel testo in Catalogo: «L’artista è ormai pronto per abbandonare ogni approdo figurale: cosi avviene in una piccola e decisiva opera, Senza titolo (fiore) del 1967 (v. fig. 2), nella quale sceglie un cartone rigido al posto della carta, per graffiare il disegno sulla superficie. Si realizza così un dinamismo quasi oggettuale, nel quale alcune campiture interne prodotte dalle intersezioni del disegno sono scavate e colorate di verde, evidenziando la propulsione centrifuga della composizione, mentre ai bordi l’artista colora con il rosso campiture appuntite verso l’interno, ottenendo l’effetto di una fortissima compenetrazione strutturale dell’opera con l’ambiente circostante.»

Ben Ormenese, Composizione N.3, 1974, assemblaggio di cartoncino dipinto applicato su tavola, Al. 34,5 X La. 34,5 cm.

Dal 1967

Dal 1967, in alcune carte, lo spazio verrà organizzato con forme singole unite da incastri, dove luce e ombra riveleranno un interesse ben oltre la carta. Da questo momento, e per circa un decennio, la riflessione sulla luce e sul colore non sarà più abbandonata, e una piccola serie di studi cromatici del 1970, eseguiti anche su carta, dimostreranno per la prima volta la nuova strada intrapresa: le Strutture. In realtà, benché i materiali utilizzati siano diversi, l’artista continuerà a strutturare nello spazio per creare elementi “vivi” nella dimensione in cui vive: la vita. La necessità fu quella di visualizzare la forte dinamicità alimentata dalle linee, per rendere materia e colore struttura: «“sistemi aperti” in un continuo e reciproco scambio funzionale tra pieni e vuoti, nel manifestarsi di forze spaziali appena nate, eppure nell’ambito di un rigoroso impianto gestaltico.» (Leonardo Conti). Di questo periodo sono alcune opere su carta particolarmente significative per la capacità raggiunta nel dare forma a visibile e invisibile con una rappresentazione diretta e intuitiva, poiché percezioni reciprocamente essenziali.

Ben Ormenese, 1999, collage di carta e tarsia di legno dipinti applicati su cartone, Al. 24,4 X La. 23,8 cm.

Alla fine del 1970

Alla fine degli anni Settanta una crisi profonda portò l’artista ad abbandonare la ricerca e Milano. Nel 1978 bruciò la maggior parte delle opere che si trovavano nel suo studio e tornò in Friuli. Della produzione di quel decennio così intenso, venne risparmiato un piccolo gruppo di lavori custoditi nello spazio di lavoro, le presenti in questa esposizione, e tutte quelle vendute ai collezionisti dalle sue Gallerie di riferimento: Blu, Vismara e Falchi. I tempi erano cambiati, la critica militante avrebbe contribuito a ridurre a mero “pegno visivo” l’operato di molti artisti divenuti marginali, subordinati a progetti di curatela addotti a pretesto di sostituirsi all’artista, ritenuto non più consapevole del senso della propria ricerca. Un periodo d’ombra, adombrato da una nube che in seguito farà luce, causa di aver oscurato a lungo ricerche eccellenti, mettendo a tacere gli artisti per far parlare solo i progetti curatoriali di nomi scelti solo perché parte di una specifica categoria d’appartenenza.

Ben Ormenese, 2001, incisione e scavo di cartone di cotone dipinto, Al. 24,3 x La 24,1 cm.

Il ritorno

Dopo quasi vent’anni di lavoro solitario nello studio di Sacile, in Friuli, gli ultimi anni Novanta saranno caratterizzati da una ricerca dal forte orientamento architettonico, con l’ideazione di sculture lignee: strutture verticali a piani, forme totemiche con un perfetto equilibrio tra pieni e vuoti. Dalla severa verticalità, la successiva sperimentazione presenterà l’assemblaggio di forme di legno curvate e lavorate, volumi di presenze contenute o in grado di raggiungere intense espressioni di grande effetto. Più tardi sarà ancora la carta ad accogliere gli studi a cui B. Ormenese stava lavorando da alcuni anni, e dal Duemila le opere su carta diventeranno superfici di creatività dal supporto più morbido e funzionale, ideale per continuare a sperimentare. Nella conclusiva fase di ricerca, il cartone di cotone venne utilizzato quasi esclusivamente, e gli permise di graffiare e scavare con un bisturi chirurgico, incollare, e stendere il colore con modalità diverse (anche per assorbimento) ed estrema minuziosità d’indagine.

Ben Ormenese, 2002, tecnica mista su cartone di cotone inciso e scavato, Al. 24,4 x La. 24,4 cm.

La Stagione della luce

Con la carta, e fino al 2009, passerà alla“stagione della luce”, intesa come forza da analizzare, strumento compositivo da scomporre e ricomporre. Nei cicli delle Levitazioni e delle Fluttuazioni, strutture ricettive catturano la luce e la ridistribuiscono all’interno dell’opera. Lo studio terrà presente la mutevolezza della luce nell’ambiente rispetto alla sorgente da cui proviene e agli angoli di incidenza dei suoi raggi. A questo scopo B. Ormenese preparerà superfici dalle ampie campiture con sequenze di lamelle riflettenti unite a linee fittissime – a guisa di onde di propagazione – capaci di modulare la luce al proprio interno. Una nota del testo di Leonardo Conti in catalogo rivela che i preziosi fogli con cui lavora furono acquistati da un fornitore tedesco, selezionato dopo lunghe ricerche e sperimentazioni. Questi supporti diverranno la base delle idee, i primi livelli di elaborazione dell’opera, in cui segni, disegni, graffi, scavi e colore, caratterizzeranno molte superfici con interventi di meticolosa precisione; a volte, tali interventi non verranno interessati da una successiva trasformazione, poiché già in perfetto equilibrio con la prima stesura a tecnica mista.

Ben Ormenese, 2005, cartone di cotone dipinto, inciso, scavato, Al. 20,2 X Al. 20,2 cm.

L’ultima fase della ricerca

Nell’ultimo periodo della sua vita, e fino alla morte, B. Ormenese lavorò a un ciclo che definì “periodo bianco”, utilizzando solo cartone di cotone. In questi lavori il disegno, le forme, le luci, le ombre e i colori furono creati esclusivamente con la composizione di lamelle di carta. Di fronte a tali opere lo sguardo, accolto da un’essenzialità solo apparente, rimarrà stupefatto da dinamicità improvvise ed equilibri perfetti, in perpetua connessione con il mondo circostante. Alla fase conclusiva della produzione appartengono alcune superfici interamente aniconiche, altre con accenni di figure rese riconoscibili. La sensazione percepita osservando gli spazi lavorati in assenza o in presenza di figurazione – fosse anche solo accennata – parrebbe un ulteriore progresso nella ricerca a cui aveva dedicato la vita.

Ben Ormenese, 2013, lamelle e tecnica mista su cartone di cotone, Al. 60 X La. 60 cm.

Si interrogò instancabilmente sul senso di occupare lo spazio in un tempo, sul visibile e l’invisibile di cui ogni essere umano e ogni oggetto sono “intessuti”. Si immerse nella costruzione meticolosa di strutture, lontano dalla realtà percepita come inadeguata, per creare spazi di sintesi in cui non accontentarsi di nulla che non fosse il prodotto della propria totalizzante ricerca. Abitato dall’inevitabilità del creare, si dedicò a scrutare il mistero come pratica per raggiungere il limite fuggevole che si mostra nel transitorio e manifesta l’invisibile. Le opere di B. Ormenese non raccontano, si dirigono in progressione verso ciò a cui egli ritenne opportuno tendere per sé, progettando una via conoscitiva diretta al sapere più profondo, irraggiungibile senza l’amore per la verità e l’assoluta considerazione dell’infinita trasformazione dovuta al punto d’osservazione. Da ogni prospettiva, l’opera offrirà una ricezione differente dei sistemi di segni, dimostrando la sorprendente capacità di esprimere una narratività propria del “testo visivo”, dove ogni linea è resistente ed è limite d’incrocio di accadimenti d’inconsueta intensità.

Immagine in evidenza: Ben Ormenese, 1970, collage di cartoncino e scavo su cartoncino. Al. 15,5 X La. 15,5 cm.

La pubblicazione delle immagini di questo articolo scritto per ReWriters, la testata giornalistica digitale di advocacy sulla sostenibilità sociale fondata da Eugenia Romanelli, è stata autorizzata dall’ Ufficio Stampa Bianca Martinelli I BIANCA etc. 

Ben Ormenese

Lo spazio immobile del divenire. 

Fino al 4 Ottobre 2026 

Catalogo a cura di Anna Lisa Ghirardi e Leonardo Conti (PoliArt Edizioni – 92 pp. a colori)

Orari:

Da Martedì a Domenica: dalle 10:00 alle 18:00

Chiuso il Lunedì

Biglietti:

Intero 9,00 €

Ridotto 7,00 €

Ridotto ragazzi 5,00 €

Gruppo 15-35 persone 7,00 €

Scuole 5,00 € 

Elenco completo riduzioni e categorie esentate dal pagamento: www.museodisalo.it

Prenotazioni:

0365 20553 | info@museodisalo.it Prenotazioni gruppi: info@museodisalo.it 

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