Manzoni il rivoluzionario e le sue donne: intervista a Eleonora Mazzoni
Il 20 Luglio è in scena al Teatro Menotti di Milano, cortile d'onore della Biblioteca Sormani, Eleonora Mazzoni. Le donne di Alessandro Manzoni, "Gertrude, Lucia e le altre".

Il 20 Luglio è in scena al Teatro Menotti di Milano, cortile d'onore della Biblioteca Sormani, Eleonora Mazzoni. Le donne di Alessandro Manzoni, "Gertrude, Lucia e le altre".

Dopo il successo al Campania Teatro Festival, il 20 Luglio è in scena al Teatro Menotti di Milano cortile d’onore della Biblioteca Sormani, lo straordinario racconto di Eleonora Mazzoni sulle donne di Alessandro Manzoni, Gertrude, Lucia e le altre, ne parliamo con lei!
A cosa è dovuta la tua passione per Manzoni?
La mia passione nei confronti di Manzoni nasce quando ero una ragazzina. A 12 anni, nell’estate fra la prima e la seconda media, avevo finito di leggere tutti i libri destinati alla mia età e mi annoiavo. Nella biblioteca di mio padre scovai per caso un libro, di cui non conoscevo né l’autore né il titolo. Erano I Promessi Sposi. Lo lessi, lo amai, lo compresi e, soprattutto, mi sentii compresa da quello scrittore. Poi ho continuato ad amarli, anche una volta che li ho letti di nuovo al ginnasio, all’università e svariate altre volte per conto mio.
Lo spettacolo che stai portando in giro parte dal tuo ultimo libro che ha riscosso un grandissimo interesse: vuoi riassumerne le tappe principali?
Lo spettacolo che sto portando in giro nasce dal mio libro “Il cuore è un guazzabuglio”, pubblicato due anni fa per Einaudi e ad ora arrivato alla settima edizione. È uscito anche in allegato a Il Corriere della Sera. E mi sta continuando a dare tante soddisfazioni non solo per le ottime critiche su tutte le più importanti testate, ma per le tantissime dimostrazioni d’affetto e di stima da parte del pubblico.
Quale è il fil rouge che lega le donne di Manzoni?
Nello spettacolo parto da tre ritratti femminili memorabili de I Promessi Sposi, la Monaca di Monza, Lucia e la madre di Cecilia, dietro a cui rintraccio le due donne fondamentali dell’esistenza di Manzoni, quelle più presenti durante tutta la gestazione dell’opera: la madre Giulia Beccaria e la prima adorata moglie Enrichetta Blondel.
È stato detto di te che hai tolto la polvere dal grande scrittore rivelandole il lato meno tradizionalista, sei d’accordo, era la tua intenzione di partenza?
In realtà non avevo intenzione di togliere polvere dal ritratto di Manzoni. È capitato per caso quando la mia passione per I Promessi Sposi mi ha spinto a conoscere di più della vita dello scrittore, che a scuola si studia sempre in maniera approssimativa. Così mi sono imbattuta in una serie di biografie che furono pubblicate negli anni appena successivi alla morte di Manzoni, da persone che non erano dunque temporalmente molto distanti da lui e che a volte lo avevano conosciuto di persona. E poi mi sono buttata nel suo carteggio, in quelle quasi duemila lettere che ci ha lasciato lui di suo pugno, a cui ho aggiunto quelle di famigliari, amici e parenti. E l’immagine che ne viene fuori è completamente diversa, molto più vitale, complessa e rivoluzionaria, rispetto a quella che ci ha tramandato la tradizione.
Tu sei anche direttrice di un prestigioso festival: vuoi raccontarcene? Il festival che dirigo da quattro anni a Forlì è dedicato a un’altra figura di spicco della storia italiana, Caterina Sforza, figlia del Duca di Milano, che ha retto per 12 anni, una volta rimasta vedova, la città di Imola e di Forlì, un piccolo Stato ma strategicamente molto importante, perché per passare da Nord a Sud e da Sud da Nord si doveva passare da queste terre. Caterina Sforza è stata una donna in anticipo con i tempi, anticonformista, appunto, come la definisco, scienziata ante litteram, combattente, grande amministratrice, donna di potere in tempi in cui il potere era un paradigma esclusivamente maschile.
