Maria Grazia Calandrone: amore e destino di una donna
"Dimmi che sei stata felice" di Maria Grazia Calandrone parla di noi, di tutti noi e di ciascuno di noi, vissuti in Italia dal dopoguerra

"Dimmi che sei stata felice" di Maria Grazia Calandrone parla di noi, di tutti noi e di ciascuno di noi, vissuti in Italia dal dopoguerra

Il libro che in questi giorni Maria Grazia Calandrone ha consegnato nelle mani dei suoi lettori contiene storie. Parla di noi, di tutti noi e di ciascuno di noi, uomini e donne vissute in Italia dal dopoguerra fino ai giorni nostri. In prevalenza classe media e proletari, poveri, ma non solo, in buona parte immigrati dal sud che hanno trovato posto, spesso un “posto sbagliato” in quell’enormità che è Roma, nel bene e nel male.
Anche se in buona parte non nati nella Capitale, quasi tutti parlano romanesco, non è la lingua elegante di Trilussa e del Belli, ma neanche quella dei personaggi di Pasolini; è il romanesco perennemente modificato e imbastardito della romanità contemporanea che si mescola e prende nuova forma, che sfida e si riafferma, che muore e rinasce.

Si chiama Dimmi che sei stata Felice, questo libro di Maria Grazia Calandrone che, per parlare di tante vite e di tante storie usa molti registri narrativi: dalla poesia, di cui l’autrice è senz’altro una delle principali esponenti italiane e non solo, alla saggistica storica, quando racconta le (terribili) vicende del nostro paese, fino alla sociologia, all’urbanista e alla letteratura, di ottima fattura.
Il filo rosso che tiene insieme tutto il racconto – e che in qualche modo conferma come il romanzo tradizionale sia per molti versi superato – è una storia di donne, una storia di sviluppo matrilineare: nonna, madre, figlia. Lidia, Angelica, Aurora. Ed è proprio Aurora, che nasce nel 1969, a portare sulle spalle il peso, le gioie, i dolori e le responsabilità di attraversare quasi tutta vicenda.
Ma questo è anche un libro sull’amore, tutto l’amore, quello tra anziani, come anche l’amore coniugale, l’amore filiale, l’amore tra donne, l’amore verso gli altri, siano essi pazienti in cura o vicini di casa. Niente di retorico, per carità (chi lo pensa non conosce l’autrice e non ha mai letto i suoi libri precedenti). E’ l’amore che “ti cade addosso” e che aiuta a riconoscersi, come accade a Angelica e Nicola oppure a Aurora e Sandro o anche a Aurora e Viola.
Nell’epopea che può addirittura ricordare Furore di Steinbeck vi sono le cesure tra generazioni, quelle rese più radicali quando intorno il mondo intorno cambia rapidamente e violentemente. Poi vi sono le trasformazioni delle città che, in qualche modo, ristabiliscono nuove gerarchie sociali e nuove emarginazioni, proprio quando si afferma il cosiddetto “sviluppo economico”.
In questo quadro spesso drammatico, trovano posto anche i temi legati al disagio psichico e, su un versante diverso, la cronaca nera e la cronaca giudiziaria, a rappresentare un mondo in perenne conflitto, ma anche in perenne sforzo nel tentativo di non soccombere al Male.
Tutto concorre a rendere la vita difficile per le persone già disagiate. Non basta il problema della casa, non basta la mancanza del lavoro, lo spaccio di droga, la difficoltà di utilizzare mezzi pubblici per gli spostamenti, le scuole fatiscenti … c’è anche il problema terribile dell’inquinamento da ethernit, l’amianto negli edifici che subdolamente ma inesorabilmente entra nei polmoni e conduce alla morte.
Infine, Aurora e Viola ci si presentano quando al termine del libro manca ormai solo poco più di un terzo. Portano uno squarcio di luce e di forte umanità, anche dolente, ma assolutamente necessaria, che fa affiorare perfino qualche goccia di ironia.
Ci si tuffa allora più nel profondo di rapporti personali che non possono non essere complicati e che, necessariamente, oltre alla bellezza della passione e all’energia dell’amore, fanno affiorare la paura, un po’ di ipocrisia, il peso delle convenzioni, le diverse percezioni di sé e molto altro…
In conclusione viene da pensare all’incipit del libro, formidabile: in poche pagine leggiamo la vivida descrizione del bombardamento del quartiere di san Lorenzo, in Roma, i giorni del 18 e 19 luglio 1943.
Chi vuole può utilizzarlo come metafora di un’intera vita trascorsa perennemente sotto il fuoco avversato da destini di cui si conoscono anche i responsabili e contro i quali si può fare poco.
