Se mi chiedi “che lavoro fai?” la risposta che vorrei darti è: “lavoro su me stesso, la migliore professione del mondo”.

Non tanto per distinguermi dalla fredda massa condizionata e fuori controllo, ma per tenere sotto controllo la mia massa corporea e le conseguenti idiosincrasie generate da un suo eventuale malfunzionamento: esercizi di yoga accompagnati da pane fatto in casa e dieta senza carne con annessi inutili grassi, di cui diciamocelo, siamo saturi. Meglio insaturi nella confortevole temperatura di un rifugio domestico e all’ombra di estati sempre più roventi. E’ tutto grasso che cola con enormi difficoltà quello che si cerca di smaltire nelle palestre puzzolenti, schiavizzati da macchinari che persino i criceti troverebbero insulsi. Preferisco di gran lunga sudare il superfluo tra le verdure del mio orticello, sistemate in mini terrapieni appositamente creati per alleggerire la durezza della terra argillosa. Qui nel Chianti è selvaggia, aspra e forte, terribilmente compatta: si chiama Galestro, che a domarlo senza una motozappa ci si spezza la schiena.

Già, domare, dominare: parole chiave che aprono un portale che riporta indietro di una dozzina di secoli, quando ci fu la svolta dei sapiens sapiens. Grazie alla semina controllata ci radicammo in un territorio e cominciammo a marcarlo tracciando confini, tra caste, vicini, nei confronti dei forestieri e dentro di noi, allontanandoci progressivamente dalla natura, proprio come constatano con ironia gli “alieni” de “Il pianeta verde (La Belle Verte)” diretto da Coline Serreau.

Fino a che la nostra specie non generò Masanobu Fukuoka, che finalmente rimise in discussione il nostro modo di coltivare la terra e partorì La rivoluzione del filo di paglia, libro imperdibile.

A me piace di più la parola “ri-evoluzione”: troppe rivoluzioni sanguinose hanno sconvolto la nostra storia. Forse non era ancora entrato nelle nostre teste il pensiero divergente: perché togliere la vita al prossimo rischiando la propria? Perché dichiarare guerra alla Natura? Perché usare fertilizzanti e diserbanti avvelenando tutto, non per lavorare meno ma in meno? Perché considerare la fatica (sana fatica, non ammazzarsi di lavoro) peggiore della tossicità generata da prodotti chimici? Perché generare abbondanza a dismisura mettendo a repentaglio la nostra sopravvivenza? E così via in un question storming che potrebbe trascinarci verso una crisi esistenziale irreversibile (parola orrenda!). Meglio uscire dalla selva oscura per non smarrirsi nel non senso dell’esistenza: il mezzo del cammin di nostra vita ci porta dritti dritti verso l’inferno.

Rispettare, accogliere le diversità, ecco i nuovi comandamenti (altra parola orrenda!), ma soprattutto lasciar andare, lasciar correre, non solo i problemi ma anche tutto ciò che ci impedisce di essere veramente liberi. La libertà è partecipazione diceva il signor G. nella canzone “La libertà” e non c’è motto più appropriato per chi si sente prigioniero nella propria pelle, che ha bisogno di carezze e contatti come di abbronzarsi (grazie melatonina!). La miglior difesa non è l’attacco ma la disponibilità ad accettare il corpo estraneo ed aggirare la sua nocività: immunizzandoci dalle sorprese sgradite per andare incontro alla serendipità, che è una delle mie parole preferite.