Intenso. Carico di simboli e significati. Angosciante perché reale. Profondo come il mare. Disarmante. Mi chiamo Maris e vengo dal mare è un racconto individuale, la storia di una donna che vuole diventare Storia, per urlare a gran voce la sofferenza di una moltitudine di persone vendute, violate, obbligate ad affrontare viaggi della speranza a bordo di improbabili imbarcazioni. Per la fantasia, il sogno di una vita possibile.

Chiaraluce Fiorito dà voce e corpo al progetto drammaturgico di Melania Manzoni giovedì 25 novembre alle ore 21 al Centro Culture Contemporanee Zo di Catania, all’interno di Altre Scene, rassegna teatrale dedicata alle nuove drammaturgie contemporanee. 

Mi chiamo Maris e vengo dal mare è la storia di una donna che rappresenta il destino di molte altre persone. Una novella Ecuba, Andromaca, Cassandra che fugge da un’ipotetica Troia in fiamme come prigioniera, non più dei greci vittoriosi, ma di una logica di guerra, di violenza, di prevaricazione.

Arriva sulle coste italiane con in grembo una figlia e con la voglia di raccontare al mondo che esiste. Perché esistono le storie come la sua e hanno l’urgenza di essere urlate. Perché così, fuori dalla nostra quotidiana comoda esistenza, possiamo avere un altro punto di vista. Lontano da noi, che ci aiuti a vedere con gli occhi degli Altri, degli stranieri in questi luoghi e in questi canoni. Con gli occhi di chi non ha avuto la fortuna di nascere e crescere da questo lato del mondo.

La storia di Maris

Maris è una donna. Venduta, stuprata, picchiata. È clandestina. È immigrata. È incinta. È una persona vera. Esiste. Ma è anche un simbolo. È la voce di tutte quelle voci che non trovano spazio nella storia mainstream. È immagine di quei racconti fastidiosi e ingombranti da narrare, perché ci metterebbero davanti la vergogna dei nostri pregiudizi.

SPRAR, sta per Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. È qui che Chiaraluce e Melania incontrano una donna sopravvissuta al mare, ma devastata nel profondo dell’anima. Una donna che chiameranno Maris e che diventerà fulcro di un monologo intenso, di uno spettacolo che approda ai nostri giorni, con durezza e disincanto, muovendosi e attraversando il mito, l’archetipo del viaggio e della guerra, della schiavitù e della maternità.

In scena un corpo, una rete da pesca, ‘na pignata (sta per una pentola, in siciliano). E poi solo una voce potente, arrabbiata, commossa. Potente, per la voglia di rialzare la testa schiacciata dall’arroganza. Arrabbiata, per quella violenza che ha dovuto subire. Commossa, per la figlia frutto di quella violenza.

Come faccio ad amarti, se sei nata senza amore. Come faccio ad abbracciarti se sei nata senza un abbraccio. Come faccio ad accarezzarti, se sei nata tra i pugni. Una di noi due ha diritto di salvarsi. E quella sei tu. Io sono stata solo un vaso, un contenitore”. Na pignata. 

La forza di Maris è tutta racchiusa qui, nella volontà di mettere comunque al mondo il frutto della sua disperazione, senza abbandonarlo, dandogli la possibilità di vivere.

L’umanità di Maris si staglia potente e decisa contro l’annientamento dello stupro, contro il dolore per l’abbandono della terra natia, contro la paura per la disumanità di un viaggio che è più un naufragio, contro la lotta alla sopravvivenza che ti spinge a essere uno contro tutti gli altri, a non dormire su quel gommone per paura che ti possano abbandonare in mare. Perché siete tanti lì sopra. E sei pesante.

Non è mare questo. Non è acqua questa. Non è vita questa. Non è un viaggio questo. È l’inferno. È follia. È disperazione, se alla fine prendi un gommone per l’Europa con il frutto della violenza dentro di te”.

Parole forti quelle di Maris, che ti prendono a schiaffi, che ti assestano energici pugni nello stomaco. Che ti fanno sentire la sua, la loro paura quando si trovano a navigare su un’enorme distesa d’acqua, magari vista per la prima volta. Infreddoliti, impauriti, disperati e svuotati dalle violenze subite, tanto da preferire l’incertezza dell’ignoto piuttosto che restare fermi e immersi nella loro conosciuta disgrazia.

Anche a noi spettatori, comodi ma raggelati nelle nostre poltrone, ci si ferma il respiro pensando al freddo, all’oscurità, alla paura che ha provato chi arriva qui. Che prova e che continua a provare. Nonostante il terrore di cadere in mare ed essere cancellato in quegli abissi. Sparire senza lasciare traccia. Nel silenzio di tutti. 

Per info sullo spettacolo e i biglietti clicca qui.

Retablo Teatro, progetto drammaturgico: Melania Manzoni

Adattamento, regia e interpretazione: Chiaraluce Fiorito

Condividi: