Alla fine dell’estate 2025, il dibattito pubblico italiano è stato animato dal caso del gruppo Facebook Mia moglie, a cui ha fatto seguito quello del sito-blog Phica.net, due vicende molto simili tra loro, al netto di alcune differenze. Si trattava (usiamo il plurale perché, a oggi, entrambi sono stati chiusi) di spazi digitali che, dietro l’apparente facciata della socialità (nel caso di «Mia moglie») o della pornografia amatoriale («Phica.net»), consentivano – in maniera neanche troppo celata – la condivisione di immagini non consensuali di donne, commentate in maniera degradante e violenta da migliaia di utenti uomini.

Il gruppo «Mia moglie», con quasi 32mila iscritti, è stato chiuso da Meta dopo le molte segnalazioni seguite alla denuncia social da parte della scrittrice Carolina Capria, che ne aveva messo in luce la vera natura: non un luogo ironico di coppia, come si presentava, bensì un archivio di foto intime di mogli, fidanzate e sconosciute, diffuse senza consenso e sottoposte a scherno e a giudizi sessisti, talvolta anche molto violenti.

Pornografia amatoriale

L’attenzione mediatica su questo gruppo Facebook ha, nello stesso arco di giorni, acceso i riflettori su «Phica.net», un sito nato nel 2005 come spazio di pornografia amatoriale, che però nel tempo si è trasformato in un archivio di foto rubate e non consensuali, screenshot di immagini rinvenute sui social network e immagini manipolate (soprattutto, foto di donne “denudate” con appositi sistemi IA), condivise senza consenso e accompagnate da commenti ipersessualizzanti, osceni e misogini. Nonostante esistessero già denunce e petizioni (come quella di  Mary Galati, lanciata nel 2023 e ripresa nel 2025, superando le 167mila firme), solo nel 2025, alla luce del polverone mediatico sollevato, «Phica.net» è stato finalmente chiuso.

Tuttavia, la chiusura della due pagine non rappresenta certo la fine della vicenda, ma deve essere il punto di inizio di una riflessione: cosa ci dicono «Mia moglie» e «Phica.net» sul maschilismo, sulla violenza digitale e sulle responsabilità delle piattaforme?

Questi episodi, infatti, non nascono nel vuoto. L’uso delle immagini femminili a fini sessuali è un rituale di aggregazione sociale maschile che esiste da ben prima di internet, ma che nel digitale ha trovato nuove forme e nuove dimensioni. Fino a pochi decenni fa lo stesso schema si consumava in spogliatoi, caserme, bar, davanti a riviste o videocassette condivise di nascosto.

La rete amplifica la portata del fenomeno

Oggi, invece, la rete amplifica la portata del fenomeno, esponendo un numero decisamente maggiore di donne – non solo celebrità, ma anche persone comuni – al rischio di essere sessualizzate e ridotte a meri oggetti del desiderio maschile. Il corpo femminile diventa moneta di scambio simbolica, terreno su cui costruire un’identità virile basata sulla complicità del gruppo: gli uomini, condividendo, commentando e schernendo foto intime di donne, intendono riaffermare la propria appartenenza a una comunità che si misura nel possesso e nel disprezzo. È un meccanismo di potere, prima ancora che di desiderio: la donna non è mai soggetto, ma oggetto di scambio, carne esposta al giudizio collettivo.

«Mia moglie» e «Phica.net», dunque, non sono anomalie digitali, ma rappresentano la versione più evidente di rituali patriarcali che si ripetono da secoli. La tecnologia, di per sé, non genera il problema, ma ha reso più diffusi e manifesti comportamenti atavici. Eppure, proprio questa visibilità obbliga la società a confrontarsi con ciò che prima sembrava nascosto, e a riconoscerlo come forma di violenza.

La domanda che molti si pongono è: come è possibile che siti di questo tipo sopravvivano per vent’anni? La risposta sta nella combinazione di scarsa vigilanza, burocrazia lenta e responsabilità distribuite.

Pornografia on line. Cosa dice la legge

Sul piano legale, in Italia esistono strumenti come l’articolo 612-ter del codice penale, che punisce la diffusione non consensuale di immagini intime, e l’articolo 600-ter, che riguarda la pornografia minorile. Tuttavia, l’applicazione concreta della normativa è spesso farraginosa. Le denunce individuali raramente producono risultati rapidi (come dimostrano le numerose denunce contro «Phica.net», cadute nel vuoto per anni), e le piattaforme o i gestori dei siti riescono a spostarsi da un dominio all’altro, sfuggendo così a misure restrittive.

Un nodo irrisolto riguarda la responsabilità degli amministratori: la Cassazione ha stabilito che, se un admin viene avvisato della presenza di contenuti diffamatori e non li rimuove, può essere considerato responsabile. Ma non esiste un obbligo di controllo preventivo, e ciò crea una zona grigia in cui siti come «Phica.net» hanno prosperato. A livello europeo, il Digital Services Act (DSA), entrato in vigore nel 2024, ha introdotto regole di trasparenza e responsabilità più stringenti. Tuttavia la sua applicazione è ancora limitata e frammentata, soprattutto in paesi come l’Italia, dove il dibattito politico sul cyberspazio è ancora piuttosto arretrato.

Un altro nodo cruciale riguarda la natura delle immagini condivise. Nel caso di «Mia moglie», si trattava soprattutto di foto private diffuse senza consenso. Per quanto riguarda «Phica.net», invece, molte immagini provenivano da profili social pubblici o da piattaforme come OnlyFans. A questo punto entra in gioco una convinzione diffusa ma errata: il fatto che una foto sia pubblicata su un social non significa che sia di dominio pubblico. Come ha spiegato l’avvocata Floriana Capone,  un utente non può appropriarsi di un’immagine postata da qualcun altro per utilizzarla a suo piacimento, senza tener contro del diritto alla privacy. Infatti, la legge considera il volto umano un dato personale identificabile, e la sua diffusione senza consenso è un illecito amministrativo. Dunque, chi prende una foto postata su Instagram o Facebook e la ripubblica in un forum, per di più sessualizzandola, commette un abuso. Il problema è che queste violazioni raramente vengono sanzionate, lasciando le vittime senza strumenti concreti di difesa.

L’inerzia delle piattaforme

Peraltro, il caso della pagina «Mia moglie» ha mostrato un altro nodo problematico: l’inerzia delle piattaforme. Nonostante decine di segnalazioni, infatti, il gruppo è rimasto online finché una voce autorevole, quella di Carolina Capria, non ha attirato l’attenzione mediatica. Meta afferma di avere regole chiare contro la condivisione di immagini intime non consensuali, ma la loro applicazione è spesso demandata agli algoritmi e a sistemi automatici di moderazione. In teoria, esistono i cosiddetti “segnalatori di fiducia”, come l’associazione italiana Permesso Negato, che offrono supporto tecnologico e legale alle vittime. In pratica, però, queste risorse sono poco pubblicizzate e difficilmente accessibili. Il nodo centrale è che moderare ha un costo. Le piattaforme preferiscono affidarsi ad algoritmi basati sull’intelligenza artificiale, che però faticano a riconoscere contesti complessi come l’uso non consensuale di immagini private. Il risultato è che gruppi come «Mia moglie» prosperano per mesi o anni, finché l’attenzione pubblica non accende una luce su di essi.

Le vicende  di «Mia moglie» e di «Phica.net» mostrano con chiarezza che il problema non è internet in sé, bensì il modo in cui le società digitali riflettono e amplificano pratiche patriarcali radicate. La rete moltiplica la violenza, ma al tempo stesso la rende visibile, obbligando istituzioni, piattaforme e opinione pubblica a confrontarvisi. Chiudere un sito o un gruppo non significa eliminare il fenomeno: spesso, infatti, questi semplicemente si spostano altrove, in spazi ancora più difficili da monitorare. Eppure, simili episodi – ovviamente deprecabili – consentono  di rendere esplicito ciò che prima veniva nascosto, di nominare la violenza e di chiedere con forza maggiore una presa di responsabilità: da parte delle piattaforme, della legge e degli utenti stessi. Perché non si tratta solo di pornografia non consensuale o di immagini rubate: si tratta di constatare che, ancora oggi, la costruzione dell’identità maschile passa troppo spesso attraverso il controllo e l’oggettificazione dei corpi femminili. Ed è questo il vero nodo che né il digitale né le leggi potranno risolvere da sole, se non cambiano in prima istanza i presupposti culturali.

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