Arriva nelle sale il tanto atteso Queer di Luca Guadagnino, tratto dall’omonimo romanzo di William Burroughs – in Italia edito da Adelphi. Fin dai primi minuti è subito chiaro il contesto di dipendenza e vagabondaggio in una Città del Messico dai colori pastello ben poco aderente alla realtà e quasi sospesa in un clima da sogno. Daniel Craig, vero punto di forza del lungometraggio, sveste i panni ormai standardizzati di 007 e indossa quelli più effervescenti di William Lee, scrittore omosessuale in cerca di droghe e rapporti occasionali.

È la Beat Generation che bussa alla porta e, per timore di far troppo chiasso, si rifugia in locali compiacenti e squallidi motel. Il regista di Challengers e Chiamami col tuo nome prova a starle dietro senza ingabbiarla, ma il risultato, soprattutto nella seconda parte, è una trama che si attorciglia su se stessa con un ritmo narrativo ben diverso da quello al quale Guadagnino ci aveva abituato. 

Trama e sottotesti di “Queer

A sconvolgere la pigra esistenza del protagonista William Lee è Eugene Allerton, un giovane marine che, pian piano, si lascia sedurre dallo scrittore e intreccia con lui una contorta relazione. Capricci e ripicche, allontanamenti e intensi momenti erotici: un cliché che potrebbe rendere Queer vicino al sentire della comunità LGBTQ+ ma, ormai, anche molto distante per via dei passi compiuti negli ultimi decenni per distaccarsi da una certa visione stereotipata. In Ecuador i due compiono un viaggio ai limiti del simbolico lasciandosi trasportare da una sostanza misteriosa che così come sembra avvicinarli così brutalmente li respinge. 

Il ne s’agit pas de comprendre, il s’agit de croire”.

Non si tratta di comprendere, ma di credere. Questa la frase enigmatica che viene pronunciata in uno dei momenti più criptici della pellicola, quasi una professione di fede che precede la fusione di due corpi in un unicum che ha molto del mondo naturale ma ben poco di quello terrestre. Così, non più albero, non più corteccia e neanche foglie, i due dovranno per forza separarsi, lasciandoci con l’amarezza di quel che non è stato né compreso né accettato. Non è solo il lieto fine, però, a mancare. È l’ossatura stessa del film a vacillare più di una volta e, sì, c’è anche chi ha lasciato la sala o ha rinunciato a capirci qualcosa. Con buona pace delle svolte autoriali sembra proprio che qui si sia preteso troppo.

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