Quanti di noi, e per noi intendo quelli che hanno mangiato le pennette alla vodka o i tortellini alla panna, non hanno per caso incontrato anche le scaloppine al Madera? Siamo quelli che tra gli anni ’80 e ’90 hanno fatto percorsi gustativi degni di immunità al colesterolo. Poi quel Madera me lo sono ritrovato senza la salsa, nel bicchiere. Forse uno tra i vini più particolari di tutti, con una storia davvero fuori da ogni regola.

Normalmente per creare dei miti ci vogliono buone uve, terroir, climi adatti e immancabilmente anche degli investimenti. Invece questo ragazzo, ha affrontato come un emigrante in cerca di fortuna, i peggiori trattamenti possibili per diventare in un epoca precisa, oltre l’oceano e oltre l’equatore, il vino fortificato più famoso, più lussuoso e anche più longevo al mondo.

Cominciamo dall’isola che gli da il nome, che fa parte di un arcipelago posizionato nell’Atlantico a 650 km dalla costa del Marocco, scoperta da una spedizione composta da Genovesi e Spagnoli nel 1420. Colonizzata e trasformata. Successivamente furono impiantate piantagioni di canna da zucchero e importate viti da Creta, essenzialmente Malvasia. E fin qui niente di particolare, ma la sua posizione nella rotta verso le Americhe, e il clima, crearono l’unicità di questo prodotto: nonostante il caldo non perdeva mai quella lieve acidità e una buona freschezza. Le pratiche di cantina non erano proprio ortodosse e quindi spesso i tini si tenevano all’aperto o in magazzini. Per non parlare di come veniva imbarcato. Le botti venivano lanciate in mezzo al mare, vista la mancanza di moli per essere salvate dai marinai delle navi in partenza. Insomma il contrario di tutto. Il risultato di queste barbarie: quella nota ossidata che nel linguaggio comune si chiama maderizzazione.

Poteva essere già abbastanza, ma dopo i primi viaggi verso il nuovo mondo dove la richiesta di vino era alta, il risultato era ancora migliore. Con quei mesi in stiva, spesso a contatto con l’acqua e sciabordati come non mai, il vino acquistava morbidezza mantenendo quella nota piccante e soprattutto un invecchiamento infinito. Scoperto quale era il risultato, costruirono botti più grandi e esasperarono la permanenza in mare con viaggi di andata e ritorno aggiungendo alla partenza del brandy per mantenerne la stabilità.


Ovviamente i prezzi salirono alle stelle per cui verso la fine del 1700 si pensò alla prima estufa, vale a dire un magazzino attrezzato con una stufa enorme per produrre un clima simile a quello dei tropici. Il risultato non fu lo stesso del vinho da roda (vino di ritorno), ma tuttora é questo il metodo con il quale vengono fatti. Ci sono state bottiglie aperte dopo un secolo che furono giudicate addirittura migliori di quelle più giovani di 20 anni. Ora proverò anche io, a farmi portare in giro per mesi su una barca per vedere cosa succede. Magari invecchio meglio!