Il rapporto tra scienza e società è da sempre una delle misure del grado di civiltà in ogni cultura. Nei momenti più bui gli scienziati (e soprattutto le scienziate) finiscono al rogo, scomunicati, in carcere, perché la scienza deve solo confermare quanto pre-detto. Nei periodi più illuminati, gli scienziati (ma usualmente non le scienziate) vengono premiati, intervistati, osannati, promossi ministri perché la scienza serve lo sviluppo e l’accumulo della ricchezza (usualmente di pochi, e comunque quasi mai di poche!). Gli scienziati e le scienziate in genere studiano con il fuoco nel cuore, con il desiderio e l’amore per la scoperta, ma presto poi entrano nel mondo reale, dove molto pesa l’interesse politico e culturale per le scienze applicate, come nella corsa alle armi nucleari, fortunatamente da pochissimo rese illegali dall’entrata in vigore del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari.

Anche la gestione di crisi da eventi naturali, come un’eruzione vulcanica, e sanitarie, come quella del Covid che stiamo vivendo ormai da quasi un anno, ha bisogno della scienza per pianificare in tempo le azioni appropriate che i governi e cittadini debbono mettere in atto. L’aspettativa nei confronti di scienziati e scienziate è quella di fornire certezze, di adottare modelli predittivi deterministici dell’andamento dei fenomeni e di favorire azioni chiare e di successo. Agli scienziati e alle scienziate usualmente piace essere investiti di questo ruolo, anche perché i finanziamenti alla ricerca giungono più cospicui quando gli enti finanziatori pensano di ottenere risposte esatte a problemi complessi.

Nel 2009 e negli anni a seguire mi interessai del processo che vide accusati e poi prosciolti alcuni scienziati, membri dell’allora Commissione Grandi Rischi, per aver mal comunicato quanto sapevano/pensavano dello sciame sismico che poi si rivelò precursore del terremoto che il 6 aprile colpì L’Aquila, e di conseguenza per aver ingenerato un’infondata sicurezza che contribuì a tenere a casa la cittadinanza e a causare quindi l’alto numero di vittime. Pubblico, media e scienziati italiani e internazionali si divisero in quei giorni in un tifo quasi da stadio, colpevolisti e innocentisti, complottisti e scientisti. Da vulcanologo impegnato in temi di protezione civile osservavo con dolore quel triste spettacolo. Si discuteva (popolo e scienziati) di chi avesse ragione e chi torto, ma nessuno metteva in discussione la radice del tipo di rapporto biunivoco che dovrebbero avere scienza e società nella gestione dei rischi e quanto questo abbia influenza sul risultato in termini di protezione delle vite umane.

Alcuni esempi.
Mentre in qulche ramo delle scienze si possono adottare modelli predittivi deterministici (ad esempio il punto di fusione di un metallo è una proprietà nota e dunque possiamo progettare gli altoforni per produrre manifatture), altre scienze, e tra queste certamente quelle naturali e quelle mediche, pur basandosi sulle stesse leggi di natura, osservano fenomeni troppo complessi per essere rappresentati dagli stessi modelli deterministici e dunque integrano quello che si sa e quello che è imprevedibile con l’uso di modelli probabilistici, che dicono ad esempio che domani con ogni probabilità sarà bello, ma se poi piove la cosa rientra in quell’1% di probabilità che comunque era stato previsto. Più il fenomeno è conosciuto e si basa su osservazioni numerose, migliore è la previsione probabilistica, specialmente a breve termine. Ossia è difficile che domani piova se è stato previsto bello in base ai dati presi fino ad oggi, ma tra tre o quattro giorni invece la previsione potrebbe avere il 30 o il 40% e più di possibilità di errore. Immaginate quanto margine di incertezza esiste nei modelli che descrivono il comportamento dei vulcani! O come si diffonde un virus!!!

L’incertezza è difficile da gestire. Per la scienza rappresenta il grado di non conoscenza. Per l’amministrazione si può trasformare in errori che costano il consenso.
Per i cittadini significa subire effetti pesanti di falsi o mancati allarmi. Per i mezzi di comunicazione è spesso l’occasione di fare emergere e sollecitare scontri e conflitti tra scienziati e nella società.

Noi esseri umani siamo capaci di comprendere cos’è l’incertezza e di convivere con essa. E allo stesso tempo ci crea paura. E’ naturale dunque ricercare/pretendere dagli scienziati e dagli amministratori parole rassicuranti, certezze rispetto alle misure intraprese e ai risultati attesi. E altrettanto naturale sarebbe invece descrivere i fenomeni per quello che ne sappiamo realmente, essere complici della loro complessità come lo è la vita intera, avere un vocabolario condiviso che coinvolga la comunità umana in azioni responsabili di fronte all’incertezza. Anche la dialettica tra scienziati come tra politici e cittadini potrebbe essere vitale e di grande aiuto quando è l’incertezza a dominare il modello di sviluppo di un fenomeno. Ma ciò a cui assisto oggi, sui giornali come per la strada, è ancora, come dopo il terremoto de L’Aquila, uno scontro tra fazioni che pensano di avere la soluzione in tasca, secondo cui la colpa è sempre di qualcun altro, che propongono visioni deterministiche di fatti complessi, che illudono o che sobillano.

Possiamo fare di meglio. Dobbiamo imparare a fare di meglio.

ENGLISH VERSION

LIVING WITH THE UNCERTAINTY: WE MUST DO BETTER

The relationship between science and society has always been one of the measures of the degree of civilization in every culture. In the darkest times, scientists (and especially women scientists) end up at the stake, excommunicated, in prison, because science only has to confirm what is already known or believed. In the most enlightened periods, scientists (but usually not women scientists) are rewarded, interviewed, praised, promoted to ministers because science serves the development and accumulation of wealth (usually for a few, and in any case almost never for a few women!). Scientists generally study with passion in their hearts, with the desire and love for discovery, but soon then they enter the real world, where political and cultural interests in applied sciences weighs heavily, as in the run to nuclear weapons, fortunately very recently made illegal by the entry into force of the Treaty on the prohibition of nuclear weapons.

Also the management of crises from natural events, such as a volcanic eruption, and health, such as that of Covid, which we have been experiencing for almost a year now, needs science to plan ahead the appropriate actions that governments and citizens must implement. The expectation on scientists is to provide certainties, to adopt deterministic predictive models of the future trend of phenomena and to favor clear and successful actions. Scientists usually like to be invested in this role also because research funding flow when funding agencies think they are getting the right answers to complex problems.

In 2009 and in the following years I became interested in the trial that saw some scientists, members of the then Commission on Major Risks of the Italian Civil Protection, accused and then acquitted for having miscommunicated what they knew/thought of the seismic swarm which later proved to be a precursor of the earthquake that on April 6 struck L’Aquila, and consequently to have potentially generated an unfounded sense of security that kept citizens at home and the high number of victims as a consequence. In those days, Italian and international public, media and scientists split in factions, guilty versus innocent, conspiracy theorists versus pro-science. As a volcanologist engaged in civil protection issues, I observed that sad and painful spectacle. There was discussion about who was right and who was wrong, but no one questioned the root of the type of relationship that science and society should have in risk management and how much this influences the result in terms of protection of lives.

Some examples.
While in some branches of science it is possible to adopt deterministic predictive models (for example the melting point of a metal is a known property and therefore we can design furnaces to produce manufactures), other sciences, and among these certainly the natural and medical ones, although based on the same laws of nature, observe phenomena that are too complex to be represented by the same deterministic models and therefore integrate what is known and what is unpredictable in the use of probabilistic models, which forecast for example that tomorrow will be most likely beautiful, but if it rains that falls within that 1% probability that was expected anyway. The more the phenomenon is known and based on numerous observations, the better the probabilistic forecast, especially in the short term. That is, it is unlikely that it will rain tomorrow if it was predicted good based on the data taken to date, but in three or four days the forecast could have 30 or 40% and more chance of error. Imagine how much uncertainty there is in the models describing the behavior of volcanoes! Or how much on a virus contagion!!!

Uncertainty is difficult to manage. For science it represents how much we do not know. For the administration it can turn into errors that cost consent. For citizens it means suffering heavy effects in case of false or missed alarms. For the media it is often an opportunity to bring out and solicit clashes and conflicts between scientists and in society. We human beings are able to understand what uncertainty is and to live with it. And at the same time it creates fear. It is therefore natural to seek/expect reassuring words from scientists and administrators, certainties with respect to the measures taken and the expected results. It would be equally natural, though, to describe phenomena for what we really know about them, to feel and behave as partners respect to their complexity, as the whole of life is, to have a shared vocabulary that involves the human community in responsible actions to face the uncertainty.

Dialectics among scientists as well as among politicians and citizens could be vital and of great help when uncertainty dominates the understanding of a phenomenon. But what I am witnessing today, in the newspapers and on the street, is still, as after the earthquake in L’Aquila, a clash between factions that think they have the solution in their pocket, that the fault is always someone else’s, which propose deterministic visions of complex facts, which deceive or incite to fight.

We can do better. We must learn how to do better.