Spirito contro algoritmo: la lezione di Pietro Battoni
Lo spirito contro l'algoritmo, Όι Γιγantes, l'arte di Pietro Battoni in mostra a Foligno, Palazzo Trinci, fino al 12 luglio 2026.

Lo spirito contro l'algoritmo, Όι Γιγantes, l'arte di Pietro Battoni in mostra a Foligno, Palazzo Trinci, fino al 12 luglio 2026.

Nell’epoca degli smartphone e nel dominio dei social, si fa strada un nuovo risveglio spirituale, nato in risposta alla freddezza degli algoritmi e di un’intelligenza artificiale pronta a sostituire l’essere umano non solo nelle sue mansioni, ma nel suo stesso pensiero.
Basti pensare alle grandi aziende tech, ormai pronte a schierare robot umanoidi avanzati per abbattere i costi di produzione e ottimizzare l’efficienza, spingendo l’umanità verso i margini della sua stessa esistenza. Questa riscoperta interiore, in un periodo storico di profonda transizione per la collettività, è la reazione viscerale di chi si oppone all’annichilimento dell’anima e a un modello di vita asettico e puramente prestazionale.
C’è una piccola frangia della società, da non sottovalutare, che è ormai pronta a un cambio di passo, a uno spostamento dell’attenzione dai decibel del rumore digitale alle vibrazioni più sottili dell’interiorità. Non si tratta di una fuga millenaristica dalla realtà, ma di una necessità biologica ed esistenziale: sintonizzarsi su frequenze di ascolto, empatia e presenza che l’intelligenza artificiale può solo simulare, ma mai incarnare.
In questa elevazione dello spirito, l’essere umano non si accontenta più di trovare risposte dentro uno schermo, ma tenta di riconquistarsi nella sua parte più intima e divina. È l’anima che si manifesta per restare pura anche nella carne, libera da ogni sovrastruttura. Una consapevolezza che, attraverso discipline e pratiche quotidiane – dalla meditazione profonda allo yoga, dal silenzio digitale alla contemplazione della natura – diventa lo scudo per rinvigorire lo spirito, in un’era in cui l’interiore viene costantemente mortificato dall’ossessione dell’apparenza e dello status sociale.
Nell’installazione dell’artista Pietro Battoni dedicata a San Francesco, inaugurata in piazza della Repubblica a Foligno nel 2020, il Santo si spoglia di ogni bene materiale. La scultura lo ritrae a braccia aperte nell’atto di offrire le sue vesti preziose: un definitivo congedo dalla vita passata per abbracciare un’esistenza nuova, libera dalla materialità e interamente votata all’essenza dell’essere. Noi occidentali siamo chiamati oggi a una prova analoga: una spoliazione che, seppur non totalizzante come quella del Santo d’Assisi, è necessaria per ritrovare l’integrità dello spirito. Una sfida cruciale all’interno di una società che preferisce la riproduzione del proprio simulacro social alla ricerca di un’espressione profonda di sé, capace di comunicare davvero con l’altro.
Consiglio la visione della mostra Όι Γιγantes — I Giganti di Pietro Battoni, a Palazzo Trinci – Sala Sito IV, Piazza della Repubblica 25, Foligno (PG), visitabile fino al 12 luglio 2026.
Curata da Marta Angelini e organizzata da CoopCulture, la mostra mette in dialogo la pittura contemporanea con gli affreschi storici della Sala dei Giganti. Un’esperienza visiva imperdibile per chi vuole approfondire il rapporto simbolico tra il corpo, l’arte e l’energia nelle tradizioni spirituali ed esoteriche.

Questa avanguardia interiore dà voce a un sentire in realtà molto più esteso: recenti sondaggi sociologici sui trend di consumo globali rivelano infatti che oltre il 70% della popolazione occidentale si dichiara ormai esausto dell’iperconsumismo e avverte il bisogno di rallentare, ridimensionando il peso della materialità a favore di una riscoperta dei legami e dei valori interiori.

Questo ritorno all’interiorità, dunque, non è un capriccio intellettuale, ma una reazione all’implosione del modello occidentale. Negli ultimi decenni, le religioni istituzionali hanno perso terreno, svuotate da un materialismo consumistico che ha promesso la felicità e ha consegnato, invece, un’epidemia di depressione, alienazione e, nei casi più estremi, violenza sociale. Abolito il sacro, è rimasto solo il vuoto. Come nota lo psicanalista Alessandro Bruni, oggi che la tensione tra le potenze mondiali è ai livelli di guardia, tra lo sconcerto degli Epstein Files, i deliri di grandezza di leader spregiudicati e l’orrore di conflitti e genocidi sistematicamente negati, la ricerca spirituale diventa un atto politico e terapeutico. Non serve a fuggire dalla realtà, ma ad attraversarla. Diventa l’unica bussola rimasta per comprendere dove sta andando la nostra umanità e, soprattutto, per decidere dove vogliamo che vada.

Sannyasin, 2023, (cm. 320×200), Pietro Battoni
D’altronde, come affermava Giuliano Kremmerz, noto spiritualista italiano a cavallo tra Ottocento e Novecento, l’anima è un complesso di energie che va conosciuto, sperimentato e accolto. È solo attraverso questa via che l’essere umano può finalmente integrare il lato materiale a quello divino, riconquistando il proprio centro in un mondo che ha smarrito la bussola. Questa indagine sulle energie invisibili che abitano il corpo e la carne trova oggi una sponda straordinaria nella ricerca artistica dello stesso Battoni.
Nel suo recente ciclo di grandi tele, il pittore esplora i frammenti anatomici come varchi per introdurre simboli legati alla fisiologia sottile di antiche tradizioni orientali, tra canali energetici (Nadi), Chakra e il risveglio della Kundalini. Un’opera monumentale che, evocando il celebre mantra TAT TVAM ASI (“Tu sei Quello”), ci ricorda visivamente la profonda interconnessione tra il nostro “io” più intimo e la totalità dell’universo, indicandoci la via della riconnessione in aperta sfida all’asetticità dei nostri tempi.
Davanti a queste tele ci si ritrova al cospetto di visioni trascendentali in cui, se in un primo momento si può provare un certo timore a lasciarsi andare, l’impatto è tale che diventa impossibile sottrarsi. D’altronde, come afferma la curatrice della mostra Marta Angelini, l’arte di Battoni ci spinge oltre i nostri confini razionali, invitandoci ad abbracciare queste dimensioni invisibili come se, in fondo, ci appartenessero da sempre.
