Dall’esperienza con laboratori appositi nasce il primo Spettacolo Sublimante, dal titolo “Conosci te stesso” , il 24 e 25 Giugno al Teatro Tordinona di Roma, ne parliamo con la creatrice e regista: Valentina Ghetti

Nel tuo spettacolo parli di persone comuni che si raccontano: ma sul palco recitano o non recitano?
Recitano eccome! A mio avviso, in alcuni casi riescono a raggiungere una verità scenica che molti attori professionisti faticano a trovare, si affidano completamente al processo e lavorano con una straordinaria disponibilità.

Nei mesi di Laboratorio sublimante, i partecipanti hanno approfondito le tecniche di recitazione e hanno affrontato la messa in scena attraverso il mestiere dell’attore. Sono arrivati con la volontà di raccontare qualcosa di sé, di liberarsi da un peso, e di trasformarla in drammaturgia e palcoscenico. Non interpretano se stessi, ma un nuovo personaggio, una maschera emersa dalla fusione dell’individuo con il suo alter ego: il protagonista interiore. I risultati sono sorprendenti.

Il prodotto nasce da corsi e laboratori svolti secondo un metodo da te creato: in cosa differisce dalle scoperte dei grandi maestri del passato?
Credo sia necessario fare una distinzione tra il Metodo Ghetti® e i Laboratori Sublimanti®.

Il Metodo Ghetti® è un metodo performativo che nasce in continuità con tutti i grandi metodi della recitazione, da Stanislavskij fino ai giorni nostri. Non si pone in contrapposizione rispetto alle scoperte dei maestri del passato, ma si sviluppa a partire da esse. Si compone di esercizi originali, come ad esempio le onde musicali performanti, ma la sua peculiarità principale è l’integrazione della drammaturgia all’interno del percorso dell’attore.

La scrittura, infatti, non viene considerata una disciplina separata, ma uno strumento che l’attore dovrebbe conoscere profondamente. Le scene che vengono affrontate durante il lavoro nascono spesso da episodi reali, da vissuti personali che vengono trasformati in materiale drammaturgico. Questo perché molto spesso l’attore è inconsapevole di alcuni aspetti di sé e, di conseguenza, anche sulla scena.

I Laboratori Sublimanti®, invece, sono percorsi di recitazione e scrittura aperti a tutti, attori e non attori. Al loro interno si studiano le principali pietre miliari della recitazione, insieme agli strumenti della drammaturgia, con particolare attenzione alla struttura in tre atti, all’arco di trasformazione del personaggio e al Viaggio dell’Eroe.

Il percorso si sviluppa attraverso sette step ben definiti. Si parte dall’individuazione dell’urgenza scenica, cioè di ciò che realmente chiede di essere espresso, per arrivare alla ricerca del Protagonista Interiore: un alter ego simbolico che può provenire dalla mitologia, dalla letteratura, dal teatro, dal cinema o dall’immaginazione. Questa figura diventa una sorta di maschera perfetta che, paradossalmente, consente alla persona di sentirsi più libera nel dire la verità.

Lo spettacolo sublimante rappresenta l’epilogo di questo processo è il momento in cui il percorso compiuto incontra finalmente lo sguardo del pubblico. È come se il protagonista avesse attraversato il proprio viaggio e giungesse alla necessità di essere riconosciuto.

Più che inventare qualcosa di completamente nuovo, ho cercato di sistematizzare un’esperienza personale e di renderla accessibile agli altri. Conosco il potere trasformativo che l’arte, la scrittura e la recitazione possono avere sulla vita delle persone e ho cercato di costruire un percorso che permettesse a chiunque di sperimentarlo in modo concreto

Quanto c’entrano Pirandello e l’idea di maschera nel processo scelto?
Devo dire che quest’anno non avevo pensato a Pirandello, almeno fino a quando l’universo ha fatto sì che in scena fossero proprio sei le persone coinvolte nel progetto. A quel punto il collegamento è diventato inevitabile.

Pirandello c’entra soprattutto per ciò che racconta nella prefazione ai Sei personaggi in cerca d’autore. Lui stesso narra di una famiglia che un giorno bussò alla sua porta chiedendogli di raccontare la sua storia. La cacciò via, ma quel pensiero continuò a martellare al punto da spingerlo a scrivere l’opera che tutti conosciamo, dove finzione e realtà si fondono.

Nel Laboratorio Sublimante, è fondamentale la volontà del partecipante di affidare la propria vita all’autore. È lì che inizia il processo: un percorso di conoscenza dell’altro, di ascolto e di individuazione di quello che potrà diventare il suo alter ego.

E’ già stato detto da molti che indossiamo maschere… un discorso così inflazionato da renderlo ormai stucchevole.  Per me, quelle che indossiamo ogni giorno non sono finzioni ma facce di noi, sfaccettature del tutto.  Il problema è che spesso finiscono per diventare la nostra identità. E ci dimentichiamo di essere molto di più. Questo è il problema. L’alter ego simbolico che emerge durante il percorso è invece un atto libertario. Rappresenta la scelta, il fool shakespeariano che può permettersi di essere sincero. Paradossalmente, è proprio attraverso questa maschera che si è più sinceri.

Ed è per questo che, una volta entrato così prepotentemente nel percorso di quest’anno, il Maestro non poteva che essere omaggiato. Nel finale dello spettacolo c’è infatti un piccolo tributo a Pirandello che sembrava fosse stato scritto apposta per questo progetto. Ma per scoprire in che modo bisognerà venire a teatro.

Chi sono i protagonisti?
I protagonisti del Laboratorio sublimante 2026  sono Alessandra Paolucci, sindacalista; Bruno Iaria, addetto assistenza impianti di climatizzazione; Luca Raimondi, amministratore di condomini, Giusi Balzani, regista di backstage; Sabrina Milea, educatrice dell’infanzia;  Walter Virga, avvocato.

Sul palco si trasformeranno in un’Arianna contemporanea che incontra il suo Teseo per perdersi e ritrovarsi. Un Edmond Dantès rinchiuso nella cella del proprio destino, dove scopre che la natura è perfezione. Un consulente di climatizzazione perseguitato da un freddo stocastico; una Lulù che attraversa le sue età alla ricerca di un abbraccio, un’Alice che precipita in un Paese delle Meraviglie psichedelico e chirurgico, e infine un Faust di goethiana memoria che, imprigionato nelle regole, desidera assaporare per una volta il gusto della libertà.

Storie molto diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa domanda: chi siamo davvero quando troviamo il coraggio di raccontarci?

In che termini racconti di trasformazione alchemica?
Innanzitutto il concetto stesso di sublimazione, centrale nella psicologia da Freud in poi, è già un concetto profondamente alchemico, perché implica una trasformazione: la capacità di convertire un’energia incapsulata in qualcos’altro.

L’essere umano compie continuamente questo processo in modo inconsapevole, come meccanismo di adattamento e sopravvivenza. Nei Laboratori Sublimanti questo fenomeno viene portato alla massima potenza, perché il materiale della vita reale diventa materia artistica. Il vissuto dei partecipanti viene accolto, elaborato attraverso gli strumenti della drammaturgia e infine restituito sotto forma di performance teatrale.

In questo senso si tratta a tutti gli effetti di un’operazione alchemica: un processo di solve et coagula, di dissoluzione e ricomposizione. Ciò che inizialmente appare come esperienza personale, frammento biografico o ferita individuale viene progressivamente trasformato in racconto, immagine, simbolo e azione scenica.Come autrice, il momento alchemico in assoluto durante un laboratorio è il processo drammaturgico a servizio dell’interprete che, a sua volta, sperimenta la disgregazione nel percorso verso la scena. 

Scrivere un monologo sublimante richiede la conoscenza degli strumenti della scrittura, ma anche una profonda comprensione della psiche umana. L’obiettivo non è raccontare semplicemente un episodio vissuto, ma distaccarsene quel tanto che basta per renderlo universale. Per questo motivo mi piace pensare che le storie dei partecipanti entrino nel mio athanor, il crogiolo dell’alchimista, e ne escano trasformate. Quello è il momento più intimo e autoriale.

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