Che Seong Gi-hun, il numero 456, stesse per giocare la sua partita finale era chiaro. Vero protagonista di Squid Gameserie Netflix di successo l’eroico personaggio è stato tale proprio per il suo non esserlo. Disperato come gli altri, ugualmente insolvente, a suo modo capace o incapace di fare del bene o del male a seconda delle circostanze. Insomma, come avrà modo di dire lui stesso “un essere umano”, semplicemente questo.

Nel lungo match che sembrava essersi esaurito con il finale della prima stagione per, poi, protrarsi – come di consueto avviene con le serie di successo – con la seconda ed esaurirsi con la terza – le due strettamente collegate – ad affiancare la storia del nostro protagonista ci son state vicende più o meno scomode, legami familiari strazianti, rapporti nati in circostanze assurde ma che hanno retto fin troppo bene allo scontro con l’inevitabile. Perché, sì, qui alla fine del gioco si muore. La sopravvivenza è l’eccezione, non la regola.

Il finale di “Squid Game” con qualche piccolo spoiler

Se c’è una cosa che ha segnato questa serie sudcoreana fin dai primi istanti è stata la sua capacità di mostrare una realtà altra come se fosse, a ben vedere, non così distante da quella in cui siamo immersi. Al di là del risultato non esiste un vero vincitore che non sia il potere, indissolubilmente legato al denaro, ma, soprattutto, a una perversa e umanissima voglia di prevaricazione. Ecco perché quello che rende così amaro l’epilogo di questa storia è vedere riproposto lo stesso schema di reclutamento al gioco a chilometri di distanza, addirittura in un altro Stato.

Che abbattere un luogo non significasse sconfiggere un’idea era facilmente intuibile, ma lo shock è sempre lo stesso e dice tanto della società globalizzata in cui ci troviamo. A vivere serenamente sarà sempre più un’élite a discapito di chi, invece, per sorte o natali farà sempre più fatica ad emergere. Questo sembra suggerire la serie ed è per tale ragione che si resta con l’amaro in bocca. Pur avendo visto splendidi esempi di bontà e altruismo a prevalere è la legge del più forte e l’emulazione di pattern già proposti. L’umanità imparerà mai qualcosa? O, meglio, quanta parte di essa vuole davvero fare la differenza?

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