La regista del documentario Tempo d’attesa, Claudia Brignone, mi ha chiesto di partecipare alla proiezione del 18 marzo presso il cinema Troisi e di contribuire al dibattito che ne sarebbe scaturito.

A poche ore dalla visione mi sento di dire grazie a Claudia e a tutte coloro che hanno contribuito al progetto! Innanzitutto mi hai permesso di scoprire questo luogo meraviglioso che è il Cinema Troisi e la calda accoglienza del suo staff, infatti la visione di Tempo di attesa è avvenuta durante le matinée del cinema che si tengono tutti i martedì, chiamate I cinemini – e che sono dedicate proprio alle famiglie con bebè, quindi luci soffuse, volume contenuto ma anche nuove uscite e bei film.

“Tempo d’attesa”, tempo con la T maiuscola

Vedere un documentario così intenso sull’attesa e la nascita, circondata da bebè, di cui alcuni nati con me, è stato veramente bello. Le autrici di Tempo d’attesa sono riuscite a rendere bene quei momenti fatti di dubbi, dolori, felicità, ambiguità, entusiasmo, ma anche traumi che vengono a galla, che sono quelli dell’attesa, rendendo sullo schermo, con verità, quello che può essere il mondo della nascita quando si offre Tempo, il tempo con la T maiuscola, quello che ogni donna, ogni bebè, ogni padre merita.

Allo stesso tempo ci ricordano il valore della socialità, quella corporea, fatta di tatto, odori, parole, vibrazioni, e lo fanno attraverso la figura di Teresa, un’ostetrica di lunga esperienza, dalle mani sapienti. Mani che palpano pance, mani che accolgono bambini. Ma soprattutto presenza materna e accogliente che organizza e accoglie cerchi di donne nel parco. I cerchi di donne possono essere momenti estremamente importanti in cui esprimersi con autenticità e frequentarli in gravidanza e nel dopo parto può essere di vitale importanza per non sentirsi sole in un contesto sociale in cui il concetto di famiglia diventa sempre più ristretto pur allargandosi dal punto di vista delle definizioni.

Umani, animali sociali

Noi umani siamo animali sociali e questa socialità impregna fisiologicamente anche e soprattutto la nascita di una nuova creatura umana e dei suoi genitori. Ritrovarsi da sole in casa con la pancia che cresce, e il corpo e la testa che cambiano a velocità vertiginosa, o con un bebè che si esprime solo con pianto e gorgoglii non è fisiologico e può creare squilibri importanti. Poter condividere questi cambiamenti con altre donne o persone è di vitale importanza, farlo in natura, come nel documentario di Claudia Brignone, esalta la connessione primale che ancora possiamo vivere come donne del 2025. L’espressione di memorie, domande intime e profondamente personali è infatti facilitata in presenza della Natura che è sempre diversa ma anche uguale allo stesso tempo.

Senza fronzoli, questo documentario in corsa ai David di Donatello, ci ricorda che possiamo e dobbiamo creare un nuovo immaginario rispetto alla nascita e che possiamo farlo tutt@ insieme! Sono sempre più convinta che il livello di civiltà di una società si misuri in base a come accompagna e protegge le donne durante il parto e come accoglie la nascita di ogni essere umano, in una finestra temporale, quella del parto/nascita, che non torna mai più nella vita dell’individuo e che ha ripercussioni profonde sulla salute di chiunque ne sia coinvolt@, cioè tutt@, perchè tutt@ siamo, comunque, nat@.

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