“Tremore essenziale”. Poesia antispecista
"Tremore essenziale", il nuovo libro di Ilaria River Beretta non può lasciare indifferenti, né dal punto di vista antispecista né letterario.

"Tremore essenziale", il nuovo libro di Ilaria River Beretta non può lasciare indifferenti, né dal punto di vista antispecista né letterario.

Sebbene gli animali siano presenti nella poesia in numerose forme, non è facile imbattersi in una vera e propria poetica antispecista. Anzi, si può dire che non sono in circolazione libri di poesia in cui alla presa di posizione contro lo sfruttamento animale si affianca una reale qualità artistica.
Forse per questo, quando di recente ho avuto l’occasione di leggere Tremore essenziale, l’ultimo libro di Ilaria River Beretta, mi sono accostato ai suoi versi con una certa diffidenza.
Ma Tremore essenziale non può lasciare indifferenti, né dal punto di vista antispecista né dal punto di vista letterario.
Ilaria River Beretta è arrivata alla poesia da altri lidi: è stata giornalista, oggi fa l’insegnante, scrive di pedagogia montessoriana, e si è cimentata in passato con la forma-racconto. Qui la sua profonda sensibilità etica e politica emerge in modo diretto e a tratti straziante.

C’è un fil rouge perturbante, il tremore essenziale che dà il titolo alla raccolta ma anche a ben cinque delle poesie. Quasi un richiamo, o un battito, un ritornare con accenti diversi su questo elemento. Il tremore essenziale è innanzitutto una malattia, una patologia se stiamo alla diagnostica ufficiale, se diamo per buono il sapere medico. Ma è prima di tutto un sintomo: il tremito. Un movimento che, come osserva Robert Chapman (L’impero della normalità. Neurodiversità e capitalismo) per le forme di disabilitazione in generale, rende la persona meno produttiva, meno performante. “Essenziale” perché non vi sono cause organiche evidenti.
Perché una percentuale sorprendente della popolazione trema apparentemente senza motivo? Qualcosa fa pensare a un misto di elementi fisici e psichici, emotivi, di sensibilità (come se la distinzione mente/corpo reggesse davvero). E il nostro modello medico ipertecnologico non sa spiegarlo.
Pare di capirlo meglio dai versi, toccanti, di Ilaria River Beretta. L’autrice ne parla in prima persona, incarnando quel tremore che diventa un modo di essere e di guardare al mondo. Ed è qui che entrano in gioco i non umani. Le poesie su di loro, sul loro punto di vista, dal loro punto di vista, si alternano a quelle sul tremore.
Ma anche le poesie più propriamente antispeciste, a ben vedere, parlano di corpi che tremano. Trema il corpo della cavia in attesa di essere torturata sul tavolo di dissezione in nome di una scienza per lei del tutto incomprensibile. Trema il corpo della madre cinghiale che si erge a difesa dei propri cuccioli di fronte al cacciatore. Tremano gli orsi trentini, vittime del suprematismo umano, e con loro sembra tremare l’intera montagna. Tremano i miliardi di senza nome negli allevamenti intensivi di tutto il mondo. Ed è una persona che esperisce il tremore quotidianamente a connettersi con questa sorda angoscia del mondo animale.

Dicevamo: Tremore essenziale non può lasciare indifferenti, né dal punto di vista antispecista né dal punto di vista letterario. Perché per l’autrice quel tremore è molto di più di una malattia. Si tratta del disagio di vivere in un mondo violento, il cui pensiero ti toglie il sonno, è l’inquietudine di chi non si rassegna.
Nonostante il rigore con cui River Beretta scrive, tutte le forme stilistiche che sceglie restituiscono appieno l’urgenza di scuotere dal torpore chi legge. Le poesie di Tremore essenziale sono inneschi di empatia, un’empatia forse scomoda. Sono porte aperte su mondi di dolore: i luoghi dello sfruttamento animale osservati dal punto di vista delle vittime.
Dentro, sempre questa folla di prigionieri dello specismo: i maiali segregati, i cinghiali braccati nei boschi, gli orsi della bile, le moltitudini di piccioni perseguitati nelle nostre città sempre più gentrificate e antropizzate. compaiono gli orsi trentini e abruzzesi, i piccioni perseguitati nelle città a misura d’uomo.
Eppure, in questo abisso, emerge anche, altrettanto inquietante, il punto di vista del carnefice. Un punto di vista problematico, angosciante. Sono né più né meno che gli attori della violenza, come per esempio un vivisettore che si deve finalmente guardare allo specchio, forse la figura più emblematica dell’arroganza umana.
Il valore pedagogico e in un certo senso di propaganda che percorre tutto il libro, dicevo sopra, non soverchia mai la qualità poetica, l’autenticità della compassione.
I versi prendono forma intorno a immagini oniriche e al tempo stesso concrete, reali come i nervi e il sangue delle creature violentate.
Anche la postfazione, da cui ci si aspetterebbe una fredda analisi dei versi, è un ulteriore, finale slancio verso la compassione e la rabbia. Il tremore essenziale, condizione esistenziale pervasiva, da patologia è stato trasformato in uno stato di violenza creativa che permette di entrare in connessione con le altre vite, con tutto un mondo dimenticato ma presente in ogni cibo, in ogni vestito, in ogni merce che il nostro sistema di vita produce e mette in circolazione.
Se la poesia è in grado di innescare l’empatia, possiamo partire da qui perché lo sdegno e il desiderio di giustizia deflagrino oltre i confini della nostra specie.
