Il tempo scorre inesorabile, trascina tutto con sé come una tempesta e corrode come l’acqua del mare. Eppure, Ulisse non voleva invecchiare.

Il film di Christopher Nolan, in sala in questi giorni, mette in scene molteplici aspetti del poema omerico, così come molteplici sono le sfaccettature della personalità di Odisseo.

Nondimeno, se c’è un tema del film che mi ha colpito più di altri, è quello del tempo.

Il protagonista, lo sappiamo, cambia nel corso dei suoi vent’anni lontano da Itaca. Ma quale essere umano, in fondo, non cambia nel corso della vita? Nell’animo e sulla pelle?

Lo stratagemma del cavallo di legno

Sappiamo che Odisseo consente agli Achei di conquistare Troia grazie allo stratagemma del cavallo di legno. Non a caso è magnifico il campo lungo sul cavallo arenato lungo la battigia troiana.

Sappiamo che Odisseo fugge dalla caverna di Polifemo con la lusinga del vino offerto al ciclope e con l’inganno del falso nome. Nel film Polifemo appare sotto le vesti sorprendenti di un enorme gollum, quasi del tutto reticente se non quando viene colpito – non dalla bugia di Ulisse – ma dalla freccia ingiuriosa, scoccata dall’arco dell’eroe quando ormai i greci sono in fuga dal mostro.

Odisseo poi vuole ascoltare le voci delle Sirene senza farsi trascinare dalla loro promesse. L’eterna metafora della speranza del futuro e della sua disillusione, anche dietro la telecamera di Nolan.

Ulisse e l’incantesimo di Circe

Odisseo salva i compagni dall’incantesimo di Circe, resistendo pure alla seduzione della maga. Nolan trasforma l’attrice (Samantha Morton) in una donna dimessa e poco attraente per celarne la natura di femmina risentita per la brutalità degli uomini e offesa dalla predominanza dei loro istinti primordiali. Non a caso, è proprio Circe nel film a plasmare con le proprie mani la metamorfosi dei compagni di Ulisse in porci fangosi e ributtanti.

Infine, l’eroe torna a Itaca e compie la sua vendetta sui Proci. Uno stereotipo dell’ingiustizia che si redime attraverso la vendetta sugli usurpatori, indifferenti al tempo e alla possibilità del ritorno a casa del re di Itaca.

In tutto questo, Odisseo è sempre vincitore, è sempre trionfatore. Ogni volta Odisseo rinasce dalla propria sconfitta, riemerge da un proprio fallimento, scioglie le vele in fuga da un approdo sbagliato. L’eroe ambisce alla patria lontana ma dentro di sé gode, al massimo della voluttà, il momento irripetibile.
L’eroe poi sbaglia e paga la pena del suo errore. Rimettendosi in viaggio, di volta in volta, in cerca di una nuova terra da esplorare nel suo cammino di ritorno.
Tuttavia, se ogni sconfitta porta con sé una vittoria, non può fare a meno di lasciare cicatrici nell’animo dell’eroe. Compresa la cicatrice più profonda, ovvero quella di aver sterminato il popolo di Troia non con il coraggio, ma con il raggiro più subdolo.

Malgrado ciò, l’orrore di quel momento si confonde con l’ebbrezza dell’impresa, grazie alla quale lui vivrà per sempre. Ripugnanza per ciò che ha fatto, financo estasi per tanta grandezza di un’impresa mai vista o cantata prima.

Per questo anche il tempo della narrazione non rispetta la sequenza omerica, per prima cosa omettendo l’approdo del naufrago Ulisse sulla spiaggia dei Feaci da cui parte il racconto a ritroso di tutte le sue avventure. Nolan omette questo episodio perché è lui a volere comandare il tempo del suo film, allungandolo con i vari episodi dei canti e accartocciandolo per ritornare sempre allo stesso punto di partenza: il cavallo di Troia arenato sulla spiaggia, prima di essere trascinato, in modo fatale, dentro le porte Scee della reggia di Priamo: il punto più infamante dell’epos, tra macerie, lacrime e sangue, e al contempo il punto più dionisiaco dell’esperienza del nostos odissiaco.

Eppure, c’è un avversario su cui l’eroe non può nulla: è il tempo.

Odisse parte per la guerra di Troia come uomo al massimo delle energie e delle capacità intellettive e infine ritorna a Itaca alle soglie dell’età senile.
Ritorna, stermina i Proci, riconquista Penelope, consacra Telemaco quale suo erede e poi riparte all’avventura, come ci ha insegnato la lezione di Dante.

Ma, ogni volta, Odisseo è un uomo trasformato, così come lo è nella propria vita ciascun individuo. Trasformato dentro e modificato nell’esteriorità a causa delle fatiche.
L’eroe è cambiato dopo la vittoria ottenuta a tutti i costi – anche quelli non legittimi (Troia) – allo stesso modo in cui ogni uomo deve fare i conti con la propria coscienza al cospetto di quel “gioco sporco” che ha almeno commesso una volta nella sua vita. Odisseo è un uomo diverso dopo le tentazioni, come lo è ogni uomo che vi abbia ceduto o meno. Odisseo è cambiato dopo aver vissuto una grande paura per imprudenza o spavalderia (Polifemo) o dopo aver osato superare il limite (Scilla e Cariddi). Odisseo è un altro uomo quando riabbraccia Penelope e cede il testimone a Telemaco, come ognuno di noi lo è con chi ci è accanto o ci sarà dopo di noi.

Ulisse è anche un altro uomo rispetto al padre Laerte, come racconta quel bellissimo libro di Daniel Mendelsohn, “Un’Odissea. Un padre, un figlio e un’epopea“.
Ulisse supera tutte le avversità, compresa l’ira della divinità (Poseidone) ma contro il tempo a nulla valgono il suo ingegno mutiforme e la sua astuzia.
Qui si mostrano il suo limite, la sua debolezza. La sua incapacità.

Di fronte allo scorrere inesorabile degli anni, all’incanutirsi della barba, alle rughe di Penelope, allo sguardo ormai adulto di Telemaco, alla morte del cane Argo e alla vecchiaia indefinita del porcaro Eumeo, resta solo la nostalgia.
Nostalgia per ciò si è vissuto una volta per sempre.
A cui si aggiunge il senso di colpa per gli orrori, sempre commessi nella propria esistenza. Il cui archetipo in Ulisse è propria la distruzione, fedifraga, di Troia. Il punto di partenza. L’origine del malessere di Ulisse.

Ancora, c’è altro. Perché nulla duole di più di ciò che non solo è passato per sempre, ma mai più si potrà ripetere perché semplicemente si è diventati vecchi.

Sembra paradossale ma il crimine efferato di Troia coincide con il culmine dell’eroismo e del godimento dello stesso.

Per questo Odisseo capisce, alla fine, di temere più la vecchiaia della nostalgia o del senso di colpa. Di affrontarla con più terrore di quando fronteggiava l’occhio di Polifemo o ascoltava la melodia delle Sirene.

Perché il vero limite invalicabile è proprio quello: non essere più giovani, più forti e belli. Più ammirati e ricercati da tutti.

A questo punto l’introspezione dell’eroe è divenuta nel corso delle peripezie sempre più ombrosa, irrimediabilmente controversa. Fino a raggiungere l’abisso della consapevolezza con il ritorno proprio a Itaca.

Così ad ogni spirito umano, il tempo offre alla fine del proprio corso le pietanze della nostalgia e del rimpianto, attinte dallo stesso vassoio di chi ha un ultimo sentore di fame.
In modo inesorabile, al di là o meno della volontà di qualche dio.

E poi alla fine offre il calice della vecchiaia. Da bere tutto d’un sorso.

Questo è l’insegnamento maggiore che ho tratto dalla visione del film di Christopher Nolan.
Un insegnamento che, a mio modo, ha riguardato anche me quale individuo.

Infatti, quando a settembre dell’anno scorso io ho iniziato a insegnare a Lipari, i miei nuovi allievi mi chiesero subito:

“Lo sa, prof, che che alle Eolie hanno girato alcune scene del nuovo film sull’Odissea?”

A distanza di un anno da quella notizia, poi, sono andato in questi giorni nelle sale a vedere il film e l’ho trovato molto bello, avvincente. Tuttavia, per quanto io sia stato avvinto dalla scene realistiche e dalle musiche incalzanti, io stesso ne sono uscito turbato. Con quella stessa amara constatazione del protagonista, alla fine della pellicola, su ciò che scorre e passa, ciò che fugge e non torna, ciò che ci rende immortali e mortali nello stesso attimo della sua consapevolezza.

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