Ho da poco compiuto sessant’anni, di cui quasi metà vestito da crossdresser. Ne ho viste e sentite più che abbastanza per affermare senza tema di smentita che al maschio è sì concessa ogni stravaganza purché nel limite della legge e del decoro, ma quando il gioco si fa duro, quando l’occasione è seria, quando il contesto è importante, ebbene le stravaganze tali devono tornare e l’unico acconciamento consentito è quello ottocentesco modello Camillo Benso Conte di Cavour, ultima moda 1856: clergyman nero o blu scuro in due o tre pezzi (giacca-gilet-pantalone con pence), camicia bianca con maniche leggermente sporgenti dalla giacca, cravatta in seta scura a tinta unita, calza filo scozia al ginocchio, Oxford stringate, zero trucco ma proprio zero, nel senso che se osi un fondotinta rischi il divieto d’accesso.

Col tempo ho maturato il cinismo del chest’è, a cui unisco una buona dose d’indignazione se penso a quanti passi ha invece fatto la donna rispetto a quella che era la sua moda del 1856.

Lo dico e lo ripeto: l’inverno demografico con l’economia non c’entra. I plurimilionari che ho conosciuto sono tutti senza figli. Se di bambini ne nascono così pochi è perché alla radice ormai non funziona più niente, e fra questo “niente” va rettamente incluso pure un codice espressivo che semplicemente fa finta che il tempo non passi, che dopo il decimonono non siano venuti e andati altri secoli, che l’allure dei nostri trisnonni – per lo meno da parte maschile – fosse scritta nelle stelle e andarvi contro significhi insultare Dio.

Fino a qualche anno fa, lo ammetto, contavo che l’esempio mio e di quelli come me, per estremo che sia, potesse fungere da stimolo a cambiare qualcosa. A tornare, magari non sempre ma a tornarci, ai tempi in cui gli uomini si scosciavano più delle donne, s’ingioiellavano e s’incipriavano, andavano in giro con cappelli di piume che io manco nei sogni, e con minigonne che al confronto le groupies della swinging London erano educande. Adesso ho gettato la spugna. Non perché mi vadano chissà quanto male le cose, no, una reputazione e un’immagine le ho, faccio una vita normale pur nelle sue difficoltà, ma mi accorgo che niente di diverso dall’Ottocento privo di eros, di gusto e di colore può attecchire quando si tratta di moda maschile. Davvero nulla.

L’appuntamento con un uomo libero è rimandato

L’appuntamento con un uomo veramente libero è rimandato sine die, ci vorranno mille anni o comunque un tempo superiore all’immaginazione umana. E qualcosa mi fa temere che prima della gonna in seta con spacco o della calza a rete occorrerà passare per la clava e la pelle d’orso alla Fred Flintstone (era Einstein, se non sbaglio, a dire che la quarta guerra mondiale si combatterà con le fionde).

Intanto, i pionieri continuiamo a essere noi, noi tutti che cerchiamo di innovare e incoraggiare la realizzazione di desideri di bellezza inconfessabili ma comuni a sempre più maschi, fidatevi. Anche a quanti mi stanno leggendo sogghignando. Anzi, i primi sono loro.

Che dite per esempio dei gioielli? Diamonds are the girls’ best friends, cantava Marilyn a metà anni Cinquanta. Ma io credo che lo possano essere pure per i boys, sapete. Per quanto poco lo si ammetta e loro stessi lo riconoscano.

È uscito un libro che fa luce su questo fenomeno. Facilmente deducete quanta importanza io gli attribuisca. Si intitola The Gentleman. Stile e gioielli al maschile, è edito da White Star e in 192 pagine ricche di immagini e approfondimenti esplora il valore del gioiello come espressione culturale e personale, intrecciando estetica, identità, costume e trasformazione dello stile.

L’autrice, Mara Cappelletti, professore a contratto per il laboratorio didattico “Moda e Gioielli: stili, significati e comunicazione”, nell’ambito del Corso di Laurea in Editoria, Culture della Comunicazione e della Moda presso l’Università degli Studi di Milano, nonché membro della British Society of Jewellery Historians, ha il grandissimo merito di aver intuito un trend restituendocene una testimonianza che gli dà il sentiment giusto: quello dell’uomo che un tempo piaceva a se stesso e oggi, per proibito che sia dirlo, intende riprendere a piacersi.

La pubblicazione nasce dall’omonima mostra, in corso a Palazzo Morando Costume Moda Immagine fino al 27 settembre e già accolta con grande interesse dal pubblico, che ha contribuito a dare nuovo slancio a un tema sempre più attuale.

Il volume esplora il significato dell’ornamento prezioso nel mondo dell’uomo, mettendo in luce come gioielli e accessori abbiano rappresentato nel tempo simboli di potere, eleganza, appartenenza sociale ed espressione personale.

Il racconto si apre con il XVIII secolo, epoca in cui l’uomo europeo delle classi aristocratiche indossa con naturalezza gioielli elaborati, accessori decorativi e abiti riccamente ornati. Anelli, pendenti a sigillo e fibbie non sono soltanto oggetti di lusso, ma strumenti di comunicazione sociale e simbolica. Poi si prosegue col XIX secolo, quando, come detto, tutto s’interrompe: il gioiello resiste, ma cambia forma e significato. Compaiono gemelli, spille da cravatta e catene da orologio, oggetti discreti sino all’invisibile, guai a lasciarsi andare.

Il Novecento

Nel corso del Novecento, il rapporto tra uomo e ornamento attraversa fasi contrastanti. Se da un lato la modernità spinge verso la semplificazione e la standardizzazione dell’abbigliamento, dall’altro emergono figure maschili – artisti, intellettuali, icone della musica e del cinema – che riportano l’ornamento al centro dell’espressione individuale. E sfociano in uomini come il sottoscritto, modestissimamente parlando, dediti alla libertà di ornarsi senza condizionamenti.

Non ho mai definito alcun libro “necessario”, ma per questo devo fare un’eccezione. Necessario è. Abiti, gioielli e accessori non hanno genere. Siamo noi ad attribuirglielo. Una società in cui le donne stanno conquistando tante posizioni sino a ieri convenzionalmente maschili ha il dovere di accorgersene. E di rinsavire.

Può farlo a partire da qui.

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