Oggi, 6 agosto 2025, ricorrono 80 anni dall’esplosione della bomba denominata “Little Boy” sulla città di Hiroshima, sganciata dal velivolo militare “Enola Gay”: era il 6 agosto 1945.

La Seconda guerra mondiale in Europa era finita e gli Stati Uniti avevano deciso di ricorrere all’arma nucleare per piegare l’incrollabile resistenza giapponese sul versante del Pacifico: era appunto l’estate del 1945.

Oggi, nell’estate del 2025, quale rapporto abbiamo con la bomba atomica? Resta sempre e solo un simbolo dell’apocalisse oppure ci possiamo fare sopra anche dell’ironia, come ha fatto Stanley Kubrick nel Dottor Stranamore? O addirittura considerare la bomba come musa ispiratrice, come fece Salvador Dalì in alcune sue opere o come fece il padre della Pop Art, Andy Warhol?

Esorcizzare la bomba, l’arte, le conseguenze

Io credo che sia d’obbligo distinguere due piani. Il primo è quello dell’esorcizzazione della bomba non certo per sminuirne il pericolo apocalittico ma proprio per prenderla pienamente in considerazione come possibilità escatologica di fine dell’umanità, proprio in caso di un conflitto atomico: in questo senso l’arte avrebbe lo straordinario potere di ridisegnare la “bomba” come soggetto in grado di scongiurare lo stesso cataclisma nucleare, sulla base appunto dei suoi orrori e delle sue irreversibili conseguenze. Mi rendo conto che sembri un paradosso ma l’arte ha sempre avuto quella straordinaria leggerezza con la quale guardare negli occhi pure gli scenari più tragici, appunto per scongiurarli e deprecarli al tempo stesso.

Non lo penso soltanto io ma anche un bel libro della giornalista Camilla Sernagiotto, intitolato La trappola atomica. Come la bomba ha contaminato la cultura pop (Ultra Edizioni).

In questo saggio, che ripercorre tutti i testi, le canzoni, le opere d’arte, le serie televisive, i fumetti e pure i videogiochi con a tema la bomba a fissione nucleare, la scrittrice ricorda che l’invenzione dell’ordigno atomico è stata la “seconda scoperta del fuoco” da parte del genere umano.

Ma si è trattata della “seconda” scoperta del fuoco da parte di una sola umanità (l’homo statunitensens) fino a quando, a partire dalla fine degli anni Quaranta del secolo scorso, alla creazione della bomba atomica sono arrivati gradualmente anche altri paesi (Urss, Regno Unito, Francia, Pakistan, ecc.) e il nucleare è diventato al contempo arma di mutua distruzione e strumento di deterrenza reciproca.

“Nella storia dell’umanità, spesso il filtro che permette all’uomo di rendersi conto di quello che ha fatto è la cultura. Osservando Guernica di Pablo Picasso si può rimanere scioccati, investiti da tanto orrore e violenza benché a delinearla sia ‘solo’ il pennello e non un obiettivo di un fotoreporter di guerra”.

Dunque, riprendendo quanto sopra, l’arte si è posta a servizio della storia ed è diventata forse l’unica amica della sopravvivenza dell’umanità, perché vuole mettere in guardia l’uomo, sia pure con il riso o con la lente della creatività, a non ripetere i suoi errori madornali. Oppure l’arte lo può fare avvalendosi del valore insostituibile della testimonianza letteraria.

“Leggendo ‘Se questo è un uomo’ di Primo Levi l’anima si rattrappisce, la pelle d’oca diventa così intensa da fare male, come se tanti spilli si conficcassero nei pori. Anche se non vediamo i corpi, i forni e le camere a gas, ciò che lo scrittore superstite dell’Olocausto racconta del campo di concentramento di Auschwitz in cui è stato internato diventa indelebile dalle nostre coscienze”.

Eppure, è proprio il valore della testimonianza letteraria che ci riporta al secondo piano, di cui parlavo sopra.

Il piano della cronaca storica e della realtà

Ritorniamo appunto all’estate del 1945. La Seconda guerra mondiale era da poco terminata nel continente europeo e il nazifascismo era stato sconfitto. Mancava solo il Giappone alla “resa incondizionata”.

Per tale motivo, da mesi i bombardieri americani avevano iniziato a colpire al tappeto il nemico, investendo con bombe incendiarie circa due terzi delle città nipponiche, attraverso ripetuti e interminabili attacchi dal cielo rivolti ai luoghi densamente abitati dai civili. Il principio statunitense, prima e poi a conferma delle stesse Hiroshima e Nagasaki, era quella di terminare quanto prima il conflitto con il Giappone per evitare l’aggravarsi delle perdite di uomini e soldati a stelle e strisce.

Bisognava sfiancare il morale dei giapponesi e la loro capacità di resistenza a tutti i costi.

Ecco, dunque, Hiroshima.

Restiamo tuttavia, alla nostra narrazione, a quel secondo piano dei due da me precedentemente distinti.

Retiamo ancora al piano della cronaca storica e della realtà.

Perché oggi c’è un’altra potenza (Israele) che sta seguendo con determinazione e spietatezza un proprio principio di tipo politico-militare.

Bisogna sfiancare a tutti i costi la resistenza di Hamas (di per sé non sbagliato).

I luoghi pieni di abitanti (civili e innocenti) e densi di umanità vengono ininterrottamente bombardati.

La gente (civile e innocente) viene lasciata morire di fame.

Infine, sempre a valor di testimonianza storica e attuale, ci sono le immagini reali. Hiroshima 1945 (sotto, a sin.) e Gaza 2025 (a destra) [quest’ultima è tratta dal Washington Post, foto di Heidi Levine].

Per Gaza, però, non vale neanche il primo piano, quello dell’arte purtroppo, a esorcizzare e scongiurare quanto sta accadendo da qui agli ultimi due anni. Tutto è luttuosamente reale, oggettivo. Non c’è spazio per alcune forma di “elevazione artistica”.

L’unica forma di testimonianza resta, invece, quella dell’orrore e di una condanna inascoltata di gran parte della comunità internazionale indirizzata a Israele, a sua volta interessata soltanto, come gli Usa nel 1945, alla propria sicurezza e a limitare le proprie perdite in termini di uomini e soldati.

A tutti gli altri resta l’orrore, soltanto l’orrore.
E la volontà di denunciare, testimoniare, raccontare, in un modo ostinatamente e umanamente incrollabile, che viviamo in un mondo che non ha imparato nulla dai propri errori.

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