Afghanistan, anche gli scacchi finiscono sotto al burqa
In Afghanistan non si potranno più giocare gli scacchi. Il governo talebano lo ha infatti vietato. Il film "Leggere Lolita a Teheran".

In Afghanistan non si potranno più giocare gli scacchi. Il governo talebano lo ha infatti vietato. Il film "Leggere Lolita a Teheran".

In Afghanistan non si potranno più giocare gli scacchi. Il governo talebano ha infatti decretato il divieto ufficiale, considerandolo non conforme alla legge islamica.
Il provvedimento si inserisce in una più ampia campagna di restrizioni culturali che ha già colpito musica, film, carte da gioco, riviste di moda e altri simboli dell’intrattenimento considerati “occidentalizzati”.
La decisione, comunicata attraverso i canali ufficiali del regime, ha sollevato preoccupazione da parte di numerose ONG e attivisti per i diritti umani, che la interpretano come un ulteriore tentativo di annientare ogni forma di espressione libera nel paese.
Un gioco vietato, una libertà negata
Al di là dell’apparenza, il divieto degli scacchi non è un episodio isolato né banale. Il gioco è da sempre associato all’esercizio della logica, della strategia e del pensiero critico, caratteristiche che mal si conciliano con un sistema che fonda il proprio potere sul controllo assoluto delle coscienze.
Durante il loro primo regime (dal 1996 al 2001), i Talebani avevano già vietato gli scacchi, considerandoli un gioco d’azzardo e una distrazione dalla religione. Oggi, con il ritorno al potere nell’agosto del 2021, la storia si ripete. Ma in un contesto ancora più grave, dove alle limitazioni culturali si sommano pesanti restrizioni sociali, in particolare per le donne.
Dal divieto di frequentare scuole superiori e università, all’obbligo del burqa, fino alla reclusione domestica imposto a molte lavoratrici, il nuovo corso talebano appare sempre più orientato verso un sistema repressivo e ideologicamente rigido.
Una frattura con la tradizione
Il divieto degli scacchi appare ancor più paradossale se si considera che proprio in Asia centrale, e in particolare nell’area che comprende l’odierno Afghanistan, il gioco ha avuto nei secoli una delle sue più importanti fasi di diffusione e sviluppo. Nato in India nel VI secolo, lo “shah mat” (“il re è morto” in persiano) si è radicato nel mondo islamico prima ancora che in Europa. Vietarlo oggi significa anche rompere con un patrimonio culturale che appartiene alla storia stessa del paese.
L’isolamento cresce, il dissenso si spegne
Con questa nuova misura, i Talebani rafforzano un modello sociale che punta all’isolamento intellettuale e alla soppressione del dissenso. Anche un semplice gioco diventa così uno strumento potenzialmente pericoloso, perché alimenta la riflessione, la libertà di scelta, il confronto.
Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. Alcuni esponenti europei e diverse ONG hanno denunciato pubblicamente il provvedimento, chiedendo una presa di posizione più netta da parte delle istituzioni occidentali. La risposta però è quella di una posizione ancora debole e poco decisa.
Un appello alla responsabilità
In un contesto come quello di oggi a livello globale, in cui i diritti fondamentali vengono quotidianamente messi in discussione, episodi come questo non possono essere ignorati. Questi tipi di divieto non sono solo una curiosità, né un retaggio folkloristico: è un segnale grave, che va letto per ciò che è, ovvero un attacco alla libertà di pensiero.
Per questo è necessario continuare a tenere alta l’attenzione sull’evolversi della situazione. È possibile sostenere il lavoro delle organizzazioni umanitarie presenti sul territorio, firmare petizioni internazionali, sollecitare i propri rappresentanti politici a non abbassare lo sguardo. Ogni azione, anche minima, può contribuire a mantenere viva una voce che in Afghanistan rischia di essere spenta del tutto.
Vi lascio diversi link di alcune ONG dove potrete dare una mano in diversi modi: Amnesty international, Human Rights Watch, UNHCR
Inoltre, per comprendere fino in fondo cosa significhi resistere attraverso la cultura in un regime che teme la libertà di pensiero, vi consiglio la visione del film “Leggere Lolita a Teheran“, visibile su a questo link su Amazon Prime. Il racconto di Azar Nafisi mostra come anche un semplice libro, come un gioco di scacchi, possa diventare un atto di ribellione. Un invito a non dare mai per scontato il diritto di pensare.
