C’è un tipo di violenza che tutti riconosciamo subito: quella che si vede. Il livido. La frattura. La foto in cui il volto di una donna porta un segno fisico inequivocabile. È la violenza che la cultura considera “vera”, quella che non ha bisogno di spiegazioni né di parole. In queste situazioni la vittima viene creduta, sostenuta, talvolta perfino compianta. È la violenza giusta, se vogliamo chiamarla così, con amara ironia: quella che l’opinione pubblica è pronta a riconoscere come tale.

Ma la realtà quotidiana dei centri antiviolenza racconta un’altra storia

Esiste una violenza che non lascia lividi sulla pelle. Una violenza che non si fotografa, che non si denuncia facilmente, che non “si vede”. È una violenza fatta di linguaggio, di controllo, di isolamento, di invasione lenta e continua della vita dell’altra persona. È una violenza che spesso la stessa vittima fatica a nominare. Lo stalking non è solo un pedinamento. È un’occupazione della vita.

Al Centro Antiviolenza dove sono psicologa tirocinante, incontro storie che sfidano l’immaginario comune. Come quella di una donna quarantenne perseguitata per anni da un uomo che apparteneva alle forze dell’ordine. Sembra un ossimoro, lo so, ma invece succede davvero. Lui è un professionista stimato che per vocazione ha scelto di proteggere gli altri. Lei una donna autonoma, capace, con una rete di relazioni e un lavoro costruito negli anni.

Quando la loro relazione è finita, lui non ha accettato il rifiuto. Ha cominciato a seguirla, a monitorare i suoi spostamenti, a presentarsi sotto casa, a telefonare ai suoi colleghi per screditarla. A contattare chiunque le fosse vicino, insinuando che fosse instabile, pericolosa, una “poco di buono”.

Una mattina, sulla facciata del palazzo di fronte alla sua finestra, ha trovato la parola “puttana” tracciata in vernice. Non è solo un insulto. È un assedio psicologico. È la dichiarazione di possesso: “Ti vedo. Ti controllo. Posso raggiungerti ovunque, mi avrai sempre davanti agli occhi”.

Come si denuncia un uomo così? A chi ti rivolgi, quando lui indossa la divisa di chi per definizione dovrebbe proteggerti? Lei per denunciare ha dovuto cambiare provincia, perché nel suo territorio nessuno ha voluto verbalizzare. 

I numeri che non fanno rumore

Non si tratta di eccezioni. Secondo i dati ISTAT, il 16,1% delle donne in Italia ha subito atti di stalking nel corso della vita. Nel solo 2024, le denunce sono state 8.592. Nel 74% dei casi, la vittima è una donna. E questi dati rappresentano soltanto le situazioni che arrivano alla denuncia. C’è tutto un mondo di violenza normalizzata che non arriva mai agli archivi giudiziari, perché non viene riconosciuta. Non dai familiari, non dagli amici, non dalla società. A volte, neanche da chi la subisce.

Perché facciamo così fatica a riconoscerla?

Perché culturalmente abbiamo interiorizzato l’idea che l’amore implichi il dolore. Che la gelosia sia passione. Che il controllo sia cura. Che la pazienza sia una virtù femminile. Che sopportare sia una prova di valore. Senza un’educazione emotiva, senza un lessico per nominare la manipolazione e l’umiliazione, le persone non possiedono gli strumenti per riconoscere ciò che stanno vivendo. E ciò che non si sa nominare, non si può combattere.

Quando una donna entra in un centro antiviolenza con una storia di stalking o di violenza psicologica, molto spesso la prima cosa che lei stessa chiede è: “Ma secondo voi… è davvero violenza questa?” La nostra risposta è sempre la stessa, certamente lo è, ma il lavoro non è semplice come pronunciare una definizione.

Si tratta di accompagnarla a riconoscere ciò che ha vissuto, a ricostruire una narrazione di sé che non sia fondata sulla colpa o sulla vergogna, a ricordarle che la libertà non è un lusso, ma un diritto. La violenza invisibile vive nelle parole. Finché non impariamo a chiamarla per nome, continuiamo a chiamarla amore. E a sopportarla, come ci è stato insegnato. È qui che inizia tutto: non nella denuncia, non nella fuga, non nel gesto finale. Ma nel momento in cui una donna guarda la propria storia e smette di giustificarla. Riconoscere è il primo atto di libertà. Il primo. Non l’ultimo.

Risorse utili per approfondire

Stalking, aspetti psicologici (Maran e altri) – approfondimento italiano sul fenomeno stalking e le motivazioni/strutture psicologiche della persecuzione.

TED Talk – Leslie Morgan Steiner, “Perché le vittime di violenza domestica non se ne vanno Un bel discorso che non moralizza, non semplifica. Restituisce complessità e dignità.

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