Dal 3 all’8 Febbraio, presso il Teatro Cometa Off di Roma “Prima che ti svegli”, una delicata riflessione sulla fine di un amore più speciale di altri. Dal romanzo di Angelo Mellone, adattamento di Fabio Appetito, regia di Siddharta Prestinari, con Pino Insegno, Alessia Navarro, danzatori Fausto Paparozzi, Alessandra Diamanti. Ne parliamo con la sua protagonista: Alessia Navarro.

In questo spettacolo la relazione è un letto ma anche una zattera: in che senso?
Il letto è il luogo più intimo che esista, quello in cui si ama, si dorme, si sogna, ma in questo spettacolo diventa anche una zattera: qualcosa di instabile, sospeso, che galleggia mentre tutto intorno può affondare. I due personaggi sanno che la loro storia ha una data di scadenza, che finirà in un giorno preciso, e quel letto diventa lo spazio sospeso in cui si consuma il tempo rimasto. Un luogo simbolico di confessione tra amanti. È rifugio e naufragio insieme. E’ il posto in cui si tengono a galla mentre sanno che all’alba dovranno separarsi.

La drammaturgia nasce da un libro: che lavoro è stato fatto per adattarlo? L’adattamento di un libro è sempre un lavoro di ago e filo. È ciò che ha fatto Fabio Appetito, lavorando sul testo originale di Angelo Mellone. Bisogna entrare nel vivo delle pagine, capire come ragiona l’autore per poi introiettare il suo mondo interiore cercando di non tradirlo del tutto. Per questo, con l’autore, ho a lungo parlato delle suggestioni che il testo di Mellone ha smosso dentro di me. La scrittura del copione, che ne è seguita, si è mossa dall’idea centrale – una data di scadenza all’interno di una relazione -, per poi espandersi nella vita dei protagonisti. Abbiamo cercato di restituire, insieme all’autore e alla regista, Siddhartha Prestinari, qualcosa dove ognuno può rispecchiarsi e le difficoltà che si hanno quando si ama o si smette di amare.

Che tipo di percorso emotivo attraversa il tuo personaggio?
Il mio personaggio attraversa una notte di lucidità dolorosa. Parte dall’ironia, quasi dalla leggerezza, per poi scendere sempre più in profondità: dalla rabbia all’amore, dalla nostalgia alla consapevolezza. È un percorso che smonta le difese una a una, fino ad arrivare a una verità scomoda: amare significa anche accettare di restare, di invecchiare, di attraversare il tempo insieme. È un viaggio che non cerca una vittoria, ma una presa di coscienza. Il mio collega sulla scena, Pino Insegno, ha invece lavorato sul contrasto tra ciò che il personaggio dice e ciò che evita di sentire davvero, costruendo un personaggio che vive di controllo, di razionalizzazione, di fuga emotiva. Un uomo che ha scelto una data di fine per proteggersi dalla paura dell’amore che dura, dell’invecchiare insieme.

Secondo te, come mai in un momento così difficile per le relazioni tanti spettacoli parlano di amore?
Perché l’amore è il punto più fragile e più necessario del nostro tempo. In un’epoca che ci spinge alla sostituibilità, alla scadenza, alla fuga, il teatro sente il bisogno di fermarsi lì dove fa più male. Parlare d’amore oggi significa interrogarsi sulla paura dell’impegno, del tempo, della vecchiaia, della fine. Forse raccontiamo l’amore proprio perché facciamo sempre più fatica a viverlo davvero. Il palcoscenico è uno dei pochi luoghi in cui l’amore può essere raccontato senza filtri, senza performance sociali, nella sua verità imperfetta.

La danza ha una presenza importante nello spettacolo: in che modo?
La danza è la parte inconscia della relazione. Dice ciò che i personaggi non riescono o non vogliono dire. È il corpo che tradisce, che ricorda, che cade, che tenta di sostenere e di essere sostenuto. I danzatori, Alessandra Diamanti e Fausto Paparozzi, sono come proiezioni emotive: incarnano il desiderio, il conflitto, il gioco, l’abbraccio mancato. Dove la parola si ferma, la danza continua a parlare. 

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