A livello globale, le città sono da sempre specchio delle trasformazioni demografiche e sociali in atto, e l’urbanizzazione, motore di progresso, ci pone oggi di fronte a una domanda sempre più urgente: dove costruire, quando lo spazio a disposizione non basta più? Le megalopoli rispondono in modi diversi a seconda del contesto geografico in cui si sviluppano: c’è chi si espande in orizzontale, inglobando villaggi e periferie, e c’è chi, non avendo altra scelta, cresce verso l’alto. Sono appena tornato da Hong Kong con la sensazione precisa di aver attraversato la città più verticale che abbia mai visto.

Sette milioni e mezzo di abitanti stipati su un territorio in gran parte montuoso, dove solo circa il 25% della superficie è edificabile: il risultato è una densità abitativa che in alcuni distretti, come Kwun Tong o Sham Shui Po, supera le 50.000 persone per km², tra le più alte al mondo.

L’ultima volta che l’avevo visitata era il 2010. Allora l’autonomia amministrativa e giudiziaria della regione era ancora solida e nettamente distinta dal resto della Cina continentale, secondo il principio “un paese, due sistemi” concordato nel 1997. Tornandoci oggi, quindici anni dopo, si respira un’aria diversa: si parla sempre più spesso di un passaggio di fatto verso “un sistema, un solo Paese”, con un’ingerenza crescente di Pechino nella vita politica, giudiziaria e informativa della città. Anche solo camminando per strada si percepisce quanto quell’autonomia, un tempo scontata, sia oggi un tema aperto.

Hong Kong, ex colonia britannica

Ex colonia britannica fino al 1997, Hong Kong ha sempre dovuto fare i conti con un territorio stretto tra mare e montagna. Non potendo espandersi in larghezza, ha imparato a moltiplicare lo spazio verso il cielo: oggi conta oltre 8.000 grattacieli, più di qualsiasi altra città al mondo, inclusi più di 350 edifici sopra i 150 metri.

Passeggiando tra Central e Kowloon, due grandi cuori urbani ed economici della città, quello che colpisce non è solo l’altezza dei singoli edifici, ma la loro densità: torri residenziali che sfiorano i 60-70 piani si susseguono senza soluzione di continuità, spesso separate da pochi metri l’una dall’altra. Sono salito sul Peak Tram fino a Victoria Peak, da dove la città si rivela in tutta la sua stratificazione: il porto, i grattacieli del distretto finanziario, e più indietro le colline verdi che spiegano perché non ci sia stata altra strada che quella verticale.

Ed è proprio lì, su quelle colline, che si nasconde il paradosso di Hong Kong: nonostante sia una delle città più dense al mondo, oltre il 40% del suo territorio è occupato da parchi nazionali e riserve naturali protette, praticamente intatte dall’urbanizzazione. Non è un caso, ma una scelta di pianificazione precisa: fin dagli anni Settanta la città ha deciso di concentrare la crescita in altezza su una porzione ridotta di suolo edificabile, proprio per preservare il resto del territorio. La verticalità, quindi, non è stata soltanto una necessità imposta dalla geografia, ma anche lo strumento che ha permesso a Hong Kong di restare, a pochi minuti di metro dai grattacieli di Central, una delle metropoli più verdi dell’Asia.

La verticalità come condizione sociale

Ma la verticalità di Hong Kong non è solo un fatto architettonico e ambientale: è anche una condizione sociale. Ho visitato alcuni dei celebri “quartieri a capsule”, dove intere famiglie vivono in appartamenti di 15-20 metri quadrati suddivisi in più stanze, e ho parlato con chi occupa da anni le liste d’attesa per l’edilizia popolare pubblica, che in città può superare i sei anni. La stessa verticalità che genera uno degli skyline più fotografati del pianeta produce anche alcune delle abitazioni più piccole al mondo.

Hong Kong ci fa capire che la densità non è solo un numero statistico, ma un modo di abitare, di muoversi, di relazionarsi con lo spazio pubblico. Camminando tra i mercati di Mong Kok o prendendo lo Star Ferry che attraversa il porto, si respira una città che ha fatto della scarsità di suolo una forma di identità urbana, capace di coniugare l’estetica sfavillante dei grattacieli con la fragilità delle vite di chi, in quegli stessi grattacieli, occupa gli spazi più piccoli.

Hong Kong dimostra che si può crescere in altezza senza sacrificare il territorio, a patto di avere regole chiare su dove costruire e dove no. Ma la densità da sola non garantisce una città vivibile: senza una politica abitativa altrettanto decisa, lo stesso modello che protegge il verde rischia di trasformarsi in emergenza sociale, come mostrano le liste d’attesa per la casa popolare. La verticalità, insomma, funziona solo se non diventa una scorciatoia.

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