Guardare altri a casa loro
Perché proviamo interesse interesse per gli altri? Siamo solo curiosi? Siamo interessati al loro bene? O anche solo invadenti o un po’ “guardoni”? Il libro "Nelle case degli altri"

Perché proviamo interesse interesse per gli altri? Siamo solo curiosi? Siamo interessati al loro bene? O anche solo invadenti o un po’ “guardoni”? Il libro "Nelle case degli altri"

Perché proviamo interesse per gli altri? Siamo solo curiosi? Siamo interessati al loro bene? O anche solo invadenti o un po’ “guardoni”? Forse quando li guardiamo, li “studiamo” e poi li raccontiamo mettiamo in movimento una sorta di gioco degli specchi che ci aiuta a capire noi stessi, addirittura la nostra società o anche perfino il nostro futuro?
E’ quello che può essere accaduto a Valeria Usala che nel suo recente Nelle case degli altri (Garzanti, pp 256, euro 17,00) sceglie un condominio di un certo pregio, anche se segnato dal tempo, in un quartiere borghese di città per osservare gli esseri umani che lo abitano. Sono appunto le abitazioni “degli altri” persone apparentemente lontane da noi che “si incontrano di rado e conversano più per circostanza che per reale interesse”. Sono persone non più giovani che, nel tempo, si sono ben organizzate per garantire ciascuna verso l’altra la ”giusta distanza” della comunicazione, per non interferire, per non invadere, forse per rispettarsi, in definitiva per non conoscersi e per non farsi coinvolgere dalle emozioni degli altri.

Dopo una sgradevole sensazione di guardare come dentro una gabbia di criceti che svolgono le loro attività obbligati in spazi ristretti, Valeria Usala ci avvicina a ciascun personaggio che abita la casa e alle sue solitudini. Si apprezza così come l’intento della scrittrice non sia solo e tanto di tratteggiare figure letterarie prese dalla vita quotidiana ma anche quello di raccontare di una società ormai malata composta da individui essenzialmente soli prigionieri dei propri difetti, delle proprie preoccupazioni e dei loro sogni finiti male.
Valeria Usala si muove sulle tracce di libri come Le luci nelle case degli altri (Feltrinelli 2010) o anche Dimi di Te (Einaudi 2024) di Chiara Gamberale oppure Tre piani, (Neri Pozza 2017) di Eshkol Nevo, ma aggiunge elementi di speranza e ricerca personale di forte energia.
Le vicende che si potrebbero prestare molto bene a un giudizio moralistico come quella del solitario Luciano, uomo del primo piano, fumatore incallito, irrisolto e inaffidabile che passa il tempo a compilare parole crociate che sembrano porgli domande per un bilancio sulla sua vita passata. Oppure la vita ovattata e ipocrita di Aldo e Nora, raccontata per gran parte attraverso un epistolario intercorso tra i due fin da quando erano giovani.
Fino ad arrivare all’anziano orologiaio Ugo che l’autrice descrive immerso in una contraddizione che però non ci sorprende affatto quando nota che è bravissimo nel riparare gli ingranaggi delle macchine e degli oggetti mentre è assolutamente incapace di muoversi tra le dinamiche dei sentimenti umani.
Verso il termine della lettura rimane forte la sensazione che la vecchiaia dei personaggi di cui si parla corrisponda quasi automaticamente anche alla fine di un mondo di un modo di vivere. Certamente la casa custodisce la prospettiva della fine e in gran parte la nega alla vista del resto della cittadinanza, di contro la ragazza protagonista del libro tutto questo lo racconta ed è capace invece di registrare e trasmettere.
La storia della letteratura italiana vanta grandi e nobili esempi di attenzione a queste tematiche che uniscono sensibilità umane e sociali a destini individuali. Ci basti pensare a Quartiere di Vasco Pratolini e/o a La casa in collina di Cesare Pavese. In per periodo però la società esisteva veramente e, nonostante i tanti problemi, gli esseri umani erano in grado, in qualche modo di entrare in relazione gli uni con gli altri con dinamiche a volte polemiche a volte solidali ma che mai di fatto negavano al prossimo la sua esistenza.
