Amori e no
La periferia dell’io in Cecilia Lavatore. un luogo apparentemente marginale che si rivela invece centrale. "Amori e no", lo spettacolo, il libro, il podcast.

La periferia dell’io in Cecilia Lavatore. un luogo apparentemente marginale che si rivela invece centrale. "Amori e no", lo spettacolo, il libro, il podcast.

Ci sono spettacoli che raccontano una storia e spettacoli che riescono a trasformare un’esperienza personale in un luogo condiviso. Amori e no, spettacolo autoprodotto di Cecilia Lavatore andato in scena il 1° giugno al Teatro Cometa Off di Roma, appartiene alla seconda categoria.

Partendo dall’omonimo libro, Lavatore costruisce una drammaturgia che non si limita a trasporre la pagina sul palco, ma la attraversa e la amplia. Il rischio, quando un’opera letteraria incontra il teatro, è spesso quello di lasciare nello spettatore la sensazione di una mancanza, di qualcosa che sulla scena si è inevitabilmente perduto. In Amori e no questo non accade. Il libro conserva la propria forza e la propria verità, ma lo spettacolo trova una voce autonoma, capace di dialogare con il testo senza dipenderne.

Al centro della scena c’è una matassa esistenziale che Cecilia Lavatore sceglie di dipanare collocandosi contemporaneamente al centro e alla periferia di sé stessa. Si osserva mentre si racconta, si analizza mentre vive, mantenendo sempre la prima persona come strumento di indagine. È proprio questo movimento continuo tra vicinanza e distanza a generare uno degli aspetti più interessanti dello spettacolo: un dinamismo fatto di prospettive che si rincorrono e si sovrappongono, dove l’io narrante diventa al tempo stesso soggetto e oggetto del racconto.
Le dimensioni raccolte del Teatro Cometa Off amplificano questa intimità. Il silenzio diventa materia narrativa e ogni volta che viene attraversato dalla voce dell’autrice acquista un significato preciso. Lavatore modula il racconto seguendo le emozioni, alternando registri differenti senza mai perdere autenticità.
Particolarmente intensi risultano i passaggi dedicati ai genitori. Da una parte la madre, raccontata attraverso una sorta di analitica affettiva, una serietà sistemica che prova a dare ordine alle relazioni e ai sentimenti. Dall’altra il padre, evocato attraverso immagini semplici e potenti: le boe che delimitano la porzione di mare che possiamo esplorare, il nuoto, il passo che rallenta. Frammenti autobiografici che riescono a diventare universali proprio perché profondamente sinceri.
La platea si riconosce nel racconto. Più volte la narrazione viene interrotta da lunghi applausi che non sembrano soltanto una manifestazione di apprezzamento, ma la naturale conseguenza di un dialogo che si crea tra palco e pubblico. Perché Amori e no parla anche degli amori che Cecilia Lavatore non conosce. Degli amori degli altri. Di quelle esperienze che trovano spazio nelle parole dell’autrice e che permettono agli spettatori di ritrovarsi, incontrarsi e riconoscersi.
Questa capacità di trasformare il racconto individuale in esperienza collettiva era già emersa in altre occasioni pubbliche dell’autrice, ma sul palco trova una dimensione ulteriore, fatta di presenza, pause e ascolto. La parola non viene semplicemente pronunciata: viene abitata.

Anche la scenografia accompagna questo percorso. Esile, semplice, essenziale, non invade mai lo spazio della parola ma lo sostiene. Costruisce un ambiente che sembra parlare contemporaneamente alla camera e all’anticamera di sé stessi, ai luoghi più esposti e a quelli più nascosti dell’identità.
In fondo Amori e no è proprio questo: un viaggio nella periferia dell’io. Un luogo apparentemente marginale che si rivela invece centrale, perché ogni deviazione, ogni ricordo, ogni amore e ogni assenza finiscono per tornare sempre lì, al confronto con sé stessi.
E forse è questa la riflessione più preziosa che lo spettacolo consegna al pubblico. Quanto spesso soffriamo per il modo in cui crediamo di essere visti dagli altri? E quanto, invece, potrebbe cambiare se imparassimo ad accettarci? Cecilia Lavatore non offre risposte definitive, ma suggerisce una possibilità: che il primo passo per accogliere davvero l’amore degli altri sia imparare a riconoscere il proprio.
Nota: se hai voglia di approfondire il dialogo con Cecilia Lavatore, puoi ascoltare anche un podcast realizzato da Read(Y) presso El Topo, libreria resistente di Centocelle, in cui ho il piacere di intervistarla proprio sul libro Amori e no.
