Una pallina rotola giù per i gradini della scala in legno di uno chalet di montagna. Una musica si prende la scena e pervade il salotto, assordante. È la versione strumentale di P.I.M.P. dei 50 cent. Poi, la caduta. Poco dopo, il corpo di Vincent viene trovato inerme sulla neve fresca da suo figlio Daniel, un bambino non vedente che era in passeggiata con il suo cane guida. La musica sovrasta le sue urla finchè dalla baita esce Sandra, madre di Daniel e moglie di Vincent, che da questo momento in poi dovrà dimostrare alla Corte d’Appello, a sé stessa e allo spettatore, di non aver ucciso suo marito

Quello che sembrava l’incipit di una commedia frizzante diventa così un thriller psicologico e processuale in cui nulla è lasciato al caso. Vincitore della Palma d’oro a Cannes, Anatomia di una caduta è letteralmente un’analisi straziante dei dettagli della morte di un uomo attraverso un ping-pong di punti di vista che scavano nei meandri della lenta e degenerante crisi di una coppia di scrittori.

Anatomia di una caduta, Sandra e la verità

L’intero film è un complesso meccanismo psicologico che, battuta dopo battuta, svela il labile confine tra verità e finzione. Sandra (Sandra Hüller), a differenza del marito, è una scrittrice di successo che poco prima della caduta sta rispondendo alle domande di una giovane intervistatrice circa il suo ultimo libro:

“I suoi libri sono un insieme di realtà e finzione, il pubblico vuole sapere dove inizia una e dove finisce l’altra“.

La musica però è sempre più assordante e Sandra non riesce o non vuole rispondere a questa domanda che, detta a pochi minuti dall’inizio del film, intavola il tema cardine dell’intera storia. Che cos’è la verità? 

Justine Triet ha diretto un film che non ha niente da invidiare ai classici del cinema del dramma psicologico in cui la tensione non accenna a calare, nemmeno alla fine. Lo spettatore viene continuamente tirato in ballo, scena dopo scena, aggiungendo elementi alla linea processuale che complicano l’intreccio, che fanno mettere in dubbio quanto creduto vero fino a quel momento. 

Il mid point, ecco Vincent

Siamo a metà film e per la prima volta vediamo bene il volto di Vincent (Samuel Theis). La sua morte è avvenuta fuori scena e solo qualche fotografia è stata mostrata fino a questo momento. Il suo volto è pulito ma stanco, sicuramente in preda ad un panico che lo possiede da chissà quanto tempo. Assistiamo ad una litigata di coppia che ci svela i piccoli e grandi compromessi quotidiani che solo chi ama davvero fa nel tentativo di salvare ciò che ancora c’è di buono.

Si ha la sensazione che sia una delle tante discussioni che la coppia ha avuto negli ultimi tempi, un interminabile piano sequenza che entra a pieno titolo nell’Olimpo dei dialoghi più avvincenti di sempre. Il botta e risposta tra Sara e Vincent è magnetico, la ragione è di entrambi e non vorresti mai essere nei panni del giudice che dovrà stabilire dove è la verità. Poi, sul più bello, proprio quando si sente il rumore di gemiti e di piatti che si rompono, Justine Triet stacca, e ancora una volta ciò che più volevi vedere è un fuori scena che rimarrà inedito. 

Il processo, per Sandra e Daniel, è un vero e proprio stillicidio che obbliga una moglie e un figlio ad analizzare i dettagli dello sfracellamento al suolo. Qui il dramma si unisce alla macabra commedia, l’umanità passa in secondo piano e, come se nulla fosse, i criminologi arrivano ad analizzare l’inclinazione degli schizzi di sangue provenienti dal cranio di Vincent. La sceneggiatura apre anche una sottile ma efficace finestra sul fatto che la verità al giorno d’oggi non è solo appannaggio della giustizia. A tal proposito, la potenza dei mass media è evidente in un scena in cui un giornalista in diretta tv afferma che

“Una moglie che uccide un marito è molto più interessante di un suicidio”.

Esiste quindi una verità più interessante delle altre?

Ma parliamo del bambino. Daniel (Milo Machado Graner) frequenta le elementari e non si separa mai dal cane che si scopre presto essere il suo cane guida. C’è stato un tempo in cui Daniel vedeva però, ed era prima di un incidente che gli ha danneggiato letalmente il nervo ottico. La sceneggiatura scritta a quattro mani da Justine Triet e Arthur Harari ci regala un personaggio con cui è impossibile non empatizzare. Daniel è fragile e forte, insicuro e deciso, traumatizzato a tal punto che non ha più nulla da perdere nella vita se non l’unica persona che le è rimasta, sua madre. Così, questo bambino non vedente mostra alla Corte intera la sua verità, interrogando i presenti: più che il come, conta il perché un avvenimento accade. 

E allora, con un finale in cui la verità arriva a stento, Justine Triet in Anatomia di una caduta ci lascia in bocca il dolce amaro delle cose ancora irrisolte, insegnandoci che a volte c’è ancora altro da scoprire, ma che arriva un momento in cui bisogna semplicemente smettere di cercare la verità e scegliere la parte con cui stare. 

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