Il primo agosto la Corte di Giustizia dell’Unione europea si è pronunciata sul rinvio pregiudiziale avanzato a novembre 2024 dal Tribunale di Roma. I giudici italiani avevano chiesto alla Corte europea se alcuni punti delle leggi italiane in tema di diritto di asilo e di “Paesi di origine sicuri” erano in contrasto la normativa dell’Unione europea.

La sentenza dà ragione ai giudici italiani e va contro l’interpretazione di Paese sicuro adottata dal governo, frenando l’intento della maggioranza di detenere i migranti nel Centro di permanenza per i rimpatri in Albania.

Cosa hanno chiesto i giudici italiani alla Corte di giustizia europea?

Il governo di Giorgia Meloni, a ottobre 2024 tramite il decreto “Paesi sicuri” e poi a dicembre con il “Decreto flussi”, ha ampliato la lista dei “Paesi sicuri” includendo anche Stati che non possano essere considerati sicuri, come la Tunisia, l’Egitto o il Bangladesh. In questo modo le domande di asilo presentate dalle persone che arrivano da Paesi sicuri possono essere esaminate con una procedura accelerata e, mentre aspettano l’esito, i migranti possono essere trattenuti nel Centro di permanenza per i rimpatri (CPR) a Gjader, in Albania. Inoltre, con l’introduzione di un Paese nella lista di quelli valutati “sicuri” è più facile respingere le richieste di asilo e l’espulsione.

Il concetto di “Paese sicuro” è contenuto in una direttiva europea del 2013, secondo la quale uno Stato può essere considerato sicuro se rispetta le libertà e i diritti civili e ha un ordinamento democratico. Il Tribunale di Roma, a ottobre e novembre, aveva deciso di non convalidare il trattenimento di due gruppi di richiedenti asilo portati in Albania perché, facendo propria l’interpretazione della direttiva europea, i migranti non provenivano da Paesi di origine sicuri. Anche la Corte d’Appello per lo stesso motivo a gennaio non aveva convalidato il trattenimento di 43 migranti detenuti nel CPR in Albania.

Il tribunale di Roma ha quindi chiesto alla Corte di Giustizia dell’Unione europea di chiarire definitivamente la nozione di Paese di origine sicuro.

La sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea

Con la sentenza del 1° agosto la Corte di giustizia dell’Unione europea ha affermato che uno Stato membro non può designare un Paese come sicuro se non garantisce condizioni di sicurezza per tutte le persone. I giudici europei hanno, quindi, smentito la tesi del governo italiano per il quale poteva considerarsi sicuro anche il Paese che non è sicuro per talune categorie di persone o per tutto il territorio.

Inoltre, la Corte europea ha riaffermato il primato del diritto dell’Unione europea sulle normative nazionali riconoscendo al giudice nazionale il potere di disapplicare le disposizioni interne contrastanti.
Infine, ha fatto presente che questa interpretazione sarà valida fino a giugno del 2026, quando entrerà in vigore il Regolamento sulla procedura d’asilo, che modifica la protezione internazionale in Europea. Il nuovo regolamento ridefinisce anche il concetto di Paese sicuro e rimuove proprio l’esigenza che un paese sia considerabile tale in tutto il suo territorio e per tutte le persone.

Il governo italiano ha criticato la sentenza della Corte europea e in un comunicato ha scritto che cercherà “ogni soluzione possibile, tecnica o normativa” per portare avanti la sua politica fino all’entrata in vigore del nuovo regolamento.

Il report “Ferite di confine”, una denuncia contro il Centro di permanenza in Albania

Il Centro di permanenza per i rimpatri in Albania fa parte della strategia dei return hubs ossia centri costruiti in Paesi terzi, dove detenere forzatamente i migranti che devono essere espulsi.
Da quando il Centro di Gjader è stato aperto 140 persone sono state trasferite coattivamente dai CPR italiani. 113 sono uscite subito (per mancanza di proroga al trattenimento, per motivi sanitari, perché hanno visto riconosciuto lo status di rifugiato) e attualmente sono appena 27, a fronte di 144 posti, le persone detenute nel Centro. Questi migranti provengono principalmente da Algeria, Senegal, Pakistan, India, Ghana.

“L’operazione Albania è il più costoso, inumano e inutile strumento nella storia delle politiche migratorie italiane”

denunciano ActionAid e l’Università di Bari che per la prima volta hanno ricostruito quanti milioni sono stati effettivamente spesi per l’allestimento del CPR albanese. I dati pubblicati sulla piattaforma “Trattenuti” ci dicono che per 5 giorni di operatività la Prefettura di Roma ha pagato 570mila euro all’ente gestore Medihospes, quindi 114mila euro al giorno per detenere 20 persone.

A fine luglio il report Ferite di confine. La nuova fase del modello Albania, realizzato dal Tavolo Asilo e Immigrazione con il contributo diverse associazioni, documenta gravi violazioni dei diritti umani: trattenimenti arbitrari, ostacoli all’accesso alla protezione internazionale, mancanza di trasparenza, assenza di garanzie legali e isolamento.
“L’isolamento forzato a Gjadër non è solo una condizione materiale, ma una condizione sistemica di marginalizzazione che rende le persone invisibili, silenziose e passive, contribuendo a una disumanizzazione istituzionalizzata ancora più estrema rispetto ai CPR sul territorio italiano” si legge nel rapporto.
Nel report il Tavolo Asilo e Immigrazione chiede la sospensione immediata dei trasferimenti forzati e la cancellazione dell’accordo tra Italia e Albania.

Attiviamoci contro il Centro di permanenza in Albania e per il diritto d’asilo

Dire no ai CPR in Italia e in Albania non è una questione politica ma di diritti umani fondamentali.

“Se l’Unione europea proseguirà lungo il percorso delineato dal Patto europeo su migrazione e asilo vi è il concreto rischio di un progressivo svuotamento del diritto d’asilo così come definito dal diritto internazionale e di una sostanziale violazione dei valori fondativi dell’Unione europea. Un rischio che non appare ancora pienamente compreso e che la società civile italiana intende denunciare con forza in ogni sede pubblica, a livello nazionale e internazionale” dice il rapporto.


Affinché la società civile possa continuare l’opera di denuncia e di advocacy possiamo fare donazioni alle associazioni che fanno parte del Tavolo Asilo e Immigrazione, come ActionAid, Amnesty International, Save the Children (qui la lista completa)
Per saperne di più sui diritti umani ci si può iscrivere alla newsletter dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione o partecipare ai corsi di formazione o alle sue attività a tutela delle persone migranti.

Con Refugees Welcome Italia, un progetto di cittadinanza attiva che dà la possibilità di aiutare concretamente rifugiati e migranti nel loro percorso di inclusione sociale e crescita personale, si può accogliere una persona rifugiata, diventare mentore di un minore straniero, coinquilino solidale o semplicemente attivista.

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