In un anno così estremo mi piace salutare i lettori di Rewriters con una testimonianza preziosa e lontana, che arriva da New York City. Un augurio per nuovi scambi tra culture, popoli e istituzioni, attraverso le parole di una donna che si occupa proprio di questo: Valeria Orani, curatrice e producer teatrale, ha lavorato in Italia per circa 30 anni prima di trasferirsi a NYC nel 2014. Qui si occupa di mettere in relazione il mercato americano con la Cultura Italiana Contemporanea attraverso diversi progetti: Umanism, Amina, IAPP dedicato alla drammaturgia. In Italia è Direttrice Artistica della produzione 369gradi.

Raccontaci in breve come sei arrivata a New York City e perché.
Non sempre esiste un perché ben preciso quando si fanno azioni enormi. Credo che la motivazione si trovi più nel concetto di azione/determinazione: ho alzato l’asticella delle mie sfide personali per capire se ci fosse un limite o forse per dimostrare a me stessa che non temo alcun limite. Volevo fare un’esperienza concreta per trasformare in meglio il mio ambiente: essere esempio e testimonianza di come ciò che non ci piace possa essere espediente e motore di cambiamenti virtuosi. Arrivare qui non è stato semplice. Come spesso accade pensi di aver pianificato tutto, ma poi la realtà si rivela con aspetti che non avevi considerato. New York City è un luogo che ti sorprende continuamente, che ti mette alla prova. Ora – dopo sei anni –  inizio a capire meglio da che angolazione guardare questa folle città. Inizio finalmente a percepirne la personalità, a capirne le mille anime, anche a divertirmi.

Le maggiori soddisfazioni nel tuo percorso fino allo scorso anno…
Riuscire a sviluppare progetti molto belli che mi entusiasmano in totale libertà e indipendenza, senza limiti imposti da altri o da me stessa e preconcetti. Questa è stata la maggiore soddisfazione professionale di questo percorso. Poi naturalmente ci sono anche tante soddisfazioni personali legate alla vita mia e a mio figlio. 

I maggiori ostacoli?
Il costo della vita. Prima di arrivare tutti mi parlavano di New York come di una città costosa, non avevo mai preso troppo sul serio l’argomento, ma la realtà è ben oltre ogni immaginazione. Questo è stato uno dei più grandi traumi ma anche la bussola che ha inciso nella ‘educazione Newyorkese‘. La mia vita è cambiata moltissimo da quando vivo qui, e il più grande cambiamento è proprio legato alla percezione del valore. Nella nostra cultura impariamo a giudicare il ‘valore’ positivo o negativo. Siamo abituati a scindere il valore della persona dal valore economico. A New York City ho imparato, non senza difficoltà, che invece le due cose non sono necessariamente in antitesi e che anzi è molto più sano metterle in coerenza tra loro. Ho imparato in sintesi che dare il giusto valore a tutto quello che si fa, al tempo, alle azioni, al proprio talento, è una buona pratica che influisce nella relazione con gli altri e nella percezione di se stessi.

Come è cambiato in era covid il vostro lavoro e come lo state riorganizzando?
A New York da marzo sono chiusi tutti i teatri, i luoghi di spettacolo, eventi e concerti, e anche i cinema. Inoltre è complesso parlare di ammortizzatori sociali poiché la società non si basa sul benessere del cittadino, ma sulla sua produttività. La risposta alla crisi imposta dalla pandemia è stata proattiva. Moltissimi hanno abbandonato la città dai costi proibitivi e hanno ridimensionato la propria vita con standard più sostenibili. In tanti si sono reinventati intraprendendo nuovi percorsi lavorativi. Sono stati mesi intensi. Oltre la pandemia, le proteste in sostegno al Black Live Matters, e le stressanti elezioni presidenziali, una Nazione spaccata a metà. Arte e cultura sono strettamente connesse con l’ambiente circostante, inoltre è perfettamente normale che gli artisti svolgano altri lavori, che non hanno a che fare con le arti. Non è una sorpresa quindi incontrare artisti che per vivere sono taxisti, camerieri, commessi. La novità è rappresentata più dai lavoratori del backstage. In questi mesi infatti sono proprio loro che si sono inventati i lavori più bizzarri, come per esempio le consulenze per chi decideva di lasciare la città per spostarsi in altre zone con l’organizzazione del trasloco in tutti i suoi aspetti da parte di Tour Manager o organizzatori teatrali temporaneamente disoccupati.

Che aria si respira a New York City oggi?
La città che non dorme oggi ha rallentato i suoi ritmi e per la prima volta anche la metropolitana tra l’una e le cinque del mattino si ferma. C’è poca gente in giro, non ci sono turisti, non si esce da casa se non è necessario. New York oggi rivela il suo sottobosco: emergono povertà e disperazione che sono sempre esistite ma che prima si confondevano con tutto il resto. Nonostante questo mi piace moltissimo l’aria che si respira oggi a New York. C’è una compostezza che rivela la sua dimensione più umana, il covid ha spazzato via – almeno per il momento – il superfluo, se ne possono percepire le vibrazioni positive. Non si respira, tra chi è rimasto, la fretta di tornare alla normalità, ma si ha la percezione netta che la cittadinanza sia unita, insieme, nel percorso obbligato per uscire con meno danni possibili ed in modo definitivo da questa pandemia. Tutti sentiamo di essere chiamati a fare la nostra parte nel rispetto delle regole, nella considerazione del magnifico lavoro di tutti gli essential workers, nell’affidarsi senza troppe polemiche alla gestione del Governatore Cuomo che ha chiesto sacrifici inimmaginabili ma indispensabili per riportare sotto controllo una situazione che tra marzo e maggio sembrava impossibile da gestire in questa città e nell’intero Stato di NY. La città di oggi non rassomiglia a nessuna delle New York City del nostro immaginario. È una condizione nuova, sicuramente non permanente, in cui tutti siamo ingranaggio di un’organizzazione perfetta. È una grande ispirazione, un orgoglio per tutti. Aver vissuto questi mesi qui è stato ovviamente difficilissimo, ma anche un’esperienza importante, un grande privilegio.