Il 4 luglio di dieci anni fa il maestro usciva di scena in un ospedale di Parigi. Abbas Kiarostami è stato il poeta del cinema iraniano, capace di raccontare la realtà attraverso la sua fantasia. Il suo è stato un neorealismo in grado di commuovere, che affidava al pubblico la responsabilità di trovare le risposte alle domande lasciate sospese.

Il regista che ci ha insegnato a scoprire “Il sapore della ciliegia” (Palma d’Oro a Cannes nel ’97) è stato anche un grande fotografo e poeta. Seguendo la tradizione dei grandi poeti persiani, scriveva haiku.

Fra i suoi versi più potenti ricordiamo: “Quando non ho nulla in tasca / Ho la poesia / Quando non ho nulla in frigo / Ho la poesia / Quando non ho nulla nel cuore / Non ho nulla”, e poi: “Le banche pensavano di aprire / Filiali di poesie / In farmacia vendevano poesie”. Uno dei suoi film più celebri, “Il vento ci porterà via”, è ispirato a un verso della poetessa “ribelle” Forugh Farrokhzad che negli anni sessanta faceva paura alla politica repressiva del governo iraniano.

Kiarostami, le frequentazioni in Italia

Kiarostami è stato il maestro di un giovane Jafar Panahi, per il quale ha scritto le sceneggiature dei primi film. Ha frequentato molto l’Italia, amava Federico Fellini, era amico di Tonino Guerra ed era fra i registi più apprezzati da Nanni Moretti. In Italia ha girato “Tickets” nel 2005, un film a episodi realizzato insieme a Ermanno Olmi e Ken Loach. Nel 2010 ha diretto “Copia conforme”, girato in Toscana e presentato a Cannes, dove Juliette Binoche ha vinto la Palma d’Oro come migliore attrice.

Kiarostami, come Pasolini, ha sempre cercato i suoi attori sulla strada, poiché cercava l’autenticità, la verità, gli occhi e le voci. Anche le sue sceneggiature erano aperte. Negli ultimi anni tornò a girare dei film brevi ancora in Italia, precisamente in Puglia.

Per il mercato francese girò “No”, un delicato documentario in cui intervistava delle bambine alle quali chiedeva se fossero disposte a tagliarsi i capelli cortissimi in cambio di un ruolo da protagonista in un film. Si trattava chiaramente di un gioco sociologico nel perfetto stile di Kiarostami, che rievoca molto la poesia dei “Comizi d’amore” di Pasolini. Tenerissimo è l’inizio con la piccola Rebecca che si rifiuta persino di tagliare i capelli a una sua amica, e poi il no di Sofia con il suo tuffo in piscina, che libera i capelli in un movimento simile a una danza.

Una favola neorealista che rivela che le nuove generazioni sono migliori di quanto si creda. I nostri figli non sono disposti a scendere a compromessi, la libertà dei bambini non si vende al mondo delle apparenze e Kiarostami lo racconta con leggerezza e poesia.

Nel 2013 alla Mostra del Cinema di Venezia

Il suo ultimo lavoro è stato presentato nel 2013 alla 70^ edizione della Mostra del cinema di Venezia nell’evento speciale “Future Reloaded” con il corto “Take me home”. Girato anche questo in Puglia. Una storia senza parole, una fotografia in movimento.

Un bambino, in soggettiva, rincorre una palla che rimbalza lungo una scala infinita, che si rivela un’inventiva di visual arts. Il ritmo della palla che percorre le scale, lungo chiese, case, palazzi e strade ripide del borgo, sembra un esoterico e antichissimo automa meccanico di precisione. In questo modo le scale prendono nuove forme e strade, tracciando un percorso alla ricerca della percezione del sé bambino più segreto.

Kiarostami aveva in mente anche un lungometraggio che non ha più potuto girare: “Processo orizzontale” era il titolo provvisorio, un noir da ambientare alle sole Tremiti. Fra i suoi film da riscoprire c’è anche “Like someone in love”, che prende il titolo da uno standard jazz interpretato da Ella Fitzgerald. In questa pellicola Kiarostami ci regala una storia delicata e coperta da un velo trasparente in una Tokyo sognante. La leggerezza di una piccola storia che contrappone a un tema tragico come la prostituzione quel guitto spiazzante che a volte la vita ci dona.

Damato con Kiarostami
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