La prima volta che mi sono sentita davvero fuori posto in Marocco non è stato camminando per strada, né contrattando in un souk, né osservando le dinamiche familiari. È successo in palestra, nella capitale, Rabat.

Ho chiesto di allenarmi e mi è stato spiegato, con un tono calmo e definitivo, che non potevo stare nella stessa sala degli uomini. C’erano orari per loro e orari per noi. Nessuna eccezione. Inutile dire che gli orari per le donne erano molto ridotti, in fasce orarie incompatibili con qualsiasi lavoro, se non la libera professione che non é sicuramente il caso della maggior parte delle donne marocchine.

È facile liquidare l’episodio come una curiosità culturale. In realtà, in quel dettaglio apparentemente banale c’era una visione del mondo: la separazione dei corpi, degli spazi, dei ruoli. Una visione che per una donna europea suona immediatamente come una regressione.

Il Marocco è un paese islamico, con una condizione femminile che resta distante da quella europea. La poligamia è legalmente ammessa se la prima moglie acconsente (o viene convinta ad acconsentire…), regolata dal Codice di Famiglia, la Moudawana. Il lavoro femminile è spesso relegato alla sfera domestica o agricola e, soprattutto nelle zone rurali, le donne sono una presenza costante e silenziosa nei campi, piegate per ore sotto il sole, fondamentali per l’economia locale eppure quasi invisibili nel racconto ufficiale dello sviluppo.

Eppure, proprio in questo contesto, dove l’emancipazione femminile sembra più fragile, esiste una pratica diffusa che racconta una storia diversa: il cooperativismo.

Quando l’unione non è un ideale, ma una necessità, il Cooperativismo

In Marocco il cooperativismo femminile non nasce come scelta ideologica né come espressione di un femminismo organizzato. Nasce come risposta concreta alla povertà, all’isolamento, alla mancanza di alternative. È un modo per esistere economicamente quando l’individuo, da solo, non ha accesso a terra, capitale, istruzione o mercato.

Secondo i dati dell’Office de Développement de la Coopération (ODCO), tra il 2015 e il 2021 il numero di cooperative nel Paese è cresciuto in modo impressionante, passando da circa 15.700 a oltre 47.000, con quasi 690.000 membri complessivi. Le donne rappresentano circa il 29% dei soci e le cooperative composte esclusivamente da donne sono stimate intorno al 14% del totale. Le cifre sono riportate e analizzate anche in diversi studi accademici sullo sviluppo rurale marocchino e nei report di organizzazioni internazionali come l’International Labour Organization.

Il caso più noto è quello delle cooperative dell’olio di argan, concentrate soprattutto nella regione di Essaouira. Per decenni l’argan è stato un prodotto lavorato quasi esclusivamente da donne, ma commercializzato e valorizzato da intermediari maschili. Con la nascita delle cooperative, gruppi di donne hanno iniziato a controllare direttamente l’intero processo: dalla raccolta alla trasformazione, fino alla vendita.

Durante il viaggio ho visitato una delle cooperative femminili dell’Arganeraie, nella valle dell’argan. Dentro, tutto era ritmo e pazienza: le donne lavoravano in cerchio, ognuna con un gesto preciso, tramandato più per imitazione che per manuali. I frutti dell’argan, una volta raccolti e fatti seccare, vengono ripuliti dalla parte esterna e dalla polpa; quello che resta è un nocciolo durissimo che loro aprono ancora a mano, con due pietre, per liberare i piccoli semi, le “mandorle” interne da cui nasce l’olio.

È un lavoro che non ha niente di romantico: è lento, ripetitivo, richiede forza nelle dita e una concentrazione quasi ipnotica. In alcune fasi, mi spiegavano, i semi vengono anche tostati (se l’olio è alimentare) prima di essere macinati e poi pressati; in altre, soprattutto per l’uso cosmetico, si procede senza tostatura. A colpirmi non è stata solo la catena produttiva, ma il clima: non la “scena turistica” messa in vetrina, bensì l’idea concreta di una micro-economia collettiva, dove il sapere è condiviso, il tempo è comunità, e ogni gesto dice una cosa semplice e radicale: da sole sarebbe quasi impossibile.

La letteratura internazionale, dai report ILO agli studi pubblicati su riviste di economia dello sviluppo, mostra come queste cooperative abbiano avuto effetti concreti sulla vita delle donne coinvolte. Non solo in termini di reddito, ma anche di alfabetizzazione, accesso alla formazione, riconoscimento sociale. Le criticità non mancano: leadership fragili, dipendenza da finanziamenti esterni, squilibri di potere interni. Ma il dato centrale resta: in questi contesti, l’autonomia passa dal collettivo.

Italia: quando l’indipendenza diventa solitudine

Se spostiamo lo sguardo sull’Italia, il quadro si ribalta.

Le donne godono di pieni diritti civili ed economici. Possono fondare imprese, accedere al credito, guidare aziende. Eppure, il cooperativismo femminile racconta una storia meno lineare di quanto la retorica dell’imprenditoria al femminile suggerisca.

Secondo il Rapporto Unioncamere–Centro Studi Tagliacarne basato sui dati del Registro delle Imprese (aggiornamento 2024), in Italia esistono circa 23.600 cooperative femminili registrate, di cui poco meno di 15.700 effettivamente attive. Le cooperative femminili rappresentano circa il 24,9% del totale delle cooperative attive. Un dato significativo, che però convive con una dinamica di contrazione: il numero complessivo è in calo e il saldo tra nuove iscrizioni e cessazioni è negativo.

Qui è fondamentale fermarsi sulle definizioni. In Italia una cooperativa è considerata “femminile” quando la maggioranza dei soci è donna. Questo non implica che la cooperativa nasca come progetto di emancipazione collettiva né che la leadership sia necessariamente femminile.

I dati di Confcooperative aiutano a chiarire il paradosso: le donne rappresentano oltre il 60% degli occupati nel mondo cooperativo, ma solo il 42% dei soci e appena il 27% dei presidenti. Le percentuali di leadership femminile più alte si concentrano nella cooperazione sociale, cioè nei settori della cura, dell’assistenza, del welfare. Settori essenziali, ma anche quelli meno capitalizzati, meno visibili e meno raccontati come spazi di potere economico.

Il risultato è una sensazione familiare a molte donne: lavorare moltissimo, reggere interi comparti produttivi, ma restare ai margini delle decisioni strategiche. In questo contesto, l’emancipazione continua a essere narrata come un percorso individuale, spesso solitario, spesso incompatibile con la vita familiare e con il benessere personale.

Individualismo occidentale e interdipendenza forzata

Su scala globale, il cooperativismo appare in tutta la sua rilevanza strutturale. Secondo l’International Cooperative Alliance, nel mondo esistono circa 3 milioni di cooperative, che coinvolgono oltre il 12% della popolazione globale e generano opportunità di lavoro per circa il 10% degli occupati mondiali. Non si tratta di economia marginale, ma di una delle grandi infrastrutture economiche contemporanee.

In Africa, secondo stime dell’International Labour Organization, circa il 7% della popolazione è affiliata a una cooperativa. I report ILO sottolineano però un punto cruciale: le donne sono spesso presenti come forza lavoro, ma sottorappresentate nei ruoli decisionali, a causa di barriere strutturali come l’accesso alla terra, al credito e all’istruzione.

Eppure, proprio in contesti dove l’individualismo è un lusso che poche possono permettersi, il “fare insieme” diventa una leva di autonomia. Non per idealismo, ma per necessità.

In Italia, al contrario, l’emancipazione femminile è stata raccontata per decenni come uscita dal gruppo: uscire dalla famiglia, uscire dal paese, uscire dalla dipendenza. Un modello potente, ma anche profondamente logorante. Il successo è individuale, il fallimento pure.

Un’altra idea di libertà

Il punto, allora, non è stabilire chi sia più avanti e chi più indietro. Il punto è interrogare l’idea stessa di emancipazione che abbiamo interiorizzato.

In Marocco, in un contesto segnato da forti disuguaglianze di genere, molte donne hanno costruito spazi economici collettivi come unica via possibile per esistere. In Italia, in un contesto formalmente più progressista, l’emancipazione femminile continua a essere raccontata come una scalata individuale, spesso solitaria, spesso eroica, quasi sempre stancante.

E se “fare da sole” non fosse sempre libertà, ma a volte isolamento?

E se il cooperativismo non fosse un residuo del passato, ma una possibilità politica ed economica che abbiamo smesso di desiderare?

Forse il vero ritardo non è dove pensiamo di trovarlo.

Per approfondire

Fonti italiane sul cooperativismo e sull’imprenditoria femminile

1. Rapporto “L’imprenditoria femminile in Italia” (2025) – Unioncamere / Centro Studi Tagliacarne (PDF)

2. Presentazione del Rapporto sull’imprenditoria femminile – Unioncamere (pagina ufficiale con link ai materiali)

Fonti internazionali e sul Marocco

  1. Cooperative femminili in Marocco – dati sul membership e percentuali di donne nelle cooperative (studio PDF)
     
  2. Cooperatives in Morocco: Ever-present and ever-complicated” – High Atlas Foundation / High Atlas Foundation Insights
Condividi: