Al Pigneto Off di Roma dal 22 al 24 maggio 2026, con un’anteprima il 17 maggio, Massimiliano Caiazzo e Cristina Cappelli, saranno in scena con “Il Giocattolaio” un testo di Gardner McKay diretto dalla regista newyorkese Michèle Lonsdale Smith anche direttrice e fondatrice della Gracemoon Arts Company. Abbiamo incontrato i due protagonisti.

Chi interpreti ne “Il Giocattolaio” e come lavori nel costruire un personaggio in teatro differentemente che in tv.

Massimiliano: Io interpreto Rocco Sabato, il giocattolaio.  Per questo personaggio mi sono ispirato al ai ballerini di danza classica per cercare di andare “in controtempo”, ho voluto andare in direzione completamente opporta rispetto a quello che ci si aspetterebbe da un personaggio come Rocco. Ho cercato di restituire a chi guarda dolcezza, delicatezza nel corpo e nella voce. Per fare questo ho lavorato sulla somiglianza di Rocco ad un rettile, un coccodrillo in particolare. Elegante nonostante possa incutere timore. 

Il mio modo di preparare un personaggio non ha differenze tra il teatro e la tv. La diversità ha a che fare con le tempistiche e ovviamente con il luogo in cui si lavora, però dal punto di vista artistico per me non ci sono differenze, così come lavora un personaggio per una serie piuttosto che per un film, così anche per il teatro.

CristinaIo interpreto Maude Cristoforo, una giovane psichiatra ossessionata dalla vicenda del giocattolaio. Ha avuto in cura diverse sue vittime e quindi vuole riuscire a comprenderne la psicologia, cosa lo muove e perché. Ne è completamente ossessionata, si porta a casa il lavoro. Per avvicinarmi al personaggio sono partita anche io dall’animale, in particolare dal gatto delle sabbie, un gatto molto aggressivo, che vive nel deserto. Mi piaceva l’idea di lavorare su quest’animale piccolo, apparentemente innocuo, molto agile, ma è uno spietato predatore: mi piaceva l’idea che un animaletto come lui potesse sfidare un coccodrillo e non temerlo. Ho cercato di capire il suo aspetto più intellettuale, avvicinandomi anche al mondo della psicologia e della psichiatria.  Capire l’essere umano è affine al lavoro dell’attore e ho cercato punti di unione tra me e Maude, tirando fuori la rabbia che la renderà vendicativa. Lei ha un profondo senso di giustizia che riconosco in me. 

La differenza con la tv non è certamente di approccio al personaggio ma di spazio: un conto è avere una telecamera ad un centimetro da viso e un altro è avere una platea di persone che guardano solo te. 

Quali differenze stai riscontrando nel lavorare con una regista americana come Michèle Lonsdale Smith rispetto a quelli che hai incontrato nelle tue precedenti esperienze nazionali?

CristinaAbbiamo incontrato Michèle inizialmente come acting coach e studiando con lei abbiamo conosciuto, studiato e approfondito il suo metodo di esplorazione e ricerca. Con Michèle non c’è separazione tra lo studio, il provino, il set, il palco, ma è un continuo essere in ricerca. Quello che amo del lavoro con Michèle è il rispetto per l’arte, per la recitazione e per l’essere umano: non considerare il personaggio come un personaggio ma come un essere umano, andando a ricercare senza paura tutti gli aspetti più veri che vogliamo tenere privati e renderli pubblici. Amo la sua richiesta all’artista di far uscire un coraggio estremo, dà un senso alla mia scelta di fare l’attrice e a quello che amo.

 Massimiliano: Non sempre viene ha il tempo e la disponibilità di creare un personaggio insieme e poi vedere come questo si muove nello spazio, di solito il lavoro è molto più freddo. Con Michèle, invece, si cammina insieme all’interno del processo con curiosità per vedere dove questo ci porta a prescindere dal risultato finale. È un lavoro che continua a camminare e non si ferma mai anche dopo la performance finale. 

Il pubblico della tua generazione ha sostanzialmente sostituito la visione dei prodotti artistici via social o pensi che ci sia ancora desiderio di andare a teatro e partecipare a iniziative artistiche dal vivo?

Cristina: Penso che l’esperienza dal vivo non possa essere sostituita. Social, piattaforme e ogni prodotto mediatico rende più facile e immediata la fruizione, ma l’esperienza dal vivo è qualcosa di insostituibile. C’è uno scambio energetico forte che non può avvenire da soli su un divano. 

MassimilianoIn un momento storico fagocitante in cui tutto è mediatico, credo che ci sia e ci sarà sempre di più il desiderio di eventi dal vivo: il fatto che stiano diventando più rari, darà proprio un peso diverso alla performance dal vivo, diventeranno quindi fondamentali nella quotidianità. L’evento dal vivo è irripetibile: quello che vedo oggi è diverso da quello che vedrò domani e da quello che ho visto ieri, questo rende l’evento unico che è ciò che cercano le persone. 

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