Il popolo ebraico è uno dei protagonisti più longevi e influenti della storia umana. Ma è anche uno dei più fraintesi. Intraprendiamo un viaggio dalle radici antichissime dell’ebraismo fino alle contraddizioni attuali, come quella rappresentata dai coloni israeliani nei territori palestinesi occupati. Un tentativo di comprendere come un’identità millenaria sia diventata, in parte, strumento di dominio e conflitto.

Contrariamente a quanto molti credono, il popolo ebraico non nasce in Israele. Secondo la Bibbia, Abramo proveniva da Ur, in Mesopotamia. Mosè, il legislatore, ricevette la Torà non a Gerusalemme ma sul Monte Sinai. Le origini dell’ebraismo sono legate a un’alleanza con Dio, non a un territorio fisico.

Il concetto di Terra Promessa nasce da questa promessa: una discendenza numerosa e una terra — i cui confini però nei testi biblici non sono mai del tutto chiari. Non si tratta di una “madre patria” nel senso moderno, ma di un luogo spirituale di ritorno.

Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme e l’esilio imposto dai romani, il popolo ebraico entrò in una lunga diaspora, cioè una dispersione su scala globale che dura tuttora. Eppure, questa dispersione non ha mai cancellato l’identità ebraica, anzi l’ha moltiplicata in forme ricchissime e radicate nei territori in cui gli ebrei si sono insediati.

Il popolo ebraico, la diaspora

Nel tempo si sono sviluppate tre grandi comunità della diaspora, ciascuna con proprie tradizioni religiose, liturgiche, linguistiche e culturali:

Ashkenaziti (Europa centrale e orientale)

Il termine “Ashkenaz” è il nome ebraico per la Germania. Gli ashkenaziti si svilupparono inizialmente nell’area renana e poi si spostarono a est, verso Polonia, Lituania, Russia, Ucraina e Ungheria.

Caratteristiche principali:

  • Lingua: yiddish (una fusione di ebraico, tedesco e slavo)
  • Tradizione religiosa: ortodossa e rigorosa, con grande attenzione allo studio del Talmud
  • Storia: subirono numerose persecuzioni, pogrom e infine lo sterminio sistematico nella Shoah

Oggi, la stragrande maggioranza degli ebrei nel mondo (soprattutto in Israele e negli Stati Uniti) è di origine ashkenazita.

Sefarditi (originari della Spagna e Portogallo)

“Sefarad” in ebraico significa Spagna. Gli ebrei sefarditi ebbero una lunga e brillante storia nella Penisola Iberica, in particolare sotto il dominio musulmano, che garantì libertà religiosa e culturale.

Tutto cambiò nel 1492, con l’espulsione degli ebrei dalla Spagna da parte dei Re Cattolici (il Gerush Sefarad). Da lì, si dispersero in:

  • Impero Ottomano (Turchia, Grecia, Palestina)
  • Italia, Marocco, Paesi Bassi

Caratteristiche principali:

  • Lingua: ladino (giudeo-spagnolo)
  • Tradizione liturgica distinta da quella ashkenazita
  • Ruolo storico: furono mediatori culturali e commerciali tra oriente e occidente

Oggi i sefarditi sono presenti soprattutto in Francia, Israele e Turchia.

Mizrahi (Medio Oriente e Nord Africa)

Mizrahi” significa orientale. Questi ebrei non furono espulsi, ma vissero per secoli in paesi musulmani, dall’Iraq al Marocco, dall’Iran allo Yemen.

Caratteristiche principali:

  • Lingue: arabo, persiano, curdo, berbero, ebraico
  • Vita religiosa: molto influenzata dal contesto islamico (ad esempio nell’architettura delle sinagoghe o nei canti liturgici)
  • Storia recente: dopo il 1948, subirono espulsioni e discriminazioni nei paesi arabi e migrarono in massa verso Israele

In Israele, i mizrahi formarono per decenni una classe sociale discriminata rispetto agli ashkenaziti europei, e ancora oggi portano avanti rivendicazioni culturali e politiche.

Queste tre tradizioni non sono categorie rigide, ma costituiscono la spina dorsale della diaspora ebraica. Ognuna porta con sé una memoria distinta, ma anche una continuità comune: la Torà, lo studio, e la forza di un’identità costruita nel tempo.

Il pregiudizio, la persecuzione e lo stereotipo dell’ebreo “parassita”

Nel corso dei secoli, gli ebrei sono stati frequentemente perseguitati. Ma perché? Molti dei pregiudizi moderni hanno radici economiche e politiche, spesso alimentati da regole imposte.

  • Non potevano possedere terra → si dedicarono al commercio e alla finanza.
  • Dovevano vivere nei ghetti → rafforzarono la coesione interna.
  • Venivano esclusi dalle strutture statali → si auto-organizzarono.

Il risultato? Lo stereotipo dell’ebreo perfido, ricco e cosmopolita, che ancora oggi è usato in chiave antisemita.

Il ritorno: l’Alia e la nascita del sionismo

Nel tempo, piccoli gruppi di ebrei tentarono di tornare nella Terra Promessa. Ma fu solo a fine ‘800 che nacque un movimento strutturato: il sionismo, che da messianico divenne politico.

Con Theodor Herzl, il sionismo si trasformò in un nazionalismo moderno, con l’obiettivo di creare uno Stato ebraico laico e sovrano. Questo avvenne nel 1948, con la nascita dello Stato di Israele.

Ma da qui nascono anche le contraddizioni attuali.

Coloni: da “ritorno” a occupazione

coloni israeliani sono ebrei (religiosi o nazionalisti) che si stabiliscono in territori palestinesi occupati, soprattutto in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Lo fanno in nome di:

  • un diritto biblico (“questa è la nostra terra”)
  • un’ideologia politica (“non esiste la Palestina”)
  • un supporto statale (“sussidi, protezione, infrastrutture”)

Questi insediamenti sono considerati illegali dal diritto internazionale. Ma Israele ne sostiene l’espansione, a volte tacitamente, a volte apertamente.

Oggi si contano oltre 700.000 coloni israeliani nei territori occupati.

I coloni nella società moderna: chi sono davvero?

Non esiste un solo tipo di colono. Ecco alcune categorie:

  • Religiosi ultraortodossi, convinti che Dio abbia promesso quei territori agli ebrei.
  • Sionisti nazionalisti, che vedono la Cisgiordania (Giudea e Samaria, per loro) come parte legittima di Israele.
  • Coloni economici, attratti da case più economiche e sussidi statali.
  • Coloni armati, spesso appartenenti a gruppi estremisti e violenti, protagonisti di attacchi a villaggi palestinesi.

Molti insediamenti iniziano come avamposti illegali e poi vengono “sanati” dallo Stato.

Perché è un problema

Questa politica ha conseguenze devastanti:

  • Esproprio di terre palestinesi
  • Demolizione di case e villaggi
  • Divisione territoriale e stradale (strade per coloni, checkpoint per palestinesi)
  • Violenza sistemica con un esercito che spesso protegge i coloni più che i civili locali

Il risultato è una frammentazione totale del territorio palestinese, che rende quasi impossibile l’idea di uno Stato palestinese indipendente e contiguo.

La distorsione di un’identità

Quello che rende tutto questo ancora più doloroso è che un’identità costruita sulla memoria dell’oppressione, sulla solidarietà, sull’esilio e sullo studio, oggi venga strumentalizzata per giustificare l’occupazione e la sopraffazione.

Il popolo ebraico ha resistito senza terra per 2000 anni. Oggi, una parte di quel popolo toglie la terra ad altri.

Una contraddizione che merita di essere guardata in faccia.

Fonti storiche e letture consigliate

Condividi: