E se quello che abbiamo sempre chiamato “isolamento” fosse in realtà la nostra più grande riserva di sopravvivenza, il più grande vantaggio? Se la distanza geografica dai grandi mercati dell’iper-accelerazione non fosse una condanna, ma l’unico scudo capace di proteggere un’idea di futuro radicalmente diversa?

Inquadriamo la scena: da un lato, un modello globale che corre verso l’algoritmo sacrificando la materia; dall’altro, un territorio che resiste custodendola. È in questo preciso punto di rottura che le tesi sulla resistenza e sulla biodiversità socio-culturale e socio-economica incontrano la visione sul campo di Francesca Giglio. I cuori nevralgici di questo scontro visivo e concettuale sono netti: l’isolamento inteso come incubatore autonomo di sistemi già intrinsecamente resilienti; la biodiversità non come semplice cartolina paesaggistica, ma come tessuto umano e produttivo vivo; e infine la Calabria eletta a vero e proprio Laboratorio di Design Circolare, dove la “mano che pensa” e il tempo lento dell’artigianato diventano armi strategiche contro l’appiattimento digitale. Non stiamo parlando di nostalgia, ma di un manifesto d’azione.

Francesca Giglio Architetto, ricercatrice e Professoressa Associata in Tecnologia dell’Architettura e del Design presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria. © Ljdia Musso

Entriamo dentro questo laboratorio. Taglio netto: la parola passa integralmente a chi questa trincea la vive ogni giorno tra le aule universitarie e la materia viva del territorio.

Vantaggio. Le Radici Elettive del Progetto

Francesca, Pino Scaglione ha parlato della “fame” di cultura che lo ha spinto a creare. Tu lavori ogni giorno con giovani che devono trovare la propria voce. Se dovessi guardare al tuo percorso, quali sono le tue “radici elettive”? Quali autori, paesaggi o incontri hanno formato il tuo DNA di progettista e come cerchi di aiutare i tuoi studenti a identificare le proprie, per evitare che il loro design sia solo un esercizio estetico senza fondamenta?
Le mie radici elettive partono innanzitutto dalla mia formazione come architetto. È una formazione che, per sua natura, è profondamente eteronoma: l’architettura dialoga continuamente con discipline diverse, dalla tecnologia alla sociologia, dalla storia alla scienza dei materiali, dall’arte alla dimensione costruttiva.

Sin dall’inizio del mio percorso ho scelto di formarmi nella mia terra, in Calabria. Non è stata una scelta di chiusura, ma la volontà di confrontarmi con un territorio complesso, fragile ma straordinariamente ricco di cultura materiale, relazioni e contraddizioni. Questo mi ha portato a sviluppare uno sguardo molto attento al rapporto tra progetto, comunità e materia.Negli ultimi anni questo percorso si è ampliato anche verso il design, attraverso la didattica e la ricerca, ma mantenendo sempre un unico filo conduttore: il valore del dettaglio, del progetto esecutivo, dell’uso consapevole dei materiali e dell’attenzione alla materia come elemento centrale del processo progettuale.

È un approccio che sento molto vicino ad autori come Juhani Pallasmaa, quando parla della mano come strumento di pensiero, oppure a Bruno Munari, con la sua idea del progetto come processo generativo. Per me il progetto nasce proprio lì: nel rapporto diretto con la materia, nel comprendere come un materiale reagisce, invecchia, si trasforma, dialoga con la luce e con il corpo umano.

Anche quando oggi lavoriamo con strumenti digitali o con l’Intelligenza Artificiale, continuo a pensare che la qualità del progetto si misuri ancora nella capacità di controllare il dettaglio e di costruire un rapporto autentico tra idea e materia. Ed è questo che cerco di trasmettere ai miei studenti di architettura e di design: l’idea che queste discipline non siano mondi separati, ma campi aperti che si alimentano continuamente attraverso connessioni, esperienze e contaminazioni differenti.

La “Mano che Pensa” nell’Era dei Prompt

Il tema del Calabria Design Festival 2025 ci interrogava sul valore del gesto manuale. Nella didattica odierna, dove l’Intelligenza Artificiale può generare immagini in pochi secondi, ha ancora senso parlare di “mano che pensa”? Come riesci a trasmettere ai tuoi studenti l’importanza del contatto con la materia e dello schizzo come processo cognitivo? L’IA è un’alleata della manualità o rischia di atrofizzare quella capacità critica che solo il fare lento riesce a sviluppare?
Oggi più che mai ha senso parlare di “mano che pensa”. Credo che ci sia un momento del progetto che resta insostituibile: quello dell’idea iniziale, del concept che nasce spesso attraverso un segno tracciato a mano. È lì che il pensiero controlla la mano e la mano, allo stesso tempo, controlla la misura del progetto. Disegnare a mano significa prendere consapevolezza dell’idea mentre si costruisce.Per questo nei miei corsi faccio sempre fare agli studenti una fase iniziale di confronto con il progetto a mano, attraverso schizzi, appunti, prove e piccoli modelli.

È un passaggio fondamentale, perché il progetto nasce davvero nel rapporto diretto tra pensiero, gesto e materia. Mi sento molto vicina a riflessioni come quelle di Juhani Pallasmaa sulla mano come strumento di pensiero, o a Richard Sennett quando parla dell’intelligenza del fare.Allo stesso tempo, non bisogna demonizzare l’Intelligenza Artificiale. Oggi fa parte sia della nostra professione che del percorso degli studenti, quindi è importante conoscerla e imparare a usarla bene. Trovo molto interessante il pensiero di Donald Norman, secondo cui la tecnologia deve amplificare le capacità umane, non sostituirle. Ed è esattamente così che vedo l’IA: uno strumento utile per supportare e ottimizzare alcuni processi, ma non sostitutivo del pensiero progettuale. Perché il progetto nasce ancora dalla capacità umana di intuire, interpretare e dare senso al pensiero.

Fermati un secondo, guarda lo schermo o lo spazio che ti circonda e prova a cambiare obiettivo. Zooma sui borghi, sulle filiere invisibili di una terra complessa e fragile. Qui l’economia circolare non si impara sui manuali di marketing o nelle multinazionali: è una necessità impressa nel quotidiano, dettata da un isolamento ancestrale che ha storicamente costretto a non sprecare. Riprendiamo il dialogo, scendendo sul campo.

Design Circolare e Territorio: La Pratica del Possibile

Passiamo all’aspetto pratico. Ti occupi molto di rigenerazione urbana e materiali innovativi. In un territorio come la Calabria, spesso percepito come periferico rispetto ai grandi centri del design, come si mette in pratica il concetto di “economia circolare”? Qual è l’ostacolo più grande che incontri nel tradurre una ricerca accademica d’avanguardia in un intervento concreto che un committente locale sia disposto ad accettare e finanziare?
In un territorio come la Calabria, l’economia circolare non è un concetto teorico: è quasi una necessità. Abbiamo una grande quantità di risorse locali – spesso considerate scarti – che possono diventare materia di progetto. Il problema è che manca spesso una cultura condivisa del valore di queste trasformazioni.In questo senso credo che la Calabria possa diventare un vero laboratorio anticipatore nel campo del design.

Perché aqui esiste ancora una connessione molto forte tra mano, materia e intelligenza del fare. Esiste una resistenza culturale importante: il gesto artigiano è ancora vivo e custodisce competenze che possono essere fondamentali anche per il futuro. Penso alla forza della manualità, al tempo lento del fare, alla conoscenza profonda dei materiali locali e delle tecniche tradizionali. Tutti elementi che oggi, nell’epoca dell’iper-accelerazione e dell’Intelligenza Artificiale, assumono quasi un valore strategico.Mi sento molto vicina a visioni come quella di Ezio Manzini, che interpreta il design come attivatore di relazioni e processi territoriali.

Il ruolo dell’università, oggi, è fondamentale. Attraverso la terza missione e il trasferimento tecnologico abbiamo il compito di valorizzare queste risorse e trasformarle in valore comune per il territorio. Nel nostro lavoro sviluppiamo molte collaborazioni con aziende locali, associazioni e comuni, attraverso convenzioni, tesi e attività di ricerca applicata. Lavoriamo su progetti di innovazione e sperimentazione che mettono insieme circular design, materiali e identità territoriali, cercando di valorizzare le competenze già presenti nei luoghi.

Oltre l’Idea: Insegnare la Sostenibilità Economica

Il design oggi non può prescindere dalla responsabilità. Ma la passione deve diventare un mestiere. Come si insegna a un aspirante designer che la bellezza di un’idea deve scontrarsi con il mercato, la sostenibilità economica e il dialogo con un potenziale acquirente spesso scettico? Qual è il consiglio pratico che dai ai tuoi ragazzi per far circolare i loro lavori e far capire che il design è un investimento, non un costo aggiuntivo?
Questo è uno dei passaggi più difficili per gli studenti. Spesso si innamorano dell’idea – giustamente – ma fanno fatica a confrontarsi con la realtà. Io cerco di fargli capire che un buon progetto è quello che riesce a esistere. Non basta essere bello o innovativo: deve essere producibile, sostenibile, comprensibile per chi lo deve usare o acquistare. È proprio la mia formazione di tecnologa, che studia e indaga i processi realizzativi, a contribuire a dare agli studenti l’input per confrontarsi con la realizzabilità del progetto rispetto alle filiere produttive, ai materiali, al contesto e agli utilizzatori finali. Il consiglio pratico che do è molto semplice: imparare a raccontare il proprio progetto. Non solo cosa è, ma perché esiste, quale problema risolve, quale valore genera. Quando riesci a far capire questo, il design smette di essere percepito come un costo e diventa un investimento. E questo cambia completamente il rapporto con il mercato.

Il Design del Futuro: Di cosa ci occuperemo davvero?

Guardando ai prossimi dieci anni, quale sarà il ruolo centrale del designer? Saremo creatori di oggetti, curatori di processi sociali o mediatori tra tecnologia e umanità? Dove collochi idealmente il futuro della tua ricerca e del lavoro dei tuoi studenti?
Credo che il designer del futuro sarà sempre meno un “creatore di oggetti” e sempre più un mediatore. Un mediatore tra tecnologia e umanità, tra risorse e bisogni, tra locale e globale. E soprattutto un progettista di processi, non solo di prodotti. Ci occuperemo sempre di più di sistemi complessi: ambiente, cambiamento climatico, gestione delle risorse, inclusione sociale. Va però ricordato che il designer, per sua natura, individua sempre scenari di futuro, anticipando bisogni, comportamenti e modalità d’uso che non sono ancora pienamente espressi ma che emergono come possibilità progettuali. Per quanto mi riguarda, vedo il futuro della mia ricerca e dei miei studenti proprio in questa direzione: un design capace di agire nei territori, ma con una visione ampia. Un design che non si limita a produrre cose, ma che prova a trasformare relazioni.

Muoviamo adesso la macchina da presa verso la fine di questa storia.

Il finale non è ancora scritto, ma la direzione è tracciata con la precisione di uno schizzo a mano libera. La vera sfida della resistenza territoriale si gioca qui: smettere di subire la distanza e trasformare l’isolamento da limite a risorsa.

Francesca Giglio ci dimostra che la vera innovazione non ha bisogno di smaterializzarsi nell’ennesimo server remoto; ha bisogno della capacità profonda di abitare, proteggere e rigenerare le nostre radici più intime e “marginali”.

Francesca Giglio

Francesca Giglio Architetto, ricercatrice e Professoressa Associata in Tecnologia dell’Architettura e del Design presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria. © Ljdia Musso

Chi è Francesca Giglio

Architetto, ricercatrice e Professoressa Associata in Tecnologia dell’Architettura e del Design presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria. La sua attività si concentra sulla progettazione tecnologica, sulla rigenerazione urbana sostenibile e sul circular design applicato ai territori. Ha scelto di fare della Calabria un laboratorio a cielo aperto, dove la ricerca accademica d’avanguardia incontra la cultura materiale locale e la profonda sapienza del gesto artigiano, dimostrando che l’innovazione più autentica oggi si coltiva lontano dai centri di potere omologati.

CALL TO ACTION:

ENTRA NEL PROGETTO

1. Ascolta l’Invisibile: Il Podcast Caffè Fotografici. Questo articolo traccia i confini del problema, ma la voce viva ha un altro spessore. Per ascoltare gli approfondimenti relativi a questo dialogo e addentrarti nelle sfide della trincea creativa, fai un salto su Caffè Fotografici, il mio podcast personale.

2. Ci vediamo a Luglio: Cerco Volti in Calabria Il progetto Radici torna sul campo. Questa estate, a luglio, scenderò nuovamente in Calabria per una nuova tappa visiva ed espressiva. Sto cercando volti, sguardi, mani e storie da fotografare per continuare a mappare questa biodiversità umana e resistente. Le date esatte del tour sono in via di definizione.

Il progetto radici è nato in collaborazione tra Caffè Fotografici e Calabria design festival e si propone di Mappare le radici della creatività calabrese e interrogarsi sul rapporto tra creatività e intelligenza artificiale.

3. Rimaniamo Connessi Per proporre il tuo volto per gli scatti di luglio o per non perderti i prossimi approfondimenti, segui le mie pagine ufficiali: connettiti a Caffè Fotografici e Radici . È lì che teniamo vivi i fili di questa rete invisibile.

LA BIBLIOTECA DI RADICI:

3 LIBRI DA CONSIDERARE

Per chi vuole scavare più a fondo sotto la superficie della materia e del tempo.

“La mano che pensa. Dall’intelligenza esistenziale all’architettura incarnata” di Juhani Pallasmaa: Il saggio di riferimento citato nell’intervista. Un testo fondamentale per capire perché il tatto e il gesto manuale possiedono un’intelligenza autonoma che nessun prompt digitale potrà mai sostituire.

“L’uomo artigiano” di Richard Sennett: Un’indagine accurata sul valore del fare le cose bene per il semplice gusto di farle. La bibbia perfetta per comprendere la resistenza del tempo lento e l’intelligenza pratica custodita nei territori considerati periferici.

“Abitare la prossimità” di Ezio Manzini: Una lettura illuminante sul design inteso come attivatore di relazioni sociali e territoriali. Spiega come la vera rigenerazione e l’economia circolare nascano proprio dal recupero dei sistemi locali ed ecologici dei nostri borghi.

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