FALL 2025: cosa significa oggi per un artista pensare pericolosamente?
Intervista a Bill Shipsey, fondatore di Art for Human Rights, membro onorario del Board del festival FALL 2025, al DOX di Praga dal 2 al 5 ottobre

Intervista a Bill Shipsey, fondatore di Art for Human Rights, membro onorario del Board del festival FALL 2025, al DOX di Praga dal 2 al 5 ottobre

FALL sta per Festival of Arts, Literature and Learning. Per il terzo anno anno consecutivo si svolge al DOX di Praga, centro vivacissimo di esplorazione di temi contemporanei attraverso l’arte.
Art for Human Rights, già Art for Amnesty, è da parte sua un’organizzazione fondata sul credo che il lavoro degli artisti possa contribuire a creare un futuro migliore, perché il loro pensiero, per natura e d’istinto non omologato, può colpire in modo viscerale, aprendo al salto della conoscenza e al desiderio di cambiamento. Bill Shipsey, ex avvocato, attivista da sempre, l’ha fondata su una sua intuizione nel 2002 e da allora incessantemente collega artisti di fama internazionale alle organizzazioni che si battono per i diritti umani.
Nel suo manifesto, FALL 2025 si chiede: cosa vuol dire oggi per un artista pensare pericolosamente? pensare in maniera critica? in maniera sovversiva? assumersi dei rischi? non avere paura di definirsi, di collocarsi, di schierarsi? Per dirla con Camus: “creare oggi è creare pericolosamente. Qualsiasi pubblicazione è un atto, e quell’atto espone alle passioni di un’epoca che non perdona niente.”
Bill, tu che da 23 anni lavori al fianco di artisti di tutto il mondo e di tutte le discipline, trovi che il clima di questo 2025 stia avvelenando anche il mondo dell’arte, che sia in atto un’autocensura preventiva? Te lo chiedo per gli Stati Uniti, che tu frequenti moltissimo anche per motivi personali, te lo chiedo per l’Irlanda che è il tuo paese, te lo chiedo per la Francia in cui vivi ormai da molti anni.
No, non mi sembra che gli artisti siano avvelenati dalle sfide che la comunità che lavora per i diritti umani affronta oggi a livello globale. Gli artisti anzi, per mia esperienza, rimangono i più impegnati e coinvolti, poiché sentono in modo diretto e chiaro che l’interferenza con il loro diritto a esprimersi impedisce o limita la loro capacità di creare. Se esiste un’autocensura da parte degli artisti, io non l’ho notata né sperimentata.
“Gli artisti negli USA sono diventati ancor più schietti e coraggiosi nell’era Trump”
In particolare, qual è il clima negli Stati Uniti oggi?
Non posso parlare con grande autorità di ciò che sta accadendo negli Stati Uniti, ma gli artisti americani che conosco, giovani e vecchi – inclusi grandi nomi come Bruce Springsteen e Joan Baez – sono diventati semmai ancor più coraggiosi e schietti dall’avvento di Trump.
Il genocidio in corso e in svolgimento a Gaza, in particolare, ha galvanizzato e sta galvanizzando il sostegno e l’attivismo da parte di artisti di ogni disciplina in tutto il mondo.
Le giornate del FALL 2025 saranno ricche di interventi di autori, da Daniel Kehlman, che nel suo ultimo libro, “Il regista“, esplora il rapporto fra arte e potere, al dissidente cinese in esilio Badiucao e la giornalista Melissa Chan, che con lui ha scritto la graphic novel “You Must Take Part in Revolution“, a Paul Lynch, che nel suo “Canto del profeta” mette in scena un’Irlanda distopica sprofondata nel totalitarismo, ad Adania Shibli, la scrittrice e poeta palestinese la cui cerimonia di premiazione, alla Fiera del Libro di Francoforte nel 2023, fu cancellata dopo il massacro del 7 ottobre, adducendo “tempistiche insensibili”. Solo per citarne alcuni.
Bill, per dirla con il grande poeta Seamus Heaney, che è stato anche un tuo caro amico, l’arte aiuta a veicolare il messaggio dei diritti umani “dalle arterie ai capillari”. Io ricordo che l’intuizione alla base di Art for Human Rights nasce da una tua forte esperienza personale: cosa è arrivato di colpo un giorno ai tuoi capillari?
Avevo 19 anni quando partecipai alla mia prima azione per Amnesty, era il 50° anniversario dell’esecuzione di Sacco e Vanzetti e protestavamo contro la pena di morte fuori dal carcere di San Quentin. Joan Baez, che avevo già incontrato come membro di un gruppo pacifista nella mia università a Dublino, cantava al raduno con sua sorella Mimi Farina. Fu allora che all’improvviso ebbi chiaro il potere dell’arte (in questo caso sotto forma di musica), di commuovere le persone in modo viscerale ed emotivo, cosa che la legge o le convenzioni che si appellano ai sensi cerebrali non riescono a fare.

E poi?
Ho lavorato per un anno in uno studio legale in California per la difesa dei condannati a morte, poi sono tornato in Irlanda a esercitare la professione legale. La sezione irlandese di Amnesty International, di cui divenni presidente, organizzò un’asta di opere di Artisti per Amnesty. Poi fu la volta dei concerti degli U2, The Police, Peter Gabriel, Joan Baez, Lou Reid e in seguito Bruce Springsteen, Sting, Peter Gabriel, Tracy Chapman e Youssou N’Dour, tutti per raccogliere soldi per Amnesty… Chiesi a Irene Khan, che allora era la segretaria generale di Amnesty, cosa avrebbe potuto fare se fossi riuscito a raccogliere 10 milioni di dollari per Amnesty grazie agli artisti e lei rispose “una montagna di cose!” Ecco, Art for Amnesty nacque così, trasformandosi poi nel 2022 in Art for Human Rights, collaborando non più solo con Amnesty ma con tutte le organizzazioni che difendono i diritti umani.

Come è nato il tuo interesse per questo festival?
Art for Human Rights è collegata al DOX da 15 anni, cioè esattamente da quando è sorto. Leos Valka, il fondatore, venne a Dublino per un evento di Art for Human Rights nel 2004, e lì nacque subito una forte amicizia. Così come con Michaela Silpocova, partner di Leos anche nella vita, direttrice artistica del Centro e ideatrice del FALL. Michaela studia e analizza principalmente i rapporti fra arte visiva e letteratura, cura il programma letterario del DOX ed è responsabile del suo approccio interdisciplinare alle arti.
Art for Amnesty, come ci chiamavamo allora, ha collaborato con il DOX a numerosi progetti prima di questo, come ad esempio una mostra di Peter Sis, una di Art 19 e altre. Il DOX ha anche esposto il primo busto in bronzo di Liu Xiaobo che ho commissionato nel 2019. Ed è tuttora esposto lì al DOX, con grande disappunto dell’ambasciata cinese!
Durante FALL 2025 avranno luogo molti workshops, sotto la voce Learning, dove “learning” sta per conoscenza degli altri e di se stesso, attraverso lo scambio di storie personali. È la filosofia di Narrative4, la creatura del grande scrittore Colum McCann, un irlandese come te, per quanto trapiantato a New York.
A suo tempo ho presentato io stesso Colum a Michaela, e da allora è nata una grande collaborazione. Nell’edizione FALL 2023, Art for Human Rights ha anche sponsorizzato i voli di Rami Elhanan e Bassam Aramin, protagonisti di Apeirogon, l’ultimo romanzo di Colum, due padri (in italiano non esiste la parola per dire orfani di una figlia, in questo caso per atti di terrorismo), l’uno israeliano l’altro palestinese.
Bill, se dovessi definire la connessione fra artisti e diritti umani, che parole useresti?
Prenderei alcune di quelle pronunciate da Seamus Haney introducendo un nostro evento: “..c’è la la sensazione che buoni spiriti dalla repubblica della coscienza e dalla terra dell’arte si siano riuniti per le giuste ragioni nel posto giusto…non per una causa quanto per un credo… una disposizione piuttosto che una linea di partito. E la disposizione è questa: siamo disposti a credere che il lavoro degli artisti aiuti a creare il nostro futuro. Crediamo che l’impegno degli individui creativi possa promuovere un nuovo ordine di comprensione nella mente comune, una comprensione che precede e prepara l’istituzione di nuove condizioni sociali e, in effetti, nuove condizioni legislative.”
