Dal 31 Luglio al 7 Agosto, presso il Palazzo Ascanio Sforza di Proceno, parte la VII edizione del Festival Ad Arte. Ne parliamo con i suoi creatori e anime: Igor Mattei e Marina Biondi.

Parlate esplicitamente di anima: a quali anime vi rivolgete e con quali tipologie di anima collaborate in questa edizione.
Già il solo parlare di anima, oggi, in un’epoca profondamente segnata dal materialismo, rappresenta per noi una scelta significativa. Credo che l’essere umano non possa essere ridotto alla sola dimensione materiale, come troppo spesso la società contemporanea, dominata dalle logiche neoliberiste, tende a farci credere. La persona non coincide unicamente con le proprie funzioni biologiche, né tantomeno con il ruolo di consumatore. Esiste, fortunatamente, una dimensione che continua a sottrarsi al controllo delle dinamiche del mercato, dell’economia e di quella cultura del consumo che, per molti aspetti, ha finito per sostituire i dogmi religiosi con nuovi modelli altrettanto rigidi. È proprio a questa dimensione più profonda che desideriamo rivolgerci come ideatori artistici della manifestazione.

Il nostro invito è rivolto a tutte quelle anime in cammino che, pur vivendo pienamente l’esperienza terrena e assaporandone, attraverso i sensi, tutta la ricchezza possibile, avvertono che la realtà non si esaurisce nella sola materia. Non si tratta di una scelta intellettuale, ma di un’esigenza autentica e profondamente radicata: quella di continuare a evolversi, interrogarsi e cercare un dialogo costante con sé stessi e con il mondo, accettando che ogni percorso di crescita passi inevitabilmente attraverso tentativi, errori e nuove scoperte.


Creare oggi un festival indipendente è impresa monumentale: quali forze vi sostengono? 
In primis forze animiche, alle quali da sempre ci ispiriamo, dato dalla profonda passione per il nostro mestiere di artisti, spesso ridotto a puro mercato o a vuoto ripetitore estetico di istanze che con anima, eudaimonia (tema di questa VII Edizione) e visione altra poco hanno a che vedere. Per noi visione animica ed estetica diventano sempre più imprescindibili l’una dall’altra, col passare degli anni. E dobbiamo dire con profondo appagamento. Perché se eudaimonia, vuol dire, in breve, fioritura dell ‘essenza (daimon) unica e irripetibile presente in ciascun essere umano, per quanto riguarda questa nostra manifestazione, equivale a far coincidere il nostro mestiere con la nostra anima e in termini artistici e umani, è un’esigenza chiara che per noi diventa sempre più irrinunciabile. Una sorta di richiamo profondo, interiore, che appaga e pacifica. Come far combaciare la propria immagine esteriore con quella interiore. Un buon daimon che chiede di essere ascoltato e seguito. Forse non esiste nulla di più importante nella vita, così come nell’arte.

Citare il concetto greco di eudamonia: quali scelte di cartellone andrà a riflettere questo importante contenitore. 
Eudaimonia è il tema della settima edizione. È un concetto che non abbiamo scelto razionalmente: si è imposto da sé, quasi fosse già presente e aspettasse soltanto di emergere, diventando naturalmente lo spirito guida di questa edizione. In che modo le nostre scelte di cartellone riflettono questo concetto? In ogni loro aspetto. Ciascuno dei sette spettacoli selezionati scelti tra oltre settecento proposte provenienti da tutta Italia rappresenta una particella dell’anima dell’artista che lo porterà in scena, ma anche della nostra, che lo ha riconosciuto e accolto. Ogni lavoro è una scheggia del nostro sentire, un frammento del nostro modo di osservare e interpretare il mondo attraverso il teatro.

Il festival ha ormai una sua storia: volete riassumerne le tappe cardine e quali energie interne a voi lo hanno guidato?
Il Festival nasce da una nostra visione condivisa fin dal 2014. E di visione, in effetti, si è trattato, da cui ha preso forma un percorso che ci ha portati a vivere cinque memorabili edizioni consecutive a Calcata, “in direzione ostinata e contraria”. Un’avventura che sarebbe stata impensabile senza una forza capace di andare ben oltre le più elementari logiche organizzative e umane.

Poi è arrivato Proceno. La prima edizione in questo luogo è stata dedicata al Lìmen, al confine: quello geografico, perché Proceno si trova proprio al crocevia tra Lazio, Toscana e Umbria, ma anche quello interiore, che ciascuno di noi è chiamato ad attraversare per andare oltre le colonne d’Ercole della delusione e del disincanto. Un invito a non cedere allo sconforto, ma a trovare un nuovo spazio, una nuova possibilità, una nuova vita. Oggi, con la settima edizione la seconda a Proceno dedicata all’Eudaimonia, abbiamo l’impressione che quel primo seme piantato in questa nuova terra stia finalmente iniziando a fiorire.

Quali energie ci hanno guidato in questi anni? Sicuramente molto cuore, molta anima, tanta professionalità conquistata con fatica, dedizione e passione. Tutto questo nonostante le enormi difficoltà che comporta un percorso libero, senza reti di protezione, come è sempre stato quello di AD Arte Festival, costantemente alla ricerca di qualcosa che vada oltre il semplice fare artistico. Crediamo che la professionalità, se non è accompagnata dal cuore, rischi di restare fredda, autoreferenziale. Può essere efficace nell’immediato, ma non mette radici. Se siamo arrivati alla settima edizione è probabilmente perché qualcosa di più profondo ha attraversato e sostenuto questa avventura fin dal suo inizio. Chi ci ha seguito, sostenuto e accompagnato come artista, spettatore, operatore o semplice amico del Festival ha sempre saputo, anzi sentito, quanto sincera fosse la nostra volontà. Quel buon daimon, quella forza interiore che ha continuato a spingerci verso la luce, invitando anche gli altri a far emergere il proprio. Forse è riuscito perfino a raggiungere le istituzioni e questa sì che sarebbe un piccolo miracolo se anche quest’anno, per la seconda volta consecutiva, la Regione Lazio ha deciso di sostenere questa nostra impresa a Proceno.

Forse il segreto di questi sette anni risiede proprio qui. E il numero sette non è casuale. Nelle grandi tradizioni sapienziali pitagorica, vedica, ebraica e cristiana rappresenta un numero di straordinaria importanza. In numerologia è l’unione del quattro, simbolo della terra, e del tre, simbolo del cielo. È il numero del compimento.

Il vostro comunicato stampa promette una esperienza di fioritura dello spettatore: in che termini?
Il contatto con l’anima dell’altro genera sempre, in chi sa davvero ascoltare e osservare, una nuova consapevolezza di sé. È questo l’augurio che accompagna ogni edizione della manifestazione: che gli spettatori possano uscire da uno spettacolo, da un concerto serale o anche da un semplice incontro casuale negli spazi della dimora storica di Palazzo Guido Ascanio Sforza, sentendosi in qualche modo trasformati, arricchiti o rigenerati. Come se avessero ricevuto qualcosa che va oltre la semplice esperienza di uno spettacolo dal vivo. Fin dalla sua nascita, infatti, la manifestazione non si è limitata a essere una vetrina per artisti emergenti e indipendenti, ma ha voluto affermarsi come un luogo di incontro, dialogo e crescita. Uno spazio in cui l’esperienza artistica diventa occasione di confronto, capace di favorire l’evoluzione personale non solo attraverso le opere proposte, ma anche grazie alle relazioni che si intrecciano tra artisti, operatori culturali e pubblico. È proprio in questo scambio umano che il festival trova uno dei suoi significati più profondi. È così che l’anima va in scena nella vita come nell’arte.

Condividi: