Anche quest’anno, per i 46 anni dal 2 agosto del 1980, a Bologna si ritroveranno in tanti: l’Associazione dei familiari delle vittime del 2 agosto – quest’anno presieduta per la prima volta da Paolo Lambertini – le staffette, le persone comuni, i rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali e soprattutto la comunità bolognese.

Tutti rievocheranno il più grave atto di terrorismo della storia repubblicana d’Italia: la bomba esplosa alle ore 10 e 25, il 2 agosto 1980, nella stazione ferroviaria di Bologna, che provocò la morte di 85 persone e il ferimento di oltre 200.

La strage di Bologna, mandanti e esecutori

La verità giudiziaria sulla strage è chiara e netta: si è trattato di un attentato di matrice fascista-piduista, come hanno dimostrato i tanti processi di questi anni e le sentenze che ne sono seguite, che hanno delineato chiaramente mandanti ed esecutori.

Quel giorno del 1980 in stazione c’erano Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini e Paolo Bellini. Lo dicono le sentenze dei primi quattro imputati, già condannati in via definitiva, e la sentenza di Cassazione del luglio 2025 che portò all’ergastolo Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia nazionale e quinto uomo del gruppo degli esecutori della strage, che aveva agito assieme ai Nar, i Nuclei armati rivoluzionari, e all’ombra di altre sigle di estrema destra.

Ci sono, in particolare, due libri che raccontano la vicenda della strage di Bologna.

Il primo è di Paolo Morando, “La strage di Bologna. Bellini, i Nar, i mandanti e un perdono tradito”, che affronta in particolare tutta la storia processuale legata alla vicenda del 2 agosto 1980. Infatti, il lungo iter giudiziario ha rivelato dopo decenni di lotta – portata avanti soprattutto dall’impegno di ricerca della verità da parte dei familiari delle vittime e dell’Associazione che li ha sempre rappresentati – e di tenacia degli investigatori, le responsabilità dei mandanti di quella strage. Mandanti che oggi hanno un nome chiaro e conosciuto da tutti: Licio Gelli e la sua P2, Federico Umberto D’Amato, Mario Tedeschi e Umberto Ortolani che, secondo le sentenze, vennero ritenuti a vario titolo mandanti, finanziatori e organizzatori di quel che avvenne il 2 agosto 1980.

“Oggi la lettura della strage di Bologna è cambiata: non più l’opera di un gruppo di ragazzetti esaltati, i Nar, bensì un’operazione lungamente studiata, quanto in alto ancora non si sa, ma sicuramente organizzata e finanziata dalla P2, insieme a pezzi dello Stato e saldando le sigle della galassia dell’eversione nera. Tutto questo in una logica di continuità con gli anni Settanta: quell’aspra stagione della strategia della tensione che nell’agosto del 1980 l’Italia sembrava aver definitivamente archiviato, ma che – per chi ne reggeva i fili – non era invece affatto conclusa”.

P. Morando, “La strage di Bologna”, Feltrinelli, 2023.

L’altro libro che merita di essere citato è ancora più recente ed è opera del ricercatore e saggista Giacomo Pacini, “L’Italia e il lodo Moro. Diplomazia segreta negli anni della guerra fredda”. Il volume ricostruisce l’esistenza di un dialogo sotterraneo tra lo Stato italiano e alcune formazioni dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (appunto, il cosiddetto “Lodo Moro” dal nome dell’allora ministro degli Esteri, Aldo Moro) che consentiva ai miliziani palestinesi di muoversi liberamente in Italia (consentendo anche in forma implicita il trasporto di armi o il rilascio di eventuali arrestati) in cambio della volontà di queste formazioni coinvolte di non colpire obiettivi del nostro Paese.

Tuttavia, secondo alcuni interpreti e anche di recente, la violazione da parte italiana di questo “Lodo” alla fine degli anni Settanta sarebbe un indizio di un coinvolgimento palestinese nella strage di Bologna con la partecipazione di questi miliziani, respingendo la credibilità della “pista nera” e dunque scagionando i cinque imputati fascisti i cui nomi sono stati riportati sopra. Ma è proprio Giacomo Pacini a smontare questa tesi (conosciuta oggi come “pista palestinese”) e a dar ancora più valore a tutte le sentenze giudiziarie di questi anni che hanno condannato come esecutori della bomba alla stazione i cinque componenti dei Nar e di Avanguardia nazionale. Scrive infatti Pacini, proprio sulla base di una documentazione di recente desecretata:

“Grazie ai documenti oggi disponibili, è possibile ricostruire con buona precisione le diverse fasi che portarono alla stipulazione del lodo con l’universo palestinese.
In parallelo, si può seguire il filo della diplomazia riservata che l’Italia intrattenne con la Libia di Gheddafi, strategia strettamente legata all’intesa informale raggiunta al Cairo nel 1973. Come si è visto, all’epoca fu proprio l’intervento delle autorità libiche a rivelarsi determinante nella gestione della crisi dei militanti palestinesi arrestati, segnando così l’avvio di un dialogo sotterraneo ma continuo, nel quale la mediazione di Tripoli giocò un ruolo cruciale nella tutela degli interessi italiani nel Mediterraneo”
.

G. Pacini, “L’Italia e il Lodo Moro”, Einaudi.

Ha scritto proprio Paolo Morando, sul quotidiano Domani (21 giugno 2026) , in merito al libro di Giacomo Pacini, ricordando appunto come la declassificazione di documenti segreti (in particolare quelli degli allora servizi segreti italiani) abbia consentito di fare ulteriore luce sugli arresti di alcuni palestinesi coinvolti in traffico di armi e di mettere una pietra poco meno che tombale su quella che ancora in tanti considerano la “pista palestinese”:

“Risposta di Pacini, dopo pagine e pagine di analisi di tempi e contenuti del carteggio (oltre che dei paralleli eventi di cronaca e politica): «Nel materiale prodotto dal Sismi fra 1981 e 1982 si afferma più volte che, dal 1973, i palestinesi non avevano effettuato alcun attentato terroristico in Italia. A meno di ipotizzare (e soprattutto dimostrare) che in queste carte i nostri servizi abbiano mentito in modo spudorato e sistematico, bisogna prendere atto che, allo stato attuale della documentazione, la vicenda di Ortona e dei suoi arresti non ebbe come conseguenza né la strage di Ustica, né quella di Bologna»”.

P. Morando, “Tra storia e polemiche. La verità sul Lodo Moro”, Domani (21 giugno 2026).

In conclusione, come ha chiesto Paolo Lambertini, bisogna far quadrato per difendere la verità sancita dalla Cassazione nel luglio 2025 e da tutte le altre sentenze giudiziarie. Si tratta di una verità da difendere a tutti i costi nel nome di quel diritto alla verità e alla giustizia che spetta alla vittime del 2 agosto 1980, ai loro familiari e a tutto il popolo italiano.

Per questo, ogni anno il 2 agosto è una tappa ineludibile della storia civile dell’Italia repubblicana che ricorda il più grave atto terroristico della propria esistenza. E far passare il 2 agosto come una data qualsiasi della nostra estate e della nostra vacanza non è proprio possibile.

“Bologna 10.25 Nessuna coincidenza”: il manifesto per l’anniversario del 2 agosto 1980 (Tgr).

Per quanto mi riguarda, io ero troppo piccolo all’epoca dei fatti per ricordare. Ma anni dopo, mia madre mi raccontò che quello stesso giorno lei e altri nostri parenti erano andati a fare un viaggio di qualche giorno a Firenze. Per rientrare nelle Marche con il treno, però, il loro convoglio fu fatto passare per la stazione di Bologna solo nella tarda serata di quel 2 agosto. E il suo ricordo – così come me lo ha trasmesso – è stato quello di un passaggio allo scalo bolognese in un binario lontano dal luogo dall’esplosione. Il suo racconto è sempre stato incentrato sull’aspetto spettrale della stazione nel cuore delle tenebre, nonostante le luci distanti e le gru ancora al lavoro alla ricerca di eventuali sopravvissuti, e specialmente sul dato sensoriale del silenzio di quel luogo di passaggio, solitamente così rumoroso per traffico di merci e persone e per il transito dei treni.

Un silenzio che, ancora oggi, io non posso fare a meno di sentire con tutto il suo carico di terrore e di morte.

Condividi: