Figlio di molte madri
Nel suo più recente romanzo "Il partito disarmato" Daniele Petruccioli ricorda. Ma fantastica anche. Ricorda come la sua vita sia stata fortemente condizionata dall’essere figlio di una militante femminista.

Nel suo più recente romanzo "Il partito disarmato" Daniele Petruccioli ricorda. Ma fantastica anche. Ricorda come la sua vita sia stata fortemente condizionata dall’essere figlio di una militante femminista.

Nel suo più recente romanzo Il partito disarmato (Kalòs, pp 248, euro 20.00) Daniele Petruccioli ricorda. Ma fantastica anche: ci racconta, forte del suo mestiere di letterato e narratore, ricorda come la sua vita sia stata fortemente (e favorevolmente) condizionata dall’essere fiorita, da figlio, tra le braccia di una militante femminista. Per di più di una militante della prima ora e di un certo rilievo.
A Roma, negli anni Settanta, Daniele bambino “partecipa” all’occupazione del palazzo del Governo Vecchio, prima sede storica del movimento femminista romano e poi si trasferisce al Buon Pastore dove tuttora ha sede la Casa delle Donne che il Comune rilevò per quella che oggi, opportunamente, è una istituzione. Sua madre era Miki Staderini e suo padre Sergio uno degli esponenti di rilievo del movimento del ’68 romano. Ma è della madre che parla il libro e lo fa in un modo assai intelligente e emblematico perché egli incastona la sua esperienza di figlioletto e poi di ragazzo lì dove si è formata: all’interno del movimento femminista. Se si volesse giocare un po’ con le parole, si potrebbe modificare il titolo, per altro molto pertinente, con “Storia collettiva di una madre”, perché a fine lettura quello che si coglie è proprio quello: Daniele non è stato figlio solo di Miki ma di tutte le donne che aveva intorno.

La narrazione inizia da alcune immagini in bianco e nero e questo ci conduce, più o meno consapevolmente, a quello che si vedeva sulle pagine dei quotidiani e nei servizi dei telegiornali. Nelle strade e nelle piazze però era diverso perché il mondo era pieno di colori. Poi si ballava, si cantava, naturalmente si gridava, ma soprattutto, ricorda Daniele: quelle donne ridevano, ridevano tanto.
Il racconto vola leggero dalle discussioni su Marx, Freud, Lacan, Bataille, Foucault, Apollinaire fino a Jean Austen e soprattutto Virginia Wolf. Psicoanalisi, filosofia, politica e vicende personali si alternavano e si mescolavano nelle discussioni che quasi sempre partivano dalle iniziative dei “piccoli gruppi” per diventare patrimonio del movimento, non solo a Roma ma in Italia, in Europa e anche molto oltre.
Con perizia, Petruccioli, che oltre a essere scrittore e traduttore è anche regista e attore teatrale, alterna la sua prosa a molti dialoghi, assai efficaci per ricostruire in presa diretta le atmosfere e le passioni che informavano le riunioni e gli incontri anche solo personali di quel periodo e di quell’ambiente. Egli infatti dice di aver “assorbito” il femminismo non tanto di averlo “conosciuto”. Con una scrittura diretta e senza fronzoli, che ha il pregio di farci “vedere” quello che racconta, egli ci parla della lotta per il diritto all’interruzione di gravidanza, dei conflitti tra i sessi, di omosessualità, di pornografia, della forma politica che avrebbe dovuto prendere il movimento, delle occupazioni. Lui c’era. Era uno di quei bambini che facilmente si vedono nelle immagini d’archivio, coinvolti nei girotondi tra donne o in braccio a qualcuna di loro, sedute per terra a gambe incrociate durante le riunioni dei collettivi.
E’ cresciuto mentre tutto accadeva, mentre sequestravano e uccidevano Moro, mentre Lotta Continua si scioglieva dopo non aver rispettato un corteo separatista a Roma. E’ cresciuto tra altri bambini come lui nei casali di campagna e ascoltando l’eco dei litigi spesso composti, ma anche no, dei genitori che si separavano. E’ cresciuto tra personaggi che sbucano dalle fotografie sulla cui descrizione si sofferma per restituire i caratteri estetici e psicologici di uomini e donne che vengono chiamarti per nome e che non sono molte e molti, ma che sono rappresentative di un mondo che non è più così ma che ha lasciato un’eredità molto forte che Daniele ha sentito il bisogno di ritrasmettere e ricordare. E gliene siamo grati.
