Fine vita, è ora di pretendere una legge per la dignità
L’Associazione Luca Coscioni, da anni impegnata in particolar modo su questi temi, sostiene la campagna Liberi Subito! Fine vita, la petizione.

L’Associazione Luca Coscioni, da anni impegnata in particolar modo su questi temi, sostiene la campagna Liberi Subito! Fine vita, la petizione.

“Gentili parlamentari e concittadini tutti, non so se vi ricordate di me, sono Martina Oppelli. Più di un anno fa feci un appello a tutti voi affinché venisse promulgata e approvata una legge, una legge sensata che regoli il fine vita, che porti a un fine vita dignitoso tutte le persone, malate, anziane, ma non importa, prima o poi tutti noi dobbiamo misurarci con la fine della nostra vita terrena. Sì, questo appello è finito nel vuoto”.
Queste le parole di Martina Oppelli, malata di sclerosi multipla, registrate in un video tramite l’Associazione Luca Coscioni. Martina è morta il 31 luglio in Svizzera, dove ha avuto accesso al suicidio medicalmente assistito, dopo che per ben tre volte la sua ASL le ha negato la morte volontaria.
Martina e come lei tanti, non vedranno la legge sul fine vita che in questi giorni è in discussione in Senato. Il disegno di legge sul fine vita, sostenuto dalla maggioranza e criticato apertamente dalle opposizioni e dalle associazioni che si occupano di morte volontaria, ha appena iniziato l’iter legislativo e, considerata la pausa estiva del parlamento, non si sa se e quando sarà approvato.
Eutanasia e suicidio assistito sono pratiche diverse accomunate dal fine ultimo: quello di scegliere di morire quando la malattia o la sofferenza non è più sostenibile.
L’eutanasia volontaria è la pratica in cui è un medico a somministrare direttamente al paziente i farmaci che portano alla morte, su esplicita richiesta della persona. In Italia l’eutanasia è un reato punibile dal Codice penale: ai sensi dell’articolo 579 si è accusati di omicidio del consenziente e per l’articolo 580 si ha istigazione o aiuto al suicidio.
Nel suicidio medicalmente assistito, invece, è la persona stessa che si autosomministra il farmaco letale, “assistito” da personale sanitario. “Di regola avviene in luoghi protetti dove soggetti terzi si occupano di assistere la persona per tutti gli aspetti correlati all’evento morte (ricovero, preparazione delle sostanze, gestione tecnica e legale post mortem)”, si legge sul sito di Vidas, associazione che si occupa di dare assistenza ai sofferenti.
Per il suicidio medicalmente assistito non esiste una legge nazionale che disciplini tempi, procedure e modalità. La sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale ha legittimato tale pratica e ha individuato quattro requisiti per accedervi:
Una commissione medica della ASL di appartenenza verificherà che ci siano queste condizioni e stilerà una relazione che sarà inviata al comitato etico territoriale il quale dovrà formulare un proprio parere, obbligatorio ma non vincolante per la ASL.
Nel caso in cui si accerti che il richiedente possiede i requisiti previsti, potrà decidere se e quando accedere al suicidio medicalmente assistito. Recentemente, solo la Toscana, per adeguarsi alla sentenza sopraccitata, ha approvato la prima legge regionale sul fine vita che stabilisce linee guida pratiche sul fine vita.
Nel nostro ordinamento è prevista sia la sospensione delle cure per la quale “nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito senza il consenso libero e informato della persona interessata, salvo eccezioni previste dalla legge”; sia la sedazione palliativa che consiste nella somministrazione di farmaci sedativi per allievarne le sofferenze di un malato in fase terminale.
Il testo base, in discussione al Senato, è composto da quattro articoli. Il primo stabilisce che “il diritto alla vita è diritto fondamentale della persona in quanto presupposto di tutti i diritti riconosciuti dall’ordinamento” e assicura la tutela della vita di ogni persona.
L’articolo 2 del disegno di legge introduce un’eccezione alla punibilità prevista dal Codice penale: a precise condizioni non sarà punibile chi “agevola l’esecuzione” del suicidio. Non commetterà reato, quindi, chi aiuta una persona che vuole porre fine alla propria vita se maggiorenne, capace di intendere e di volere, e se il suo desiderio è “libero, autonomo e consapevole”. Inoltre, il richiedente dovrà trovarsi in una situazione medica particolarmente grave e irreversibile con “sofferenze fisiche e psicologiche insopportabili”.
Di cure palliative se ne occupa l’articolo 3 prevedendo che le regioni che non adempiono a quest’obbligo possano essere commissariate e attribuisce un ruolo di monitoraggio all’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS).
Con l’articolo 4 si istituisce “Comitato nazionale di valutazione”, che dovrà valutare le condizioni per poter accedere al suicidio medicalmente assistito. Questo comitato sarà composto da sette membri, nominati con decreto del presidente del Consiglio dei ministri: un giurista, un bioeticista, tre medici con diverse specializzazioni (anestesia e terapia del dolore, cure palliative, psichiatria), uno psicologo e un infermiere. La persona potrà ritirare la richiesta in qualsiasi momento (come già è). Se il Comitato conclude che non ci sono i requisiti richiesti dalla legge, si potrà ripresentare domanda solo dopo almeno 180 giorni, dimostrando che nel frattempo le condizioni sono cambiate.
Infine, il personale e le risorse del Servizio sanitario nazionale non potranno essere usati per aiutare l’esecuzione del suicidio assistito.
Che ci sia bisogno di una legge che regolamenti il fine vita è fuor di dubbio. Le discussioni, dentro e fuori le aule del Parlamento, però rimangono aperte e legate a questioni etiche, giuridiche e culturali.
Secondo i partiti di maggioranza il disegno di legge regola le condizioni in cui è punibile chi aiuta una persona a morire e non introduce un vero e proprio diritto al suicidio assistito, così come vorrebbero i cattolici. Per l’opposizione il testo, invece, restringe la non punibilità e non si adegua alle sentenze della Corte Costituzionale che allarga alla possibilità dell’aiuto al suicidio in casi specifici. Ad esempio, si richiede che le sofferenze della persona che chiede di morire debbano essere sia fisiche che psicologiche, mentre la sentenza del 2019 consentiva che la sofferenza fosse anche solo fisica o solo psicologica.
La Corte Costituzionale aveva previsto che la valutazione dei requisiti, come abbiamo visto, fosse operata da “una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente”. Per la Consulta quindi l’intervento del Comitato dovrebbe essere tecnico-consultivo, per non ledere la libera scelta della persona. Con la nascita del Comitato nazionale di valutazione con componenti scelti dalla politica l’analisi sarà basata sulle loro convinzioni personali, finendo per essere un comitato etico più che un comitato di effettiva verifica delle condizioni per poter procedere al fine vita.
Escludere poi l’intervento del Servizio Sanitario Nazionale per il suicidio medicalmente assistito fa diventare tale pratica esclusiva prerogativa di persone abbienti che possono ricorrere a strutture private, determinando una incostituzionale disparità di trattamento.
Queste sono solo alcune delle critiche che vengono fatte al disegno di legge sul fine vita.

“Intendetemi: io penso che qualsiasi vita resti degna di essere vissuta anche nelle condizioni più estreme. Ma siamo noi e solo noi a dover scegliere”. Così scriveva nella sua lettera di saluto Laura Santi, affetta da una forma progressiva e avanzata di sclerosi multipla, morta il 21 luglio attraverso il suicidio assistito.
“[…] Sul fine vita sento uno sproloquio senza fine, l’ingerenza cronica del Vaticano, l’incompetenza della politica. Il disegno di legge che sta portando avanti la maggioranza è un colpo di mano che annullerebbe tutti i diritti. Pretendete invece una buona legge, che rispetti i malati e i loro bisogni. Esercitate il vostro spirito critico, fate pressione, organizzatevi e non restate a guardare, ma attivatevi, perché potrebbe un giorno riguardare anche voi o i vostri cari”.
Mi viene in mente la frase del libro di Michela Murgia Accabadora, che parla proprio del fine vita: “Non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata.”
Per questo dovremmo pretendere tutti una legge sul fine vita che metta al centro la dignità umana e la libera scelta di ogni persona.
L’Associazione Luca Coscioni, da anni impegnata in particolar modo su questi temi, sostiene la campagna Liberi Subito! La petizione si propone di fare pressione sulle regioni affinché, come la Regione Toscana, approvino leggi che rispettino subito la sentenza 242/19 della Corte costituzionale, senza aspettare la legge ora in discussione ed evitando di lasciare il tema alle decisioni dei Tribunali.
Puoi far arrivare l’appello alla tua regione firmando la petizione.
