L’identità, quel mosaico complesso e in continua evoluzione che definisce il “chi siamo”, è al centro di un dialogo culturale sempre più urgente. In un’epoca segnata da fluidità e rivendicazioni, l’arte, e in particolare la fotografia, si fanno strumenti potenti per esplorare e narrare le molteplici sfaccettature dell’essere. Cosa significa, allora, identità nella fotografia? E cosa vuol dire, oggi, fotografia al femminile?

Domande che la Biennale di Fotografia Femminile di Mantova, sotto la guida di Alessia Locatelli, affronta con coraggio e sensibilità, offrendo uno spazio di visibilità e di dialogo a voci spesso marginalizzate.

L’intervista

Per approfondire il dialogo sull’identità attraverso la fotografia, ho invitato Alessia Locatelli, curatrice della Biennale di Fotografia Femminile di Mantova a partecipare a una conversazione virtuale nel mio home studio Caffè Fotografici, spazio fisico e digitale, punto di incontro tra appassionati e figure di spicco della fotografia.

Alessia Locatelli, curatrice della Biennale di Fotografia Femminile di Mantova

“La fotografia crea davvero forza”, afferma Alessia Locatelli nell’intervista.

Una forza che, per la testata ReWriters, risuona con particolare intensità, data l’importanza che la rivista attribuisce alla rappresentazione delle identità non conformi.

La Biennale di fotografia femminile di Mantova nasce come un’iniziativa che mira a

“costruire spazi culturali nuovi, vitali per dare risalto a quelle narrazioni del nostro presente inascoltate e fondamentali”.

In questo contesto, la fotografia al femminile assume un significato che va oltre il genere, diventando un punto di vista privilegiato per esplorare le dinamiche socioculturali, le relazioni, le emozioni che definiscono l’esperienza umana.

Alessia Locatelli chiarisce: “Non è più una questione di far vedere le foto migliori, come una volta con l’analogico […] oggi noi chiediamo che ci sia una progettualità”.

The War is Still Alive © Fatemeh Behboudi for BFF 2022 – Legacy

La Biennale, quindi, si propone come un luogo dove la fotografia diventa strumento di narrazione identitaria, capace di dare voce a storie che altrimenti rimarrebbero silenziate.

Il ruolo del curatore

In questo scenario, il ruolo del curatore assume una valenza cruciale.

“Il curatore è un po’ come un direttore d’orchestra”, spiega Locatelli, “conosce tutti gli strumenti, ma sa soprattutto quando e come farli suonare”.

Un ruolo che va oltre la semplice selezione e allestimento delle opere, ma che si fa interprete e mediatore tra l’artista e il pubblico, capace di tradurre in un linguaggio visivo coerente e coinvolgente le istanze identitarie che emergono dalle immagini.

“Il nostro ruolo è quello di fare da mediatori tra i fotografi e il pubblico delle mostre, inclusi i membri delle giurie. Cerchiamo di interpretare la loro visione e di renderla accessibile e comprensibile a tutti. In questo modo, vogliamo garantire che il loro lavoro sia valutato in modo appropriato e che il pubblico possa coglierne appieno il significato.”

La fotografia è un linguaggio complesso, e spesso le immagini non parlano da sole.

Come ci ricorda il libro La furia delle immagini. Note sulla postfotografia di Joan Fontcuberta viviamo in una società satura di immagini, dove la capacità di interpretarle criticamente è fondamentale. In questo contesto, il curatore ha la responsabilità di guidare il pubblico verso una lettura consapevole, selezionando e presentando progetti fotografici che abbiano un valore artistico e comunicativo.

Il curatore deve anche prendersi la responsabilità di dare seguito nel tempo a progetti validi.

Come dimostrato dall’opera ‘Cinderellas’ © Fatemeh Behboudi, BFF 2020 – Here Now, la Biennale si impegna a dare spazio a narrazioni potenti e necessarie.

Cinderellas © Fatemeh Behboudi for BFF 2020 – Here Now

In attesa della Open call per il 2026, la Biennale di Mantova si conferma un appuntamento chiave per chi crede nel potere trasformativo della fotografia, un luogo dove l’obiettivo delle donne fotografe diventa specchio e lente di un presente in continua evoluzione.

E non solo a Mantova: la Biennale della fotografia femminile, attraverso collaborazioni come quella con Z.Ema, la nuova galleria romana d’arte contemporanea dedicata al femminile, si apre a nuovi orizzonti, ampliando i suoi spazi di espressione e di dialogo.

Il 6 marzo Z.Ema ha inaugurato la sua prima mostra, un’esposizione che rappresenta un ponte diretto con l’ultima edizione della Biennale di Mantova.

Z.Ema ospiterà fino al 30 Marzo un trittico internazionale di fotografe di straordinario talento, le cui opere hanno lasciato un segno indelebile durante la Biennale.

Drought. No water in the Owens Valley © Daria Addabbo for BFF 2024 – Private

Daria Addabbo, con la sua profonda indagine “Drought. No water in the Owens Valley”, la brasiliana Luisa Dörr con “ImillaSkate”, un inno alla forza e alla resilienza femminile attraverso lo skateboard, e Kiana Hayeri con il toccante “Where prison is a kind of freedom”, un’esplorazione della complessità della vita delle donne in Afghanistan.

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