Il dibattito sul ddlzan e le polemiche che ne sono derivate, durante la pausa estiva ha lasciato la ribalta alle rivendicazioni rumorose dei Novax e Nogreenpass.

Nonostante questo, è presumibile attendersi un autunno di ritorno di fiamma qualora venga riattivata la calendarizzazione in Senato della discussione del DDL sull’omotransfobia.

Una delle argomentazioni contro il ddl zan, che ha radunato una inedita alleanza tra femmismo radicale, cattolici fondamentalisti, anche alcuni pezzi di sinistra più o meno radical-chic, è stata l’identità di genere, locuzione che è stata utilizzata per resuscitare, in maniera nuova, i fantasmi del fantomatico complotto gender che mirerebbe a diffondere, anzi imporre, la cultura queer e gender fluid nel mondo.

Questa crociata se può avere un senso (limitato) se confinata a un livello di confronto/scontro ideologico, perde totalmente di significato, quando (e quasi nessuno in politica lo fa) si passa al livello relazionale, umano.

Ed è proprio su questo livello che voglio condurvi oggi, parlandovi di storie di persone, famiglie reali che vivono quotidianamente e sulla loro pelle la tematica della transizione di genere, e di come sia complesso e delicato trattarla quando emerge in famiglia dalla bocca, dagli occhi, dal cuore di unә figliә che dichiara di non sentirsi a suo agio con il corpo e l’identità con cui è natә.

Vorrei, quindi, portarvi alla scoperta e alla conoscenza dei bambini Libellula che propongono con forza alle loro famiglie il disagio di sentirsi in un corspo sbagliato, sin dai primi anni di vita.

Ribaltare il punto di vista: non è il bambino a dover cambiare ma noi a dover capire

Lo faremo incontrando alcuni genitori, membri della neo-costituita associazione Genderlens  che nasce dalla necessità di creare in Italia uno spazio di informazione, ascolto e confronto dove il tema della varietà nell’identità genere nell’infanzia e nell’adolescenza non sia considerata come una patologia o un problema da risolvere, ma come una delle tante espressioni della diversità umana.
I soci di Genderlens cercano di ribaltare il punto di vista: non cercare di limitare o modificare i comportamenti del/la bambinә o adolescentә, ma educare le persone, e le istituzioni, a rispettare le differenze di genere ampliando l’immaginario sociale che lo riguarda.

Una vera e propria gigantesca operazione di riscrittura dell’immaginario collettivo che, ancora per molti, vede gli esseri umani necessariamente imbrigliati in un modello cisessuale (proprio di chi percepisce in modo positivo la corrispondenza fra la propria identità di genere e il proprio sesso biologico) ed eterosessuale (proprio di chi prova interesse per le persone del sesso opposto).

Ho provato, in punta di piedi, ad affacciarmi sulla vita di tre di queste famiglie ed ho rivolto alcune domande a Michela, mamma di Lorenzo,  Ramona, mamma di Nicky, e Chiara, mamma di Filippo.
Mi ha colpito e sorpreso la loro capacità di ascoltare, capire ed accompagnare i propri figli, intercettando e indirizzando la loro richiesta di aiuto. Per me incontrare le loro storie è stato raccogliere una perla preziosa.

Dichiarare la propria identità
davanti al mondo

Quando e come è avvenuto il coming out de* vostr* figli*?
Chiara: diciamo che non c’è stato un momento preciso, nel senso che lui ha sempre avuto un’espressione di genere non conforme a ciò che la società si aspetta dal suo sesso biologico. Verso i quattro anni ha iniziato a verbalizzare il fatto di non sentirsi pienamente un maschio, anche se parla ancora di sé al maschile e usa il nome di battesimo. Per dirci come si sentiva ha “inventato” la storia della sua nascita: è nata in una città straniera e quando siamo andati a prenderla il papà ha deciso di attaccargli il pisellino. Per questo, adesso, il suo cervello è per metà maschio e per metà femmina. Lui è pienamente consapevole di non essere come gli altri bambini maschi che conosce ed è orgoglioso di ciò che è. Ha solo 8 anni ma ha una consapevolezza che molti adulti non hanno. Non mi sembra un bambino “confuso” o “indeciso”, come molti pensano.

Michela: le cose a casa con Lorenzo (ai tempi era ancora mia figlia) non andavano bene. Continui litigi, si era chiuso in se stesso e non capivo molto bene cosa stesse accadendo, pensavo ad una crisi adolescenziale, ma niente di più. Poi un giorno abbiamo litigato molto e Lorenzo è scappato di casa. Gli telefonavo ma non rispondeva, poi dopo qualche ora mi ha risposto e gli ho intimato di dirmi dove fosse perché altrimenti avrei chiamato i carabinieri. Quindi mi ha detto dove era, l’ho raggiunto mi è corso incontro in lacrime, era disperato. A quel punto con la testa bassa tra le mie braccia mi ha detto: “mamma io sto così male, perché mi sento un maschio, non sapevo come dirtelo avevo paura.”

Ramona: Niky ha esternato il suo bisogno di sentirsi femmina già tra i 2/3 anni. Da quando ha avuto modo di comunicare, ha sempre dimostrato la preferenza per gonne, trucchi, smalti e nei cartoni o nelle favole che guardava si è sempre identificata con il personaggio femminile. La vera e propria transizione sociale l’abbiamo però fatta a 7 anni. Tutto è cominciato con la preparazione della valigia per le vacanze; dovevamo andare in Toscana e il momento valigia è sempre stato molto difficile. Niky ci nascondeva dentro le sue gonne. In accordo con mio marito quella mattina abbiamo tolto tutti gli abiti da maschio dall’armadio e siamo andate a fare shopping da femmine: gonne, canotte luccicose, trucchi, smalti, slip… tutto rigorosamente da bimba. La gioia negli occhi di Niky non la scorderò mai! Tornati dalle vacanze a settembre la decisione di proseguire in questa direzione per affermare la sua identità davanti al mondo intero. La nostra grande fortuna è che Niky ad oggi ha un carattere molto forte e deciso: non ha mai avuto il minimo dubbio di chi vuole essere, di chi è!

Come avviene l’accompagnamento di unә bambinә/adolescente da parte dei genitori?
Chiara: non c’è una ricetta giusta per accompagnare un* bambin* con varianza di genere: ogni creatura ha le proprie esigenze, il proprio percorso. La cosa fondamentale è il rispetto. Bisogna rispettare i loro tempi, le loro esigenze, le loro richieste. E soprattutto, bisogna credere a quello che dicono: non c’è nessun motivo per dubitare che quando un* bambin* con varianza di genere afferma la propria identità, questa sia meno valida di quella di unә bambinә cisgender. Nessunә bambinә accetterebbe le prese in giro, i commenti, i tentativi di farlә rientrare nel più rigido binarismo, se si trattasse di un semplice capriccio. Quindi i genitori dovrebbero evitare di pensare che si tratti solo di una fase o una bizzarria ma abbracciare l’identità del*  propri* figli* e supportarl* nel suo percorso, cercando e creando ambienti accoglienti, dalla scuola alla famiglia, alla palestra.

Michela: all’inizio non è stato facile, perché ti trovi catapultatә in un mondo che non conosci, un mondo che purtroppo nella mente delle persone non viene considerato “normale”. Mi ci è voluto del tempo. Ci eravamo inizialmente rivolti al centro transgender più vicino alla nostra città, dove abbiamo incontrato Chiara, la psicologa, che ci ha aiutato a capire come si sentisse Lorenzo. Da lì il nostro cammino, simile a quello di altre famiglie. Mia figlia è scomparsa ed abbiamo lasciato il posto a Lorenzo: non è facile, ma il suo bene viene avanti a tutto. Il primo passo che ho fatto verso di lui per fargli capire che ero totalmente dalla sua parte è stato andare a fare shopping in un negozio per uomini; gli ho comprato gli slip da uomo, ho cambiato il nome sulla rubrica telefonica. Praticamente abbiamo chiuso un capitolo di 13 anni e ne abbiamo aperto uno nuovo, pieno di incertezze ma in piena complicità.

Ramona: accompagnare i nostri figli in questo percorso non è una passeggiata: nei primi momenti, come accade a molti, ci si domanda se davvero sia questa l’inclinazione dei nostri figli o se non si tratti solo di un  momento passeggero. In cuor mio ho sempre saputo Niky fosse femmina. Mio marito ed io ne abbiamo sempre parlato con una certa tranquillità per fortuna. Non abbiamo mai cercato di ostacolare la vera natura di Niky. Abbiamo cercato magari di contenere inizialmente la cosa all’interno delle mura casalinghe per evitare potesse diventare vittima di bullismo. Ma la gonna o gli accessori femminili hanno preso sempre di più piede nell’abbigliamento quotidiano (per anni a carnevale, quando Niky non vedeva l’ora di potersi liberamente travestire da principessa, avevamo adottato il gioco che papà e Niky si vestivano da principesse, mentre io e il fratello Riccardo da principi, invertendo in maniera divertente i ruoli e permettendo cosi a Niky di passare una giornata in piena armonia con se stessa). Preso atto di questo ci si comincia ad informare, a leggere, a cercare di capire. Noi siamo arrivati a conoscere meglio questa realtà attraverso libri di persone che raccontavano esattamente la nostra storia, in cui ci siamo rivisti, commossi e perché no, fatti anche molte risate. Poi da lì siamo entrati in contatto con queste persone attraverso i mille canali di comunicazione e social e, scambiandoci esperienze e  contatti, siamo arrivati ai primi colloqui presso l’Ospedale Careggi di Firenze che ci sta aiutando a vivere in modo sereno il quotidiano.

Quali sono i passi più difficili del percorso per figli* e genitori?
Chiara: sicuramente, prendere coscienza della varianza di genere del* propri* figl* e accompagnarl* in un percorso affermativo della propria identità è un passo difficile. Sarei disonesta se non dicessi che anche io e mio marito qualche difficoltà iniziale e qualche “incidente di percorso” lo abbiamo avuto. Il passo più difficile, però, a mio avviso, è confrontarsi con l’ambiente al di fuori delle quattro mura di casa. C’è sempre molto timore del giudizio altrui perché, fondamentalmente, la società ha molta paura di quest* bambin*. La rappresentazione delle persone transgender sui giornali, in televisione e al cinema è molto stereotipata e, nella stragrande maggioranza dei casi, molto negativa. Il bambino o la bambina che per la sua espressione o identità di genere “rimanda” in qualche modo a quella rappresentazione suscita spesso una curiosità morbosa e, a volte, anche ribrezzo: la gente ti guarda insistentemente, si avvicina cercando di carpire il nome, spesso si rivolge direttamente al bambino con domande dirette e poco educate. I commenti più cattivi e le reazioni più inopportune le abbiamo avute quasi sempre dagli adulti: le maestre della scuola materna gli toglievano i fermaglini ogni santa mattina perché “signora, non ce la faccio proprio a vederlo conciato in quel modo!”. Per qualsiasi genitore è difficile pensare che la propria creatura sia esposta quotidianamente a micro-aggressioni del genere, perché non possiamo essere sempre presenti.

Michela: il passo più difficile è stato comprendere il suo dolore, ci ho messo tempo, pensavamo fosse una cosa dell’adolescenza, una cosa passeggera, una crisi identitaria momentanea. Ma poi vedi la sofferenza, nelle cose di tutti i giorni, la scritta sulla porta col nome al femminile senza alcune lettere, vedi che non ti fa più entrare in bagno, che fa la doccia al buio, vedi che non esce più di casa, che ha lasciato gli amici, vedi la sua chiusura con il mondo e con noi. Allora capisci, allora prendi in mano la situazione, comprendi che la cosa è vera è sentita. Allora capisci che non hai visto i segnali, perché nessuno ti ha mai detto che può accadere, perché non conosci l’argomento.

Ramona: il passo sicuramente più complicato immagino per molti sia stato prendere coscienza della situazione. Questo per noi non è stato un problema, neanche per il resto della famiglia che magari inizialmente faticava a capire. Gli amici sono sempre stati il nostro appoggio, il nostro cerchio di fiducia. La parte più difficile non è tanto il rapporto genitori/figli ma il mondo fuori, la società che vuole per i maschi l’azzurro e per le femmine il rosa; quando nasce unә bambinә ai balconi ci vorrebbe un bel fiocco arcobaleno!

Come sta evolvendo la capacità di inclusione della società nei confronti de* bambinә/adolescentә transgender?
Chiara: mi dispiace dirlo ma, secondo me, la società non si è ancora evoluta, almeno nel nostro paese. Il binarismo di genere è esasperato. Dalla prima ecografia in cui compaiono per la prima volta gli organi genitali, il bambino o la bambina sono irrimediabilmente incasellati. Quando ho acquistato il corredino per la mia primogenita ho scoperto che farfalle e gattini sono animali da femmina, mentre l’ippopotamo e il cane sono da maschio. Tutto procede su binari rigidissimi: o stai da una parte o stai dall’altra, e guai a voler mescolare le cose, fosse anche solo per un proprio gusto personale. In una società del genere, non c’è spazio per bambinә e adolescenti con varianza di genere: vengono vistә, a seconda dei casi, come anomalie, bambinә che hanno subito qualche trauma da piccoli, bambinә confusi, capricciosi, in cerca di attenzione. Le scuole, le parrocchie, le società sportive non sono preparate e, spesso, non sono neanche interessate: hai unә figliә transgender, è un tuo problema, che devi risolvere da solә e, per la serenità di tutti, anche senza fare troppo rumore o renderti troppo visibile. Per carità, le eccezioni ci sono. Non ringrazierò mai abbastanza il maestro di mio figlio che il primo giorno di scuola – un giorno già particolarmente stressante per un bambino che non era stato minimamente capito e accolto alla scuola materna e che non sapeva cosa aspettarsi – non ha fatto una piega davanti alla sua vistosa collana gialla, anzi ha chiesto di poterla provare davanti a tutta la classe.  Ma sono perle rare. L’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio qualche settimana fa ha emanato delle linee guide per il benessere scolastico di bambinә e adolescentә con varianza di genere. La politica e le associazioni di genitori pro-vita e pro-famiglia hanno subito protestato, tanto da far ritirare il documento. Nessuna voce si è levata a favore delle linee guida: per le proteste di alcuni si è preferito continuare a fare finta che questә studenti non esistano. E nel frattempo a Roma unә altrә adolescentә con varianza di genere si è toltә la vita a soli 13 anni.

Ramona: noi abitiamo in un paesino in provincia di Modena e, a parte lo sbigottimento dei genitori che non capivano inizialmente, o di quelli che esternavano le loro massime dicendomi “ma è nato maschio glielo devi spiegare!” (cosa che mi ha fatto sempre ridere molto), devo dire la nostra realtà è ancora un’isola felice. Non abbiamo mai avuto nessuna difficoltà a parlare di nostra figlia, della sua identità; la gente ci conosce, in paese abbiamo un’attività commerciale, e ormai tutti sanno la nostra storia. A scuola Niky non ha ancora il cambio di nome sul registro elettronico, ma gli insegnanti al momento dell’appello si rivolgono sempre a lei al femminile, può tranquillamente andare nel bagno delle femmine. Ho incontrato un ambiente favorevole: la preside ha ascoltato le nostre richieste e ci ha assecondato. Mia figlia frequenta anche l’Azione Cattolica Ragazzi (ACR) e proprio a maggio ha fatto la comunione nel suo abito da ragazza bianco: mi sono commossa vedendola arrivare all’altare fiera e sicura. Il nostro parroco è stato disponibile, nononstante abbia più di ottanta anni, a capire e ad informarsi: è stato da noi per rincuorarci del fatto che lui era ben felice di avere Niky nella sua comunità, nonostante fosse una cosa nuova anche per lui.

Quali sono le barriere ancora più evidenti da affrontare per il percorso di transizione?
Chiara: noi non abbiamo ancora un’esperienza diretta perché mio figlio ha 8 anni ma sappiamo già che le barriere sono tante. A partire dalla carriera alias, ovvero il cambio di nome sul registro di classe e l’uso in classe del nome e dei pronomi corretti: non essendoci linee guida, ogni scuola e ogni dirigente si regola come meglio crede. In alcuni casi le famiglie sono costrette a presentare un certificato medico o la richiesta da parte di un NPI/psicoterapeuta che indichi la necessità della carriera alias. Ma non è detto che tutti gli studenti transgender siano seguiti da un* psicolog*: se i bisogni della persona sono rispettati dalla prima infanzia, la tanto citata “disforia”, ovvero il disagio dovuto a una identità di genere non in linea con il proprio sesso biologico, non si manifesta. Lә studentә vive con spontaneità e naturalezza il proprio essere e costringerlә a far certificare da qualcuno la propria identità è una costrizione inutile. Un altro grosso ostacolo, poi, è la mancanza di centri sul territorio. Il Saifip, centro di riferimento per le transizioni di genere per tutto il centro-sud, non ha, ad esempio, un endocrinologo pediatrico. Le famiglie sono costrette a rivolgersi al Careggi di Firenze. Per non parlare del procedimento di rettifica dei documenti, che è un processo spesso lungo e molto oneroso. Sicuramente, però, informazioni su queste fasi della transizione le potrà dare qualche altra famiglia che ci è già passata.  Vorrei però spendere due parole anche per le giovani persone transgender non-binarie: non tuttә si identificano nel sistema binario a cui accennavo prima. Moltә non hanno intenzione di fare il percorso di transizione completo, con la riassegnazione chirurgica. Alcunә si limitano alla terapia ormonale, anche a basso dosaggio, altrә rifiutano qualsiasi tipo di medicalizzazione. Queste persone hanno diritto ad avere le stesse tutele di qualsiasi altrә.

Michela: le barriere sono molte, la prima è a scuola, come ha detto Chiara, per avere il fantomatico alias. Per mio figlio è stato difficile andare a scuola e sentirsi chiamare col nome anagrafico. Il percorso per ottenere l’alias è stato difficile, ho dovuto battermi per lui. Poi abbiamo avuto una svolta, la preside ha trovato in rete un regolamento di istituto di un liceo dell’isola dell’Elba e lo ha applicato nella sua scuola. Le barriere ci sono quando sali sull’autobus e il controllore ti chiede l’abbonamento, e tu scappi perché il nome scritto sopra ti fa star male. Le barriere ci sono perché questa società non è inclusiva, a scuola i bagni non sono generici, sono assegnati a maschi o femmine, se vai a donare il sangue ti chiamano per nome, il nome anagrafico, ed ogni volta devi fare coming out con sconosciuti, ed è faticoso. Lo è per me che sono adulta figuriamoci per un adolescente.

Ramona: sentire parlare degli ipotetici vantaggi che avrebbero le persone che si approfitterebbero della loro transizione di genere: mi fa capire quanta disinformazione ci sia in merito a questo percorso, alla leggerezza in cui molte persone affrontano un argomento delicato e di quanto poco rispetto ci sia per chi vive questa realtà molte volte discriminata. Non tutti hanno la fortuna di affrontare serenamente questo percorso. Ad oggi posso dire che il parlarne serve per arrivare a non parlarne più.

Il dibattito sul ddl zan negli ultimi mesi si è focalizzato proprio sulla definizione di “di genere”. Su questo punto si sono concentrati gli allarmi provenienti da mondi singolarmente alleati tra loro (le femministe radicali, i movimenti fondamentalisti, …) che paventano il rischio che si usi il concetto di identità di genere per ottenere dei vantaggi (donne trans nello sport, donne trans nei CdA come quote rosa…). Voi che vivete l’identità di genere da vicino, per esperienza diretta dei vostri figli, cosa vi sentite di rispondere?
Chiara: il problema sembra essere soprattutto quello delle donne trans che, secondo un certo femminismo trans-escludente, non sono altro che uomini travestiti che si appropriano, da una posizione di privilegio, di spazi femminili che le donne “vere” hanno conquistato nei decenni passati. Chiunque conosca da vicino il percorso di una persona transgender, e in particolare di una donna trans, sa che parlare di privilegio è una sciocchezza bella e buona. Lo stigma sociale che accompagna la condizione trans surclassa di gran lunga la presunta posizione di privilegio da cui partirebbe, ad esempio, una persona nata biologicamente maschio. Mio figlio deve sudarsi il suo posto nel mondo praticamente da quando è nato. La società non gli ha mai perdonato il “non essere abbastanza maschio”: dai fermaglini alla scuola materna al totale disinteresse per il calcio, dalla estrema sensibilità alla passione per i My Little Pony, agli occhi di chi gli sta intorno lui ha sempre qualcosa che non va. Il tasso di suicidi tra le persone transgender è più alto che nel resto della popolazione, i tassi di abbandono scolastico sono altissimi, faticano a trovare un lavoro, spesso sono rifiutatә dalla stessa famiglia. Lei pensa davvero che qualcuno sopporterebbe tutto questo solo per entrare in uno spogliatoio femminile o per avere un posto in un CdA?

Michela: le obiezioni che sento al ddlzan per quanto riguarda l’identità di genere in bambinә/adolescentә è che siccome sono bambinә, non hanno la capacità di capire chi sono veramente. Niente di più falso. Loro sanno esattamente chi sono. Adesso le racconto una cosa che è accaduta tanto tempo fa. Lorenzo aveva 7 anni; eravamo al mare, giocava con alcuni bambini; dopo un po’ va a prendere un gelato con suo babbo e un bambino lo viene a cercare e mi chiede dove sia Luca. Io gli rispondo che ha sbagliato, che non conosco nessun Luca. Dopo un poco lo vedo giocare con quel bambino: aveva già la cognizione di se stesso ma io non lo vedevo. Lui sapeva già esattamente a 7 anni cosa era. Quindi le obiezioni che vengono fatte sono fatte senza cognizione di causa, senza aver chiesto ad un genitore cosa prova suo figlio. Ci considerano dei pazzi perché accompagniamo i nostri figli. Ma io dico a queste persone che se non ci si passa non si può giudicare, o dare delle lezioni di vita. Il ddlzan deve essere approvato perché io voglio un futuro sereno per mio figlio, voglio che abbia una vita normale senza discriminazioni, una vita sicura senza doversi sempre difendere e stare sul chi va là.

Cosa sperate per i/le vostrә figlә?

Chiara: io spero che sia felice, che riesca a finire la scuola e a realizzare il suo sogno di fare il paleontologo. Ma soprattutto spero che abbia le spalle abbastanza larghe per sopportare le battute, le provocazioni, le discriminazioni che sicuramente dovrà affrontare, senza cedere alla disperazione che a volte accompagna questә ragazzә fin dall’adolescenza.

Ramona: per Niky voglio, vogliamo felicità! La vita è una sola e nessuno può dirci come viverla. Niky deve guardarsi allo specchio ed essere felice di ciò che vede riflesso, deve essere in grado di sorridere, lasciarsi alle spalle le cattiverie e i pregiudizi della gente. Sorridere spiazza sempre chi ti vorrebbe infelice e triste. A chi non piacciamo per le nostre scelte di vita, beh… dico tranquillamente che possono girarsi dall’altra parte! Noi viviamo perché la vita è oggi.

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