Possiamo davvero considerarci al riparo dal rischio di perdere ciò che è stato conquistato con decenni di lotte? Guardando al presente, la risposta sembra essere un inquietante “no”. In un’epoca di riflusso, dove il corpo sociale appare paralizzato e l’immagine è diventata un rumore di fondo, tornare a guardare il lavoro di chi ha usato la macchina fotografica come un’arma di cittadinanza non è un esercizio di nostalgia, ma un atto di sopravvivenza civile.

Il rigore del bianco e nero: chi era Gabriella Mercadini

“Studi Aperti” Archivio fotografico Luciano Ferrara
24 Gennaio 2026 © Ljdia Musso. Tutti i diritti riservati

Gabriella Mercadini (1936-2012) non scattava per estetica, ma per necessità. Veneziana doc, figlia di un marinaio da cui ereditò la fame di viaggio, si formò nella Roma del fotogiornalismo militante. Tra il 1968 e il 1977, il suo obiettivo è stato testimone dei punti nevralgici della storia italiana: le lotte operaie, i movimenti studenteschi e, soprattutto, il femminismo.

Freelance per scelta etica, ha distribuito i suoi lavori a testate come Il manifestoNoi Donne e L’Unità, mantenendo un’indipendenza feroce. Il suo stile? Un bianco e nero frontale, rigoroso, esclusivamente su pellicola. Un rifiuto categorico del digitale per preservare l’integrità di uno sguardo che non accettava compromessi.

Dialogo tra archivi: Intervista a Luciano Ferrara

“Studi Aperti” Archivio fotografico Luciano Ferrara
24 Gennaio 2026 © Ljdia Musso. Tutti i diritti riservati

Nello storico Palazzo Ruffo di Castelcicala a Napoli, Luciano Ferrara ha scelto di dedicare una giornata di “Archivio Aperto” proprio alla Mercadini. Incontrare Luciano significa entrare in un organismo vivo, dove 600.000 negativi continuano a interrogare il presente.

Luciano, sappiamo che Gabriella scattava in bianco e nero, ma se lei fosse un colore, per te quale sarebbe? 
“Rosa sarebbe riduttivo, anche se il suo lavoro è incentrato sulle donne. Direi verde: perché Gabriella aveva una bella apertura, era libera. Era libera anche dentro il sistema dei gruppi extraparlamentari; il suo lavoro parlava di quelle lotte, ma parlava soprattutto delle donne con un’autonomia rara.”

Cosa rendeva il suo sguardo così “politico”? 
“L’inquadratura per lei era già un atto politico, un atto di sguardo autoritario. Sapeva esattamente cosa voleva raccontare. Nelle sue foto l’uomo spesso scompare, nonostante fosse presente nelle manifestazioni; restano solo le donne. Aveva la capacità di contestualizzarti subito il racconto.”

Guardando oggi la massificazione delle immagini, cosa ci insegna la sua eleganza? 
“Guarda il bordo nero attorno alle sue foto: è la prova che l’inquadratura non veniva mai ripensata o tagliata in fase di stampa. C’era una consapevolezza totale dello strumento. Oggi vedo una fotografia ‘ferma’, statica. Su Instagram il 70% della produzione ritrae soggetti immobili in una natura senza carattere. C’è tanta imitazione, molta maniera, poca sostanza.”


La fotografia come predicato: l’emozione in azione

“Studi Aperti” Archivio fotografico Luciano Ferrara
24 Gennaio 2026 © Ljdia Musso. Tutti i diritti riservati

Durante il dialogo con Luciano, rifletto su quanto vado ripetendo ai miei allievi: una fotografia deve funzionare come un predicato verbale. C’è un soggetto (l’emozione), un verbo (l’azione che l’emozione compie) e un contesto.

Nelle immagini di Gabriella Mercadini il contesto è prepotente, denso. Le sue donne nelle catene di montaggio o nelle piazze non sono “posate”, sono immerse in un’azione che sta cambiando la storia. Se una foto non “fa” nulla, se non muove un’emozione o un pensiero, allora abbiamo un problema di linguaggio.

“Studi Aperti” Archivio fotografico Luciano Ferrara
24 Gennaio 2026 © Ljdia Musso. Tutti i diritti riservati

Oggi il corpo sociale è paralizzato, mentre all’epoca della Mercadini era un organismo plurale e in fermento. C’era anche una deontologia ferrea: Gabriella, come molti della sua generazione, si rifiutava di vendere le proprie foto alla stampa di destra. Oggi questa distinzione sembra svanita in un’informazione omogenea e spesso monotona.

Conclusione: le foto possono cambiare il mondo?

“Studi Aperti” Archivio fotografico Luciano Ferrara
24 Gennaio 2026 © Ljdia Musso. Tutti i diritti riservati

Gabriella dichiarò amara, a un certo punto, che le sue fotografie non erano riuscite a vincere le battaglie proposte, che non avevano cambiato lo stato delle cose. Mi viene in mente la poesia di Patrizia Cavalli: “Le mie poesie non cambieranno il mondo”. Forse è vero, le foto non cambiano i decreti legge, ma cambiano chi le guarda.

Dedicare una giornata a Gabriella Mercadini è stato un atto di memoria necessaria. Ci insegna che fotografare significa, prima di tutto, scegliere da che parte stare. I diritti non sono mai al sicuro se smettiamo di presidiarli con lo sguardo.

La mostra sarà ancora visitabile nelle giornate 27, 30 Gennaio ore 15-18 e giorno 31 Gennaio ore 11-18, Palazzo Ruffo di Castelcicala-via Foria 106

Cosa possiamo fare oggi? (Call to Action)

Non basta guardare il passato per onorarlo; occorre riappropriarsi dello sguardo. La lezione di Gabriella Mercadini ci sfida a passare dalla “fotografia del sé” (statica e autoreferenziale) alla fotografia del noi.

  • Esercita il tuo sguardo: La prossima volta che scatti una foto, chiediti: Qual è il predicato verbale di questa immagine? Cosa sta succedendo oltre l’estetica?
  • Presidia i territori: Non lasciare che il racconto dei diritti sia omologato. Sostieni il fotogiornalismo indipendente e frequenta gli archivi vivi, come quello di Luciano Ferrara, per capire da dove veniamo.
  • Partecipa al cambiamento: Se senti che il corpo sociale è paralizzato, usa lo strumento che hai tra le mani — che sia una reflex o uno smartphone — per documentare ciò che non va, per dare contesto al dissenso, per tornare a “scegliere da che parte stare”.

E tu, quale battaglia sceglieresti di inquadrare oggi per non lasciarla cadere nel silenzio?


Per approfondire: tracce di memoria e resistenza

Se vuoi scavare più a fondo nella storia di Gabriella Mercadini e nel progetto degli archivi aperti, ecco alcuni riferimenti essenziali:

1. Luoghi e Archivi

  • Archivio Luciano Ferrara (Palazzo Ruffo di Castelcicala, Napoli): Uno spazio che custodisce la memoria collettiva di Napoli e del Mediterraneo. Visitare lo studio è un’esperienza immersiva tra negativi, provini a contatto e la storia del fotogiornalismo d’assalto.
  • Archivio Storico delle Donne: Per ritrovare molti dei lavori di Gabriella pubblicati su Noi Donne, dove la fotografia diventa il diario della liberazione femminile in Italia.

2. Letture e Visioni

  • “Il mio ’68” di Gabriella Mercadini: Una raccolta di immagini che non sono solo cronaca, ma un manifesto politico. Cercare i suoi cataloghi significa studiare come si compone un’immagine senza mai ricorrere al “taglio” (crop) in post-produzione.
  • La poetica del bianco e nero: Approfondisci la tecnica della stampa diretta dal negativo. Il “bordo nero” della Mercadini è la firma di chi non ha dubbi nel momento dello scatto: un’integrità formale che oggi è diventata rarissima.

3. Fotografia e Impegno Civile

  • Riscopri il lavoro di Letizia Battaglia e Tano D’Amico, contemporanei della Mercadini, per comprendere quel “corpo sociale plurale” che negli anni ’70 usava l’immagine per scardinare il potere.
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