Nella primavera del 1943 l’esercito italiano stava subendo molte sconfitte nei vari fronti europei e stava perdendo la guerra in Africa, assieme al suo alleato nazista. Nelle città del nord Italia ci furono gli scioperi operai contro il regime. La situazione stava precipitando e il 10 luglio del 1943 giunse la notizia a Roma che gli Alleati, guidati dal generale americano Patton e da quello britannico Montgomery, erano sbarcati in Sicilia.

È in questo contesto che avviene l’incontro, in data 19 luglio, tra Mussolini e Hitler a Villa Gaggia, poco fuori Feltre, nel bellunese.

L’incontro servì a poco, soprattutto dal punto di vista italiano. Anzi, tornando da Feltre e pilotando di persona l’aereo, Mussolini potè constatare con i suoi occhi i bombardamenti alleati su Roma dello stesso giorno, in particolare sullo scalo ferroviario e sul quartiere di San Lorenzo. Anche il “mito dell’inviolabilità” della città eterna, sede del papa, era dunque crollato.

Restava in piedi ma aveva i giorni contati

Infatti, nella notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943, il Gran consiglio del fascismo si schierò a maggioranza per la deposizione di Mussolini, adottando il cosiddetto “ordine del giorno Grandi”.

Mussolini venne arrestato su comando di Vittorio Emanuele III mentre Pietro Badoglio venne nominato primo ministro.

Eppure quest’ultimo sostenne di voler continuare la guerra iniziata con i Tedeschi mentre in segreto trattava un armistizio con gli Alleati.

L’unico dato davvero certo era la caduta del Fascismo, decretato appunto dal suo organo più intimo e più fidato: il Gran Consiglio.

Ma la ricorrenza del 25 luglio 1943 per la nostra storia democratica è ancora valida oggi?

È ancora così?

Il fascismo si può ancora definire caduto in Italia e in Europa?

No, purtroppo. Perché avanzano le estreme destre in tutto il continente e il linguaggio della politica torna ad essere attraversato, così come negli anni Trenta del secolo scorso, da espressioni simili ma sotto altra denominazione, come “sostituzione etnica”, “remigrazione” e “identità da proteggere”, o altri termini che tendono a spingere sempre più in là i limiti delle cose che si possono dire. 

E poi ci sono quei piccoli e meschini focolai, pure in Italia, di neo-fascismo: giovani che inneggiano a Mussolini o a simboli del ventennio, incuranti del reato di apologia del fascismo; braccia tese per rievocare il saluto romano; esposizione sul corpo o sui propri profili social di simboli nazisti e fascisti come svastiche, croci celtiche o fasci littori.

Infine, abbiamo gli atti vili: ad esempio, ultimo in ordine di tempo, lo sfregio al monumento di Giacomo Matteotti con danneggiamento di una lapide, sul lungotevere Arnaldo da Brescia, a Roma. E non è la prima volta che accade. Per approfondire vi consiglio il libro Il nemico di Mussolini di Marzio Breda e Stefano Caretti.

Dunque, il Fascismo nel 2025 è sempre caduto?

Nondimeno, come è stata caratteristica del Fascismo in passato e come la è ancora oggi nei suoi insopportabili rigurgiti moderni, abbiamo a che fare con una mescolanza di violenza e di farsa, di viltà e di ignoranza.

Infatti, la lapide spaccata da ignoti riporta la seguente scritta:

“Uccidete pure me,
ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai”.

Si tratta di una parte del famoso discorso pronunciato da Giacomo Matteotti alla Camera il 30 maggio 1924, quando non esitò a denunciare i brogli del Partito fascista alle elezioni di quello stesso anno.

Parole profetiche e bellissime, per quanto tragiche.

Almeno per chi le capisce.

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