Wanna Marchi è una figura che va osservata con la lente della filosofia. Non c’entra niente direte voi…

Ed invece, proprio guardando il documentario a puntate su Netflix riguardante la sua storia, mi sono resa conto di quante domande il caso Wanna Marchi possa sollevare e come la sua figura possa aiutare a riflettere su questioni di non relativa importanza.

La vita e le scelte di Wanna Marchi colpiscono direttamente una molteplicità di ambiti che si intrecciano: quello sociologico, antropologico, etico, morale tanto che si potrebbe scrivere un libro sulla natura umana guidati proprio dalla storia di Wanna e di sua figlia Stefania.

Ricordo da bambina l’attrazione che provavo per questa signora un po’ cicciottella che gridava in televisione alle casalinghe d’Italia gli insulti più impensabili, apostrofati alla fine dalla parola d’accordo, per spingerle a comprare i suoi fantastici prodotti dimagranti (a dir poco esilarante lo sketch in cui grida “vi siete mangiate anche il vicino e adesso ciccione cosa avete intenzione di fare?”).

Il suo “sofisticato” metodo di vendita era quindi quello di far sentire inadeguate le persone, di bullizzarle, sminuirle al punto di obbligarle ad acquistare qualunque crema, trattamento, prodotto lei proponesse loro. Il target studiato era sempre il medesimo: donne sole, tristi, insoddisfatte che finalmente ricevevano le attenzioni di qualcuno.

Wanna e Stefania non vendevano solo dei prodotti ma seguivano le loro clienti, le cercavano, le richiamavano, chiedevano loro come stavano, se fossero dimagrite, cosa avessero mangiato ed ecco che la donna sola, reclusa nella sua casa di periferia, ignorata da marito e figli, smetteva di essere trasparente perché c’era finalmente qualcuno che la vedeva e non una persona qualsiasi, ma l’osannata Wanna Marchi.

Negli anni Ottanta la sua figura era a dir poco popolare: partecipava a moltissime trasmissioni televisive, lo stesso Enzo Biagi dedicò a lei uno spazio nel suo storico programma serale sulla Rai. La potenza della figura di Wanna Marchi cresceva a dismisura e, quindi, anche la sua capacità e possibilità di plasmare le menti e gli intenti del suo pubblico.

Wanna Marchi e Stefania Nobile nel documentario ci narrano che in quel periodo riuscirono a guadagnare cifre da capogiro con una facilità sconcertante il tutto semplicemente, per loro ammissione, vendendo delle alghette.

Prima riflessione a cui ci spinge questo fenomeno: l’immagine stereotipata della donna. Wanna Marchi insiste ancora oggi, l’intervista rilasciata per il documentario risale alla scorsa estate, che la femmina ha il dovere di rimanere attraente, ma non per se stessa quanto per il marito.

Dice Wanna “è facile trovare un marito ma ancora più semplice è perderlo”. La donna ha quindi una funzionalità e una dignità solo nel momento in cui l’uomo – libero di scorrazzare per il mondo mentre lei è chiusa nella galera delle mura domestiche a sfornare figli e fare lasagne – la riconosce ancora come attraente e, attenzione, non certo intellettualmente, ma con lo scopo di compiacere la sua libido sessuale.

Ecco, quindi, che il corpo è l’unica arma che il sesso debole possiede per poter interagire con il sesso forte: se la donna non è in grado di stimolare gli interessi sessuali del maschio – e questo solo per delle rotondità più accentuate – è giusto che scompaia e diventi trasparente ai suoi occhi.

La femmina è quindi un orpello da esibire e con cui compiacere gli istinti predatori del maschio.  

Ma il caso Wanna Marchi non si chiude qui. Infatti, a causa di scelte imprenditoriali discutibili negli anni Novanta l’impresa da lei creata fallisce per banca rotta. Trascuro completamente le questioni che portarono al tracollo, le possibili implicazioni con la malavita organizzata perché non è questo ciò che conta per arrivare direttamente alla nuova grande invenzione dell’incrollabile personaggio di Wanna.

Dopo questo fallimento, infatti, ella riuscì ad inventarsi un nuovo e ancora più efficace modo per risorgere: vendere un prodotto che non esiste, ma a cui, anche inconsapevolmente, tutti ci affidiamo: la fortuna. 

Grazie a un sedicente mago – un cameriere di origini brasiliane che lei aveva conosciuto durante una cena – iniziò a vendere dei numeri fortunati da giocare al lotto. Il meccanismo era molto semplice: bisognava riferire al mago nome, cognome, data di nascita, colore degli occhi e lui avrebbe identificato i numeri che avrebbero sicuramente fatto vincere alla persona in oggetto cifre spasmodiche. E, anche qui, il metodo che lei utilizza per vendere i numeri è dir poco sconcertante: “chi chiama è molto intelligente, è sveglio, chiunque non lo faccia è un completo deficiente” dice Wanna Marchi nelle sue trasmissioni.

La gente chiamava, i centralini erano impazziti. E lei guadagnava, guadagnava sempre più soldi. Unico problema: la gente non vinceva!

Ma era proprio il fatto che questi numeri giocati non sortissero il risultato promesso il core business della Marchi. Infatti, alle sprovvedute signore (erano nella maggior parte dei casi sempre donne quelle che venivano irretite dal sistema) che richiamavano dicendo che non avevano vinto veniva riferito che su di loro aleggiava una maledizione, che le energie che loro avevano erano negative e che questo poteva sortire degli eventi negativi e luttuosi su loro stesse e su tutta la loro famiglia.

Ecco allora che dovevano assolutamente sciogliere del sale speciale – che il maestro e loro le avrebbero inviato –  in acqua per annullare questa maledizione. Il sale doveva essere tenuto al buio per una settimana e una volta scioltosi la maledizione sarebbe passata. Ma il fatto è che il sale – per un motivo chimico – non si poteva sciogliere completamente, peccato che queste povere signore – nella maggior parte dei casi sole, anziane, vedove – non lo potevano sapere.

Allora richiamavano la fidata amica Wanna e lei offriva loro di nuovo l’intervento del maestro inviando amuleti, facendo cerimonie di purificazione e quanto fosse necessario per scacciare il malocchio. Se le sprovvedute signore non si fossero affidate alla suprema sapienza del mago sarebbero potuti morire figli, mariti e qualunque affetto avessero nella vita sarebbe stato in pericolo. Ci sono persone che son arrivate a pagare anche duecentocinquanta milioni delle vecchie lire affinché potessero essere sollevati da questa negatività.

Ed ecco sorgere la questione morale: si tratta di una truffa? La Marchi e la figlia sono effettivamente colpevoli?

Intendo dire: se una persona mi dice che toccandomi un orecchio risolverà tutti i problemi che affliggono la mia vita e che per farlo devo consegnargli 1000 euro e io decido di farlo dove sta la colpa? In chi mi chiede quel denaro o nella mia senziente ma poco saggia scelta di darglielo?

Stefania Nobile nel documentario difende la sua vita dicendo che lei è fiera di tutto quello che ha fatto e che rifarebbe tutto, non mostrando un minimo di pentimento per le persone truffate (si tratta di numeri esorbitanti sono stati conteggiati la bellezza di trecentoseimila clienti) e dichiara: “io non la vedo truffa questa perché se uno mi chiama e mi dice di mettere il sale in un bicchiere io lo mando a fanculo”.

Lei, forte e sicura di sé, lei donna attraente, ricca, famosa, lei in una condizione di potere sarebbe riuscita a mandare a fanculo chi le prometteva le peggio disgrazie, ma la persona fragile, sola, abbandonata poteva riuscire a farlo?

Forse anche il più forte di noi se posto dinanzi ad un problema che gli appare insormontabile necessita di potersi affidare a qualcosa per trovare salvezza. Ricordiamo, infatti, che anche l’individuo più forte può, per occorrenze della vita, diventare fragile e non serve che venga travolto da chi sa quale terribile circostanza del destino, è sufficiente che la vita gli tolga il suo comodo cuscino di sicurezze sul quale da sempre è stato abituato ad atterrare.  

Vi è un elemento che accomuna tutti i soggetti deboli (e per deboli intendo anche quelli appartenenti a delle minoranze sociali, etniche, sessuali, i disabili, i transessuali, gli animali): l’impossibilità di difendersi e il fatto che la loro fragilità è direttamente connessa a un sistema sociale che li dis-abilita.  

Ogni minoranza è esposta a un enorme pericolo giacché nelle nostre politiche sociali – oggi più che mai – è presente un dispositivo di dominio che invece di sostenere la fragilità, di trasformarla in ricchezza e apertura alle possibilità, la condanna (Wanna Marchi lo dice: “se sei un coglione sei un coglione e i coglioni vanno inculati. Cazzo!”) e cavalca l’onda del proprio potere affinché esso aumenti in termini assoluti.

Il punto non sta nell’essere o meno dei coglioni, ma quanto questa società faccia percepire alle minoranze la loro diversità come sbagliata e marginalizzata. Sono tutte persone quelle truffate – e sono poche quelle che hanno avuto il coraggio di uscire allo scoperto: circa 70 su trecentoseimila – che evidentemente non appartenevano al sistema esclusivo del nostro mondo formalizzato e militarizzato guidato dalla logica del o sei dentro o sei fuori. E se sei fuori allora è giusto che ti inculi, direbbero le Marchi.

Quest’ottica non è affatto innocente in quanto crea una linea di demarcazione potente per cui esistono individui con dignità maggiore di altri: chi non è abile a fronteggiare il sistema deve per forza soccombere.  

Proviamo però ad andare oltre. Famosi sono gli esempi della brutalità del mondo animale (inteso come qualcosa di scisso radialmente dalla condizione umana). L’essere umano, al contrario dell’animale, secondo molti filosofi (Platone, Aristotele, Schopenhauer, Kant, Hegel, potremmo dire la tradizione occidentale per intero), è un essere morale e per questo in grado di costruire un’etica in grado di trascendere l’emozione e l’istinto.   

Ma, vi invito a riflettere su un fatto: l’umano è un animale non particolarmente forte da un punto di vista fisico. Secondo alcuni studi di paleontologia pare che vi fu un momento nella storia dell’evoluzione in cui Sapiens e Neanderthal vissero contemporaneamente – cioè erano presenti entrambe le specie – e fu l’alleanza con il lupo e la capacità di sapiens di imparare, dalle tattiche di appostamento di caccia dai lupi, a portare la nostra specie a vincere la propria guerra contro i cugini neandertaliani.

Non si trattò pertanto di una superiorità fisica (Neanderthal era molto più forte fisicamente) quanto psicologica quella che permise a Homo sapiens di estinguere l’altro ominide.

Fu la lungimiranza di traslare delle specifiche tattiche imparate dai lupi che permise alla nostra specie di sconfiggere l’ominide più forte di lui fisicamente, ma più debole psicologicamente (questa teoria è ben esposta nel testo di Pat Shipman, Invasori, come gli umani e i loro cani hanno portato Neanderthal all’estinzione, Carocci editore – Invasori).  

La brutalità dell’essere umano, quindi, non sta tanto nell’azione fisica, ma in quella mentale e psicologica, la forza dell’umano non è nel muscolo o nella potenza di sferrare un corpo letale a mani nude, ma in quella di ingegnarsi attraverso la sua mente per produrre dominio.

Ciò che ci lascia atterriti ed inorriditi quando guardiamo alcuni documentari sulla cattiveria del mondo animale è la stessa emozione che dovremmo provare quando ascoltiamo con quale orgoglio e aggressività le Marchi difendono le loro scelte.

Le loro prede erano deboli, ferite e sconfitte dalla vita, non avevano più speranze. La vita sembrava per loro una lama tagliente su cui scivolavano e che apriva le loro ferite in maniera sempre più profonda. Il primate Wanna offriva così la più ingannevole e impietosa salvezza: l’illusione.

“Tutti abbiamo bisogno di credere in qualcosa nella vita”,

dice Wanna Marchi, e quelle persone si sono aggrappate con tutte le loro esigue forze a quella corda che la vita (Wanna) apparentemente gli aveva offerto, per poi scoprire che quella fune non era ancorata a nulla e che le avrebbe condannate alla più rovinosa delle cadute: il pozzo oscuro della superstizione e della paura.

Non c’è razionalità che salvi nella sofferenza giacché l’essere umano è innanzi tutto emozione e, come dice uno dei giornalisti che si sono occupati del caso “anche il più razionale di noi davanti a un problema insormontabile non può negare di potersi affidare a un aiuto esterno, qualunque esso sia”.

Sono due i risvolti che vorrei evidenziare.

Il primo è la convinzione che solo l’essere umano è buono e dignitoso. Sapiens offende la propria specie (cosa che di rado accade nei gruppi animali) e non solo con la peggiore delle brutalità pensabili: quella dell’inganno, della manipolazione e del dominio.

Wanna Marchi racconta che il luogo privilegiato di studio che ebbe della condizione umana fu quando da giovane faceva l’estetista: le persone si aprivano, parlavano dei loro drammi, delle loro paure e lei imparò così come manipolarle.

Se affrontiamo la questione umana con onestà esistenziale non possiamo non essere coscienti del fatto che nell’umano esiste questa specifica forma di malvagità e che il potere può assumere forme spregevoli.

È quindi necessario che si continui con forza a lottare non solo per difendere i diritti dei più deboli, ma per fare in modo che questi individui smettano di sentirsi soli e rifiutati dalla società. Una società che dovrebbe essere meno social e più comunità, là dove nella comunità tutti lavorano per il bene comune nella comprensione che il mio bene non può essere a discapito del tuo.

Il secondo convincimento che va decostruito è l’idea che l’animale altro dall’essere umano è capace di atti osceni, mentre l’umano no (pensiamo alla frase “questo comportamento è disumano” più volte pronunciata nel caso Wanna Marchi: ma come può essere non umano se è un umano a metterlo in atto, mi domando).

Vi è l’aggressività come vi può essere l’aggressione ed essa si declina in termini specializzati e, quindi, ha volti differenti a seconda della specie a cui un animale appartiene. Attenzione però: l’animale non umano uccide per sfamarsi, uccide per quel che è necessario non per il piacere di infliggere il male, egli non ha scelta: vivere o morire.

Una dalle domande che ritorna costantemente nel documentario è questa “se avevano già così tanto perché continuare a truffare la gente?”.  Vanna Marchi nella sua metamorfosi in Wanna Marchi e la figlia, Stefania Nobile, hanno sferrato con crudeltà e senza pietà colpi mortali a milioni e milioni di persone nell’indifferenza e nella compiacenza di una società che non ha saputo essere comunità.

Perché è così che sapiens ragiona: secondo un’ottica di dominio, è così che ancora oggi vogliamo essere trattati: o dentro o fuori, comanda e ubbidisci. Chi vuole conquistare, soggiogare, dominare non sarà mai appagato, non raggiungerà mai la meta, ma cercherà solo modi nuovi per alimentare ulteriormente il suo potere.

Del resto è questo l’atteggiamento che Homo sapiens ha nei confronti del pianeta, quindi perché stupirsi dinanzi alla mancanza di sazietà del clan Marchi?

Nel mondo del comanda e ubbidisci sono pochi quelli che comandano, ma la rabbia di chi deve obbedire alimenta il potere di chi si impone. Sono vite, quelle dei dominatori, poste sotto i riflettori ogni giorno affinché chi ubbidisce possa vedere e sognare (come ci ricorda Wanna tutti abbiamo bisogno di illusioni): loro impongono e sono ammirati, belli, patinati, loro hanno il potere.

E sembrano dire “odia il prossimo tuo – ricaccialo nei mari di un mondo sempre più crudele e senza scrupoli – perché chiunque potrebbe rubarti quella perfida luce riflessa che, forse un giorno, noi che abbiamo potere, potremmo concederti”.

“Chi sei tu. Io non lo so. Tu non sei nessuno. Io sono Wanna Marchi”.  

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