Il genocidio di Gaza: chiamiamo le cose col loro nome
Se non è genocidio siamo sulla buona strada: ce lo spiega lo storico israeliano Benny Morris. Intanto Eyal Weizman ci parla di spaziocidio.

Se non è genocidio siamo sulla buona strada: ce lo spiega lo storico israeliano Benny Morris. Intanto Eyal Weizman ci parla di spaziocidio.

Va detto a chiare lettere: a Gaza si sta operando un genocidio. Con buona pace dei tanti che si affrettano a dire che quella catastrofe umanitaria è tante cose ma non è genocidio. E per essere ancora più chiari, riportiamo la definizione di genocidio della Treccani, che qualifica il genocidio come la sistematica distruzione di una popolazione (o gruppo etnico, razziale o religioso) le lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo e la sottomissione del gruppo a condizioni di esistenza che ne comportino la distruzione fisica, totale o parziale.
Ad oggi i Palestinesi sono ridotti alla fame, una condizione che ne comporta sicuramente la distruzione fisica totale o parziale. E in più i continui bombardamenti causano massacri quotidiani.
Al momento in cui scrivo sono stati uccisi oltre 46mila palestinesi, con l’obiettivo di colpire prevalentemente donne e bambini. Ormai infatti non si può più parlare di errore: l’ultima strage è quella del 24 maggio riportata dalla Bbc, in cui un attacco aereo israeliano ha colpito la casa di una coppia di medici, mentre la madre era al lavoro, uccidendo nove dei loro dieci figli: il figlio maggiore aveva solo 12 anni. Sopravvissuto un figlio di 11 anni insieme al padre, entrambi ricoverati all’ospedale Nasser.
Secondo le ultime denunce di Medici Senza Frontiere sono stati completamente distrutti 19 ospedali, altri centri di primo soccorso sono stati distrutti parzialmente. Questi bombardamenti non solo violano il diritto internazionale umanitario, ma hanno anche un impatto duraturo sulla salute e sul benessere della popolazione. Inoltre risultano uccisi più di 1100 soccorritori e operatori umanitari, mentre altri 500 sono detenuti e torturati, impedendo loro di portare aiuti alimentari e garantire quindi la sopravvivenza ai Palestinesi. Per non parlare dei giornalisti uccisi, ormai oltre i 200, come denuncia l’Ordine dei Giornalisti.
A fronte di questi crimini efferati, l’esercito israeliano replica sempre allo stesso modo, giustificandosi con la motivazione che in quei luoghi si erano rifugiati dei terroristi, oppure che nella zona era stata ordinata l’evacuazione. Ma è solo propaganda, perché oggi più del 70% del territorio della Striscia è sottoposto a ordini di evacuazione, e ai Palestinesi restano poche marginali aree dove spostarsi, con tutte le difficoltà di muoversi in quel territorio. E le evacuazioni annunciate non vengono poi disannunciate, quindi le persone non sanno se e quando è possibile ritornare a casa. Così accade che dopo i primi bombardamenti molti rientrano credendo che siano finiti, per poi ritrovarsi sotto un nuovo attacco.
Dunque come la vogliamo chiamare una guerra in cui si colpiscono o si bloccano gli aiuti umanitari che portano cibo e medicine e in cui si colpiscono ospedali, case e centri di accoglienza pieni di donne e bambini? Se non è un genocidio quello in cui a morire sono coloro che garantirebbero il futuro di quella popolazione, e cioè le donne fertili e i bambini, allora qui si sta cambiando il significato delle parole.
Perché è fin troppo evidente che nelle intenzioni del primo ministro di Israele e del suo esercito c’è la volontà sistematica di eradicare completamente quella popolazione, partendo dai bambini e dalle donne.
Certo, si dirà, la popolazione palestinese conta 5 milioni di persone, quindi se ne sono stati uccisi meno di 50mila non si può parlare di genocidio. Ma siamo davanti a quotidiani e continui omicidi di massa, quand’è che potremo parlare di genocidio? Solo quando sarà tutto compiuto? Solo quando non resterà più un palestinese ancora in vita?
A pensarla in questi termini è lo storico e giornalista israeliano Benny Morris, che sulla testata Haaretz spiega come quest’odio generalizzato non sia che il preludio ad un vero genocidio ormai inarrestabile. Morris spiega che oggi non esiste formalmente una politica di genocidio, non esistono ordini in tal senso comunicati dal governo all’esercito, ma è stato alimentato un odio così dilagante e pervasivo da far percepire i palestinesi come esseri non umani, aumentando in modo esponenziale le atrocità nei loro confronti.
L’odio collettivo che si va gonfiando contro i Palestinesi è infatti già l’anticamera del genocidio. E se le immagini di neonati morti di fame e di freddo, oltre che sotto le bombe, non ci fanno più effetto, se le scene di bambini che si spintonano con in mano una padella di latta per arraffare un pugno di riso non ci scuotono più nella coscienza, allora sentiamoci complici di questo sterminio.
Chi non si sente complice e non accetta di essere parte di questa disumanizzazione fa sentire la sua voce in vario modo. Come succede a Londra, dove si inscenano dei flashmob nella stazione di Waterloo per ricordare che quando si uccidono soprattutto giornalisti e medici si persegue un preciso obiettivo, da un lato eliminare la narrazione di quel genocidio: se nessun giornalista lo racconta, non esiste. Dall’altro eliminare gli operatori sanitari: se si uccidono i medici chi resterà a salvare i Palestinesi?

La domanda non trova risposte. Ma chi vuole cercare di andare più in fondo a questo conflitto ancestrale può trovare un valido aiuto nel saggio Spaziocidio, Israele e l’architettura come strumento di controllo, di Eyal Weizman, docente israeliano di architettura, tra i fondatori del collettivo Decolonizing Architecture nei territori palestinesi, insignito per il suo impegno umanitario. Il saggio è un contributo importante per capire processi politici e militari lenti ma determinanti, perché racconta l’occupazione a Gaza e in Cisgiordania dal punto di vista dell’ambiente, offrendo la chiave per comprendere la complessità del presente e anticipare le tendenze future.
