Il silenzio è la voce che ho scelto è un romanzo particolarissimo e originale, scritto da Mona Arshi ed edito 8tto Edizioni, che si riconferma preziosa nel diffondere opere straniere poco conosciute, ma estremamente interessanti.

Come riporta il titolo, al centro del romanzo è viva la contrapposizione fra la voce e il silenzio. Si tratta di un titolo che può sembrare banale, in quanto tale antitesi è radicata nel pensiero comune anche in modi di dire come “Il silenzio vale più di mille parole”. Ma non bisogna giudicare questo romanzo con un occhio superficiale o poco attento: la riflessione verte non solo su questa dicotomia, ma anche e soprattutto sull’inclusione, sulla gestione del diverso e dell’immigrato.

Il silenzio è la voce che ho scelto: la voce della protagonista

L’aspetto più interessante della lettura è il ruolo della protagonista, che racconta in prima persona la sua storia attraverso diversi excursus e voli pindarici. Lo stesso strillo del romanzo suggerisce di “assumere” un capitolo al giorno per entrare nel mondo di Ruby, la bambina che un giorno decide di smettere di parlare e che ci racconta la sua vita. I capitoli sono brevissimi e incalzanti, la scrittura è vivace e diretta e consente di entrare nell’universo psicologico ma anche logistico del racconto in maniera immediata ed efficace.

Il compito del silenzio in tal senso è più che mai parlare: al lettore, innanzitutto. Perché nel raccontare i suoi momenti di silenzio Ruby ci mostra come esso sia un rifugio, ma anche una ferita che racconta meglio di qualsiasi parola la fragilità di una famiglia. Mona Arshi si muove infatti dalla sua protagonista per condurci dentro un universo fatto di assenze dolorose e di complicazioni. Ruby racconta infatti della sofferenza della madre che scivola via, sempre più distante, mentre altre presenze come quella della sorella Rania non sembrano bastare a compensare la distanza che a volte si crea fra il mondo “indiano” e il resto.

Un dramma familiare e culturale

Un elemento centrale in Il silenzio è la voce che ho scelto è dato, infatti, dal ruolo del diverso: Ruby si muove in una contrapposizione culturale molto forte. È figlia di immigrati indiani in Inghilterra, ma non riesce ad appartenere propriamente né all’una né all’altra. Se la cultura indiana per lei significa obbedire all’autorevolezza delle sue radici e della memoria, a volte la conduce a quello stesso silenzio, per sopravvivere, per non sentirsi in dovere di sottostare ai modelli di integrazione che si ritrova nella periferia britannica.

È qui che il silenzio diventa protezione, osservazione e mediazione: tacere permette a Ruby di indagare le differenze senza tradire nessuno dei due mondi. L’identità biculturale che le appartiene scivola allora tra il desiderio di urlare e quello di tacere per il bene della costruzione di un ‘ponte’ fra culture. Il tutto grazie al suo meraviglioso carattere che il lettore impara a conoscere. Si innamora subito di lei e della sua vita, come accade con eroine letterarie come Jane Eyre: personaggi che nel loro silenzio sanno dare voce alla propria individualità e alla resistenza della parola.

Il giardino del silenzio

Un’allegoria funzionale e molto poetica nel romanzo è rappresentata dal giardinaggio, più di un hobby ma un universo a sé: simboleggia il luogo della cura, del controllo e della protezione dalle bruttezza del mondo. Fin dai tempi antichi, la letteratura bucolica è stata foriera di poetiche metafore sul benessere e sulla sicurezza che il mondo semplice della natura possa portare. Non troviamo Teocrito o le Bucoliche di Virgilio, ovviamente, ma ne riscopriamo le intenzioni e la naturalezza.

La stessa spontaneità del giardino e del locus amoenus che costituisce la riviviamo nella protagonista. È una voce femminile che tace, così come quella della natura. Il giardino non parla, del resto, ma va ascoltato. L’invito che Arshi fa al lettore è di riflettere insieme con Ruby sulla famiglia, sui drammi della vita e anche sulle relazioni umane, anche sull’amore. Con quello stesso desiderio di contemplazione e unione con la natura che spinge Gabriele D’Annunzio a chiedere a Ermione di tacere nella celebre La pioggia nel pineto.

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