Illusione, Francesca Archibugi firma un thriller morale inquieto e stratificato
C'è qualcosa di profondamente ambiguo nel nuovo film di Francesca Archibugi, "Illusione" presentato in anteprima stampa e in arrivo nelle sale dal 7 maggio.

C'è qualcosa di profondamente ambiguo nel nuovo film di Francesca Archibugi, "Illusione" presentato in anteprima stampa e in arrivo nelle sale dal 7 maggio.

C’è qualcosa di profondamente ambiguo, e proprio per questo elettrizzante, nel nuovo film di Francesca Archibugi, Illusione, presentato in anteprima stampa e in arrivo nelle sale dal 7 maggio, riesce nell’impresa rara di intrecciare il thriller investigativo con il dramma psicologico, costruendo un racconto potente e spiazzante che parla di violenza, manipolazione e identità perdute senza mai cedere a scorciatoie consolatorie.
Ambientato nella periferia di Perugia, il film si apre con il ritrovamento di Rosa Lazar, una ragazza moldava di appena sedici anni trovata in fin di vita dentro un fosso, vestita con abiti d’alta moda. Attorno a lei si muovono due figure opposte e complementari che tengono lo spettatore incollato allo schermo: la sostituta procuratrice Cristina Camponeschi, interpretata da una magnetica Jasmine Trinca, e lo psicologo Stefano Mangiaboschi, cui presta volto e inquietudine un Michele Riondino in grande forma. L’indagine su un possibile traffico internazionale di prostituzione minorile diventa presto qualcosa di molto più oscuro e avvincente: una vertiginosa discesa dentro il rapporto ambiguo tra vittima e carnefice, memoria e rimozione, verità e rappresentazione.
Archibugi sceglie coraggiosamente di evitare il ritmo serrato del thriller classico, e questa scelta paga. Illusione è un film che procede per sottrazione, più interessato ai silenzi che ai colpi di scena — e proprio qui sta la sua forza straordinaria: nel modo in cui trasforma l’inchiesta in una riflessione lancinante sullo sguardo, sulla difficoltà di interpretare il dolore e sull’impossibilità di comprendere davvero chi abbiamo davanti.
Rivelazione assoluta del film è la giovane Angelina Andrei, presenza magnetica e imprevedibile che ruba ogni scena: rende Rosa insieme fragile e sfuggente, con una maturità interpretativa che lascia senza fiato. Ma è soprattutto Jasmine Trinca a dare al film la sua temperatura emotiva bruciante — il suo personaggio si muove costantemente sul confine tra rigore professionale e coinvolgimento personale, incarnando con rara intensità il senso di impotenza che attraversa tutta la narrazione.
Visivamente sobrio ma di una cura formale sorprendente, Illusione sfrutta una fotografia fredda e spenta che restituisce una Perugia periferica quasi sospesa, capace di trasformare la provincia italiana in un paesaggio dell’anima. La regia di Archibugi mantiene sempre un controllo ammirevole, anche quando il film — nella seconda parte — rischia di disperdere qualche energia in dialoghi più esplicativi o in alcune svolte forse troppo simboliche.
Qualche sbavatura non offusca però il risultato complessivo: l’ambizione di tenere insieme denuncia sociale, thriller europeo e dramma esistenziale è in sé un atto di cinema raro e necessario. Illusione è un’opera coraggiosa, adulta, che non semplifica mai i propri personaggi né le proprie domande — e che si fa ricordare ben oltre i titoli di coda.
Più che un thriller, è un film sul vuoto lasciato dalla violenza e sulle maschere che costruiamo per sopravvivere. Cinema inquieto, imperfetto, ma profondamente, urgentemente umano. Da non perdere.
