Di chi parliamo quando parliamo di donne? Come ne parliamo? La prima risposta che mi viene in mente è attraverso stereotipi e la seconda è per generalizzazioni.

Parliamo di donne come un monolite unico e omogeneo. Come se fossimo una manciata di persone che hanno tutte lo stesso background e gli stessi bisogni (non credo esistano due persone così!). 

Le donne sono più di metà della popolazione mondiale e hanno esperienze, storie, necessità e voci diverse, a seconda della cultura da cui provengono, del colore della pelle, della religione, dello status sociale, a seconda che abbiano una disabilità o un corpo non conforme, a seconda dell’orientamento sessuale e dei genitali con cui sono nate. E molto altro ancora.

Un approccio internazionale ci spinge a valutare la complessità delle esperienze e la somma delle discriminazioni.

Intersezionalità: come nasce il termine

La parola intersezionalità è stata coniata dalla giurista femminista afroamericana Kimberlé Crenshaw, addirittura nel 1989. La sua riflessione partiva da un ragionamento relativo al black feminism e all’incapacità di comprendere cosa comporta la simultaneità delle oppressioni. Crenshaw usa queste parole:

Quando il femminismo non si oppone esplicitamente al razzismo e quando l’antirazzismo non incorpora l’opposizione al patriarcato, le politiche su razzismo e genere finiscono spesso per essere antagoniste l’una all’altra, perdendo in entrambi i casi”.

In un bellissimo TedTalk che vi invito a vedere, Kimberlé Crenshaw racconta che nel suo percorso è stata cruciale la storia esemplare di Emma DeGraffenreid: una donna afroamericana, moglie, lavoratrice e madre che avanza una denuncia per aver subito una discriminazione di genere e di matrice razzista.

Si era proposta per un lavoro in una fabbrica di automobili locale ma non lo aveva ottenuto. Secondo lei non l’avevano assunta perché era una donna nera. Il giudice aveva respinto le accuse lanciate dalla donna, affermando che nella fabbrica erano stati assunti afroamericani e donne. Emma sottolinea però che le persone afroamericane assunte nella parte della produzione erano uomini e che le donne, di solito assunte come segretarie o al front office, erano bianche.

La giornalista e attivista egiziano-americana Mona Eltahawy, nel suo libro Sette peccati necessari. Manifesto contro il patriarcato, parla di intersezionalità dipingendo il patriarcato come un polipo con molti tentacoli. Tutti quei tentacoli sono le discriminazioni di cui possiamo essere oggetto a seconda del colore della pelle, del nostro corpo, dell’orientamento sessuale, della religione e così via. E solo risposte intersezionali, complesse e internazionali possono risolvere problematiche intersezionali, complesse e internazionali:

“È un momento in cui dobbiamo fare i conti con il patriarcato, in cui riconoscere quanto siano normalizzati i suoi crimini e in cui dobbiamo fare i conti con i modi in cui si interseca con altre forme di oppressione, come razzismo, classismo, abilismo, omofobia, transfobia e intolleranza. Vengo da molti mondi e ho viaggiato in molti posti.

In questo libro condividerò voci e storie da tutto il pianeta per raccontare come le donne e le persone queer gridano un grande vaffanculo al patriarcato. Dobbiamo ascoltare e imparare quando le donne della Corea del Sud protestano ogni mese contro il molka o video di telecamere nascoste, in cui uomini filmano in segreto le donne in scuole, uffici, treni, bagni e camerini. Queste proteste sono diventate il più grande movimento di donne mai esistito in Corea del Sud e dobbiamo ascoltarle e imparare, specilmente dai loro cartelli che affermano: «le donne arrabbiate cambieranno il mondo».

Dobbiamo ascoltare e imparare quando le donne argentine tengono uno sciopero generale per protestare contro la violenza sulle donne, che si è diffuso in tutta l’America Latina e mette insieme il nostro diritto a essere libere da ogni forma di violenza e il diritto all’autonomia sui nostri corpi, sia riguardo al desiderio sessuale che all’accesso ad aborti legali e sicuri. Dobbiamo ascoltare e imparare quando le femministe e le attiviste queer in Uganda marciano contro omicidi e rapimenti.

Dobbiamo ascoltare e imparare quando le femministe irlandesi scatenano una rivoluzione contro la Chiesa cattolica nel loro Paese, spingendo una nazione a votare a favore del diritto all’aborto, e dobbiamo ascoltare e imparare quando le persone Lgbtq in India lavorano oltre i confini di religione, etnia e casta, per spingere la corte suprema a depenalizzare finalmente l’omosessualità, ribaltando un articolo del codice penale ereditato dall’era coloniale britannica. Dobbiamo ascoltare e imparare e dobbiamo mettere in connessione tutte queste battaglie come parte di una rivoluzione globale femminista“.

I sistemi di discriminazione su cui è basato uno status quo che avvantaggia principalmente uomini, bianchi, cisgender, abili, di classe media devono essere messi in discussioni e smantellati. Da dove cominciare? Cominciamo dall’ascoltare le voci dimenticate e oppresse.

Non limitiamoci a parlare di loro, facciamo parlare loro. Amplifichiamo, diffondiamo, propaghiamo queste voci. Come per il sessismo, in ogni forma di discriminazione il primo passo da fare è decostruire i sistemi che abbiamo assorbito, che ci sono entrati dentro a una tale profondità da sembrarci verità assolute. La strada è ancora lunga, anche se siamo già in cammino.

Un’occasione importante di ascolto e riflessione su questi temi sarà il tour di Mona Eltahawy in Italia. Vi aspettiamo!

Valentina Torrini è presidente dell’associazione Uniche ma plurali e autrice del libro Lady Cinema (le plurali editrice, 2021).

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