K-pop Demon Hunters: il film che fa delle fragilità un superpotere
Netflix e la Corea del Sud si riuniscono in un film d’animazione, superando ogni confine geografico e generazionale con "K-pop Demon Hunters".

Netflix e la Corea del Sud si riuniscono in un film d’animazione, superando ogni confine geografico e generazionale con "K-pop Demon Hunters".

Netflix e la Corea del Sud si riuniscono in un film d’animazione, superando ogni confine geografico e generazionale con K-pop Demon Hunters.
Sono stati ben nove gli anni che hanno portato al rilascio lungometraggio firmato Sony e Netflix e nato da un’idea della regista Maggie Kang e dell’illustratore Chris Appelhans. In soli 23 giorni si parla di K-pop Demon Hunters come il film animato migliore di Netflix, totalizzando più di 80 milioni di visualizzazioni. In poche settimane, la colonna sonora del film si trova nelle vette delle classifiche di tutto il mondo, arrivando a traguardi inimmaginabili per un film d’animazione.
Per esempio, la canzone “Your Idol” dei Saja Boys – uno dei gruppi virtuali del film – ha raggiunto il primo posto nella classifica giornaliera degli USA. Lo schema si ripete una settimana dopo: la canzone “Golden” del gruppo femminile virtuale HUNTR/X ottiene il primo posto su Spotify. La colonna sonora è diventata anche protagonista di festival di musica EDM. Sulla rete, si parla anche di una possibile candidatura della canzone agli Oscar.


K-pop Demon Hunters racconta di come la musica possa salvare il mondo, grazie alla voce di tre idol k-pop: Rumi, Zoey e Mira, le HUNTR/X. Le tre superstar sono anche delle cacciatrici di demoni, addestrate sin da bambine per contrastare Gwi-ma, il re dei demoni che infestano il mondo da secoli. Da generazioni, viene scelto un trio di guerriere e, ora, è tempo che anche le Huntr/x costruiscano l’Honmoon dorato, uno scudo che protegge le persone e frutto del legame tra le loro voci e l’amore degli ascoltatori. Ad ostacolarle, una nuova boy-band k-pop di rubacuori (o meglio, ruba-anime), i Saja Boys.


Il film riesce a raccontare perfettamente la cultura sudcoreana in modo fresco e accattivante, unendo le tendenze del momento ai dettagli della tradizione. Fin dai primi minuti del film, vengono raccontate le figure storiche delle sciamane coreane, che avevano il compito di rappresentare un ponte tra il mondo degli umani e quello degli spiriti. Nel film, infatti, sono brevemente mostrati i loro riti caratterizzati da balli e melodie toccanti, per allontanare la malvagità.
Un secondo riferimento alla tradizione coreana sono, invece, i Saja Boys stessi, i quali prendono le sembianze dei tristi mietitori. In passato, essi ricoprivano il ruolo di messaggeri dell’aldilà, che guidano le anime dei defunti nella vita dopo la morte, indossando abiti neri e il tipico cappello coreano. Nel lungometraggio, fanno la loro comparsa anche i protagonisti del folklore coreano, con fantasmi acquatici, goblin e folletti variopinti. Altre due simpatiche apparizioni sono quelle della tigre e della gazza, direttamente dall’espressione artistica “Jakhodo”, tipiche della dinastia Joseon. “Jak” significa “gazza”, “Ho” sta per “tigre” e “do” si riferisce alla pittura.
Più nello specifico, questa forma espressiva aveva il compito di raffigurare la società coreana in chiave satirica. La tigre è fortemente rappresentativa della Corea, per l’appunto denominata come “Il Paese della Tigre”. Essa, sempre realizzata in modo buffo e poco intelligente, sarebbe il simbolo dell’aristocrazia; mentre la gazza rappresenterebbe l’uomo comune, più astuto e severo. Secondo altre letture, il Jakhodo sarebbe portatore di buone notizie, proprio come vediamo anche nel film.

Ma K-pop Demon Hunters riesce anche ad omaggiare quella che oggi è la Corea del Sud: si mostrano le pratiche di fandom, con i suoi lati più coinvolgenti (lightstick, fanmeeting, album e trend) e più cupi (come la pratica di infantilizzare gli idol), si fa riferimento ai maggiori gruppi K-pop come le Twice, ma vi sono anche chiari rimandi a BTS, Blackpink, Ateez, ITZY, Tomorrow X Together, Stray Kidz, MostaX e BigBang per le caratteristiche dei differenti idol protagonisti.


Le tre eroine riescono a stabilire un rapporto genuino con il pubblico, basato sulla simpatia e sull’empatia. Pur essendo superstar, si comportano come tre ragazze semplici, spontanee e genuine, che amano rilassarsi, condividere del buon cibo in compagnia e fare esperienze assieme. Tutte e tre hanno le loro difficoltà, alcune più evidenti di altre. Tutte e tre sono cresciute con l’obbligo di non dover mai mostrare i propri difetti e le proprie paure, ma questa tossica imposizione non ha fatto altro che nascondere la loro vera essenza.
Rumi, la emotiva ma rigida leader del gruppo, nasconde un segreto: è per metà umana e per metà demone. Se ne vergogna, si sente un errore e cerca di nascondere la sua natura in ogni modo possibile, perché così le è stato insegnato.
Zoey, la minore del trio, spumeggiante e sempre sorridente, crede che la sua musica sia inutile e strana. Si sente troppo, ma mai abbastanza, priva di un posto al quale appartenere.
Mira, con il suo apparente carattere forte e sfrontato, cela l’eterna paura di non essere mai accettata dagli altri, senza mai trovare una famiglia, come se non la meritasse.
Le idol ci insegnano come le nostre fragilità possano essere accettabili, se condivise e vissute con le persone giuste e che nascondere le proprie paure non sia sintomo di debolezza, ma di forza per imparare ad affrontarle.
Insomma, K-pop Demon Hunters è totalmente un film di svolta, perché unisce la cultura coreana, con il mahō shōjo – in coreano “Byeonsin Sonyeo” (변신 소녀) – e una soundtrack accattivante, riuscendo a coinvolgere milioni di persone di ogni Paese, età e genere.
