Ci sono città che per diventare Capitali della Cultura sembrano mettersi il vestito della festa. Programmi, inaugurazioni, conferenze, eventi, mostre, calendari pieni di cose da fare e l’inevitabile sensazione che, se non riesci a vedere tutto, hai perso qualcosa. Poi ci sono città che puoi visitare anche senza fare l’elenco. L’Aquila nel 2026 è una di queste.

È Capitale italiana della Cultura e questa, per me, è soprattutto una buona scusa per andarci. Non tanto per poter dire di esserci stata nell’anno giusto, ma per vedere che cosa sta succedendo mentre una città viene attraversata da un programma culturale così fitto.

Io partirei senza l’idea di dover
“fare L’Aquila”

Niente maratona delle mostre, niente check list. Una valigia piccola, scarpe comode, una giornata – meglio ancora due – e la curiosità di entrare in posti nei quali normalmente non entreresti.

Perché le mostre che ho trovato mi sembrano interessanti proprio per questo: non raccontano tutte la stessa L’Aquila.

C’è il Giappone, c’è Beuys, c’è la guerra, c’è la natura, ci sono cinquant’anni di lavoro di un’artista, c’è la fotografia e c’è persino un po’ di intelligenza artificiale. E soprattutto ci sono luoghi diversi: palazzi, un orto botanico, spazi sotterranei, un paese fuori città.

Insomma, se siete alla ricerca di una gita fuori porta che non sia semplicemente una gita fuori porta, io guarderei verso l’Abruzzo.

E comincerei da qui.

La prima fermata: un artista giapponese che sembra stare bene all’Aquila

Alla Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre c’è Shu Takahashi.

Non conoscevo Takahashi prima di incontrare questa mostra, e forse è proprio questo il genere di cosa che mi piace trovare quando viaggio: non andare a vedere quello che già conosco, ma tornare a casa con un nome nuovo in testa.

La mostra si intitola “Shu Takahashi. Un artista giapponese nella collezione di Giorgio de Marchis. Un mondo fluttuante tra Oriente e Occidente” e mette insieme il lavoro dell’artista giapponese e il suo rapporto con le avanguardie europee.

Le sue opere sono astratte, ma non hanno niente di freddo. Il colore sembra avere peso, quasi fosse materia. Le forme si muovono, si sovrappongono, si incontrano.

E poi c’è Incontro, un’opera monumentale del 1992 proveniente dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

Ma quello che mi incuriosisce è che la mostra non si limita a mettere le opere alle pareti. Ci sono fotografie, video, interviste, documenti e ricostruzioni di alcuni interventi di Takahashi, soprattutto quelli in cui arte e architettura si incontrano.

Quindi non è solo una mostra su un artista giapponese.

È una mostra su come due culture possono guardarsi senza cercare di assomigliarsi.

Fino al 4 settembre — ingresso libero

Fondazione Giorgio de Marchis Bonanni d’Ocre, Corso Vittorio Emanuele II 23.

Poi andrei a vedere una cosa che non ha niente di rassicurante

La seconda tappa è “CONTAMINAZIONI – Contro la guerra e l’innocenza dell’infanzia negata”, al Rettorato dell’Università dell’Aquila.

Qui Pino Bertelli e Antonio Gasbarrini mettono in dialogo fotografia documentaria e immagini rielaborate con l’Intelligenza Artificiale.

La guerra è il tema, ma non credo sia interessante soltanto per questo.

Mi interessa soprattutto il problema che la mostra mette davanti agli occhi: quanto possiamo ancora fidarci delle immagini?

Da una parte ci sono fotografie in bianco e nero scattate nei luoghi più fragili del mondo. Dall’altra immagini digitalmente rielaborate, costruite attraverso l’IA, che dialogano con la tradizione della storia dell’arte e con il tema della Strage degli innocenti.

È un cortocircuito abbastanza inquietante.

Perché siamo abituati a pensare alla fotografia come a una prova: è successo, io l’ho fotografato. Ma cosa succede quando la fotografia entra in un mondo in cui il reale può essere ricostruito, manipolato, generato?

Una mostra sulla guerra che finisce, inevitabilmente, per diventare anche una mostra sul nostro modo di guardare.

Fino al 29 agosto — ingresso libero

Rettorato dell’Università degli Studi dell’Aquila, Palazzo Camponeschi, Piazza Santa Margherita 2.

A Palazzo Benedetti c’è la terra

Poi cambierei completamente atmosfera.

A Palazzo Benedetti c’è Lea Contestabile con Con le mani sporche di terra ti ho baciata.

Il titolo mi piace già abbastanza da farmi venire voglia di entrare.

La mostra raccoglie cinquanta opere per cinquant’anni di attività dell’artista, pittrice, incisore, tessitrice e fondatrice del MuBAq.

Ma soprattutto sceglie di non raccontare questi cinquant’anni in ordine cronologico.

Niente “prima ha fatto questo, poi quello, poi è arrivata quest’altra fase”.

Le opere vengono messe in relazione fra loro, attraverso forme, temi, materiali.

E così il tempo smette di essere una linea e diventa una specie di conversazione.

Forse è anche il modo migliore per guardare una ricerca artistica lunga mezzo secolo: non come un curriculum, ma come qualcosa che continua a tornare sui propri temi, a cambiare forma, a sporcarsi le mani.

Fino al 30 agosto — ingresso libero

Palazzo Benedetti, Via Sassa 15.

E poi farei una cosa molto semplice: andrei a cercare Beuys tra le piante

Questa è probabilmente la mostra che sceglierei se avessi poco tempo.

Non perché sia necessariamente “la più importante”, ma perché il luogo cambia completamente il modo in cui guardi le opere.

All’Orto Botanico dell’Aquila, proprio a ridosso di Santa Maria di Collemaggio, ci sono 33 opere riunite per “Germogliati semi. Omaggio a Joseph Beuys (1921-1986) nel Quarantennale della scomparsa”.

Il tema è la difesa della natura.

E già qui Beuys mi sembra un artista perfetto per il 2026.

Perché la sua idea di scultura sociale non consisteva nel mettere semplicemente un oggetto nello spazio. Aveva a che fare con la possibilità che l’arte modificasse la società, i rapporti fra le persone, il modo in cui abitiamo il mondo.

Ora immaginate di prendere questa idea e portarla dentro un antico orto botanico celestiniano.

Le sculture e le installazioni non sono più isolate in una stanza bianca. Sono dentro un paesaggio.

E allora viene quasi naturale chiedersi se la natura sia ancora qualcosa che osserviamo oppure qualcosa di cui facciamo parte.

Fino al 5 settembre — ingresso libero

Orto Botanico, Via S. Josemaría Escrivá.

Dal 20 agosto: Tito, cento anni e nessuna voglia di stare fermo

A Palazzo Spaventa arriva invece “TITO, 100 anni attraverso la forma”, dedicata a Ferdinando Amodei, in arte Tito, nel centenario della nascita.

Questa è per chi ama gli artisti difficili da mettere in una scatola.

La mostra raccoglie opere appartenenti a collezioni private e racconta una ricerca eclettica, sviluppata attraverso diversi ambiti disciplinari.

E forse anche questo è interessante oggi: in un momento in cui tutto deve avere un’etichetta, un formato, una categoria e perfino un algoritmo che sappia consigliarcelo, incontrare un artista che si muove fra linguaggi diversi è quasi un piccolo atto di disobbedienza.

Dal 20 agosto al 12 settembre — ingresso libero

Palazzo Spaventa, Via Andrea Bafile.

Poi uscirei dall’Aquila

Perché una delle cose che mi piacciono di più quando una città diventa il centro di qualcosa è fare esattamente il contrario di quello che ci si aspetta.

Andarsene.

A Goriano Valli, negli spazi di Casa Grampa, dal 9 agosto al 6 settembre c’è “Immaginare l’invisibile” di Fabio Massimo Fioravanti.

Qui ritorna il Giappone, ma questa volta attraverso la fotografia.

Fioravanti ha fotografato il paese per circa 35 anni e il progetto si concentra sul teatro Nō, cercando di restituirne la complessità attraverso le immagini.

Mi piace l’idea di concludere così il viaggio.

Non con l’ultima mostra della lista, ma con una strada che esce dalla città e porta verso un paese dell’entroterra. Un altro paesaggio, un altro ritmo, un altro Giappone.

Dal 9 agosto al 6 settembre

Casa Grampa, Via Armando Diaz 10, Goriano Valli – Tione degli Abruzzi.

Tutte le domeniche di agosto, 17.30–19.30. Ingresso libero.

Quindi sì: andate all’Aquila

Non posso dirvi che queste siano le mostre da vedere.

Non ne so abbastanza e, francamente, non mi interessa nemmeno fare la classifica.

Sono quelle che mi hanno fatto venire voglia di partire.

Ed è una differenza importante.

Perché un blog, almeno per come lo immagino io, non dovrebbe dirti soltanto che cosa c’è da vedere. Dovrebbe farti venire voglia di vedere qualcosa che magari fino a cinque minuti prima non avevi nessuna intenzione di vedere.

L’Aquila nel 2026 mi sembra una buona destinazione proprio per questo.

Non solo perché è Capitale italiana della Cultura.

Ma perché puoi arrivarci per una mostra e finire a guardare un palazzo, un giardino, una montagna, un paese dell’entroterra, una fotografia, una forma, un colore.

Puoi arrivarci pensando di andare a vedere dell’arte e ritrovarti, semplicemente, a guardare una città.

E forse è questo che dovrebbe fare la cultura quando funziona davvero: non riempire il tempo, ma spostarti un po’ da dove eri prima.

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