Fino al 29 Agosto 2026 i Magazzini dell’Arte Contemporanea di Trapani ospiteranno la collettiva dal titolo Caregiver. La cura come urgenza, dedizione e visione nell’arte contemporanea. L’esposizione è promossa dalla Videoinsight® Foundation – ETS e curata dalla sua fondatrice Rebecca Russo.

Le autrici e gli autori delle opere in esposizione

Irene Balia, Gianluca Capozzi, Savina Capecci, Marialucia Cirací, Lorenzo Gnata, Taisiya Korotkova, Selena Leardini, Julie Machallova, Renata Machycková, Chiara Manenti, Nunzio Paci, Rebecca Palma, Zuzana Pernicová, Eleonora Picariello, Greta Pllana, Maria Pogorzhelskaya, Marcella Pralormo, Jessica Rafele, Milena Sgambato, Sebastiano Sofia, Cosimo Veneziano.

La selezione delle opere esposte è il risultato di un’Open Call lanciata a febbraio di quest’anno per proporre un’indagine approfondita e multidisciplinare sul tema della cura. Le artiste e gli artisti con particolare sensibilità hanno interpretato la figura del caregiver e il concetto di caregiving superando i confini dell’assistenza sanitaria o familiare. La mostra mette in luce l’importanza di un’attitudine esistenziale e di una responsabilità etica capace di attivare legami interpersonali attraverso strumenti di rigenerazione psicofisica e sociale.

Julie Machallova

L’artista lavora sul tema dell’amore e della sessualità femminile. Le interessa la fragilità del rapporto amoroso e dell’intimità in questo tempo caratterizzato da relazioni facilmente interrotte e legami affettivi faticosi. Nei suoi dipinti cerca di valorizzare la bellezza di quel momento, i sentimenti, la sensualità delle donne e l’introspezione, evocando silenzio, solitudine, immortalità e ricordi.

Julie Machallova, The beauty of Darkness, 2025, olio su tela, Al. 50 x La. 40 cm.

Che cos’è la Fondazione Videoinsight®ETS?

Alcune riflessioni su una selezione delle opere in mostra si alterneranno a un testo tratto dalle considerazioni della curatrice Rebecca Russo, psicologa, psicoterapeuta e collezionista d’arte contemporanea. La Dott.ssa R. Russo ha selezionato immagini per lei terapeutiche, rispondenti alla necessità della cura del sé: un collezionismo finalizzato all’autoterapia e nato da specifiche esigenze psicologiche personali, le cui risposte hanno dato profondi benefici. La sua Collezione non solo si è rivelata straordinariamente utile al proprio benessere, ma ha dimostrato come il gesto connaturato e spontaneo del collezionare sia stato una grande opportunità di coinvolgimento e inclusione verso gli altri. La Dott.ssa R. Russo, dopo aver sperimentato in prima persona il potere curativo delle immagini, ha elaborato dei percorsi di riabilitazione post chirurgica e cura. Per integrare nella sua professione l’arte dal potere terapeutico, nel 2013 ha creato la Fondazione Videoinsight® – ETS, una fondazione no profit con sede in Italia e dedicata a scopi esclusivamente umanitari. Con l’applicazione del Metodo Videoinsight®, da lei ideato, promuove il benessere psico-fisico attraverso una cura basata sull’interazione con selezionate opere d’arte contemporanea. La Fondazione si avvale della Collezione Videoinsight® arricchita progressivamente da opere specifiche e funzionali a suscitare un forte impatto psicologico sull’osservatrice/osservatore, utile al recupero dello stato psicofisico.

Caregiver è un progetto di Fondazione Videoinsight® – ETS

Il progetto Caregiver si inserisce nella programmazione di una Fondazione pioniera nell’esplorazione del potenziale terapeutico dell’Arte. In un’epoca segnata dalla vulnerabilità individuale, la figura del caregiver – intesa come colei o colui che si prende cura dell’altra o dell’altro – assurge ad archetipo universale. Le artiste e gli artisti vincitori dell’Open Call hanno declinato il tema con differenti linguaggi espressivi, offrendo al pubblico opere capaci di suscitare introspezioni profonde e di attivare le risorse necessarie al superamento delle crisi. Prendersi cura significa accogliere la fragilità altrui, riconoscerla e mutarla in un punto di forza condiviso. In quest’ottica l’arte si fa caregiver: accoglie, trasforma e rigenera, in virtù del potere straordinario di porsi come “Ponte per una nuova vita” e di attivare processi catartici e terapeutici.

Il lavoro cognitivo, emotivo e sociale stimolato dalle espressioni artistiche riduce i livelli di ansia, isolamento e depressione; al contempo, rinforza l’autostima, sostiene il tono dell’umore, attenua la vulnerabilità e favorisce il benessere mentale e fisico. Questo approccio non si esaurisce nella mera assistenza al superamento delle difficoltà di chi sta affrontando una crisi, ma abbraccia l’individuo nella sua totalità. Accogliere chi si affida richiede un dialogo empatico, il saper stare nella conversazione da non giudicante e un’assunzione di responsabilità che si traducono nell’atto di una presenza consapevole. L’altra o l’altro non è un problema da gestire, ma una persona portatrice di una pripria storia, di desideri e di una dignità del tutto indipendenti dalla malattia.

Renata Machyckova

L’artista approfondisce la propria ricerca d’insieme attraverso la figura femminile. Nei suoi ritratti, intesi come archetipi di una bellezza ideale, emergono traumi, dolori e interrogativi rimasti senza risposta: sofferenze in cui la dimensione universale e quella personale si fondono senza soluzione di continuità. Sulle superfici delle opere affiora il dolore stesso dell’autrice che sente quel luogo come uno spazio sicuro, libero da interferenze, nel quale poter lavorare sui suoi sofferti.

Dare forma e colore alla propria interiorità è una terapia: depositare parte di quel patimento ne alleggerisce il peso, lo oggettivizza rendendolo fisicamente tangibile. Questa fisicità è preziosa, poiché le permette di allontanarlo da se stessa, come l’effetto di un efficace medicinale. La figura femminile ritratta ha uno sguardo malinconico, velato di profonda tristezza a causa di un tormento interiore: un malessere indefinito, senza un’origine precisa, causato da uno stato d’animo o dal coinvolgimento in una situazione spiacevole.

Renata Machycková, Potrait, 2025, acrilico e inchiostro su tessuto, Al. 90 x La. 90 cm.

Il gravoso impegno del prendersi cura

Chi è capace di prendersi cura lo dimostra nell’intercettare le esigenze inespresse: il timore velato da un silenzio, il desiderio di normalità espresso da un lamento. E’ abile nel sintonizzarsi sullo stato d’animo di chi soffre senza lasciarsi travolgere, permettendo così la creazione di uno spazio in cui la persona assistita possa sentirsi al sicuro e non obliata. Sostenere chi non è in grado di farlo, o non lo è più, significa farsi carico del mondo dell’altra o dell’altro, dover compiere scelte, anche difficili, al posto di chi non può più decidere per sé, agendo con responsabilità e nel migliore interesse della persona in crisi.

Esistono due modi di prendersi cura: sostituirsi all’altra/altro (fare per), sollevando chi soffre da ogni incombenza faticosa, con il rischio di annullare l’identità di chi riceve aiuto; oppure affiancare l’altra/altro (fare con), cioè sostenere la persona in ciò che ancora le è possibile, intervenendo solo dove non riesce. Fare con è la massima espressione dell’assistenza a coloro che soffrono: significa restituire potere e dignità a chi temeva di averle perdute. L’arte di saper restare, la pazienza di abitare il tempo dell’altra o dell’altro – che spesso è più lento rispetto al nostro – il saper trasformare un momento di fragilità in uno spazio di profonda connessione umana: questo è prendersi cura.

Nunzio Paci

«Quest’opera ha origine dall’osservazione ravvicinata di una pianta malata nel mio giardino, salvata e guarita solo grazie a un intervento di recisione radicale.
Da questa esperienza nasce una riflessione sul paradosso della ferita che rigenera:
un atto che non si compie con crudeltà, bensì con la precisione chirurgica della cura.
Traducendo questa fondamentale dinamica della sopravvivenza vegetale in un’anatomia antropomorfa, il lavoro mette in scena una metamorfosi lenta e silenziosa.
Come in natura l’eliminazione dei rami secchi o infetti libera le risorse vitali permettendo una nuova e inaspettata fioritura, così l’opera si fa metafora dell’esistenza umana.
Esistono momenti in cui il collasso sembra imminente e la fragilità prende il sopravvento;
è in quel preciso istante che la recisione netta di legami, pesi o parti di sé malate, per quanto traumatica nell’immediato, diventa l’unica via per consentire alla linfa di scorrere di nuovo.
Il risultato è un’indagine visiva sul dolore necessario che precede la rinascita
permettendo una nuova e inaspettata fioritura, così l’opera si fa metafora dell’esistenza umana.» (Nunzio Paci)

Nunzio Paci, Potatura di un’anima fragile e Particolari, 2026, tempera, matita e pastelli su tela, Al. 70 x La. 100 cm.

Chi è il caregiver?

Il caregiver è colei o colui che dona la cura, rivestendo uno dei ruoli più nobili, complessi e spesso invisibili della nostra società. Essere caregiver significa offrire assistenza, supporto emotivo e dedizione costante verso un’altra persona, permettendo a molte di loro di vivere dignitosamente benché malate, fragili e sole. Un impegno che richiede pazienza, coraggio, generosità, e che merita gratitudine, diritti e supporto concreto. La vita di chi svolge questo ruolo all’interno del nucleo familiare è l’emblema del benessere “fai-da-te”, in un equilibrio costante tra amore e sacrificio di un’umanità troppo spesso abbandonata.

Le sfide quotidiane

Il peso che grava sulle spalle di chi assiste è fisico, ma soprattutto psicologico. A incidere è l’isolamento sociale (dovendo rinunciare alla propria vita di relazioni, ai propri svaghi e talvolta anche al lavoro per garantire la propria presenza costante), il carico emotivo (dover gestire il declino fisico o cognitivo di chi si cura comporta uno stress costante), la fatica fisica (sollevare, medicare, assistere la notte, intervenire nelle emergenze mediche) e la burocrazia (districarsi tra permessi, sussidi, liste d’attesa sanitarie è un ulteriore lavoro).

Il caregiver in Italia

In Italia il numero dei caregiver è impressionante e riflette quante famiglie siano gravate da un sistema sociale che poggia quasi interamente sul loro sacrificio. I dati ISTAT sul caregiving familiare stimano in circa otto milioni le persone che assistono un parente almeno una volta alla settimana, mentre l’ultimo rapporto complessivo rileva oltre 12 milioni di caregiver totali, pari a circa il 25% della popolazione adulta. Di questi, oltre il 70% sono donne, definite la “generazione sandwich”, schiacciate tra la cura dei figli e quella dei genitori. La fascia più colpita è quella tra i 45 e i 65 anni, ma circa il 17% ha meno di 35 anni (i cosiddetti young caregivers). Circa il 30% dedica più di 20 ore a settimana all’assistenza e circa il 60% ha dovuto modificare o abbandonare la propria attività lavorativa per prestare cura.

Eleonora Picariello

Gli unici elementi ancora in superficie a testimoniare la figura femminile sono il palmo della mano destra e parte del viso, anch’essi sul punto di essere inghiottiti dall’acqua come il resto del corpo. L’opera evoca la durata transitoria della perdita di coscienza, istanti in cui il corpo “perde” la propria solidità nel mondo. L’introspezione psicofisica dell’abbandono, resa dall’immersione nel liquido, si dilata nel racconto di un graduale svanire. Chi osserva si trova direttamente a confronto con l’immagine di uno svenimento come morte apparente: uno stato su cui al momento non è possibile intervenire, e di fronte al quale non rimane che una straziante condivisione del dolore, nel suo definitivo isolamento. Nella narrazione l’acqua diviene soglia, luogo e metafora di chi assiste, costantemente in bilico tra l’attesa del trauma e la necessità di mantenere il controllo.

Il lavoro illustra una patologia. L’artista si è mossa nel desiderio di connessione tra chi osserva e chi, di riflesso, vive quel dramma: un’indagine sul limine tra malattia e cura, tra presenza e assenza. La scena anticipa la crisi epilettica e lascia immaginare gli istanti che la seguiranno. La “ragazza che perde i sensi” rappresenta l’intera umanità, colta nella transizione dalla lucidità alla totale perdita del controllo di sé. Di fronte all’opera diveniamo tutte e tutti testimoni di un accadimento traumatico, inarrestabile e inevitabile, a cui assistiamo impotenti, nell’impossibilità di intervenire e mutarne il destino. Il termine aura è riferito all’epilessia, in particolare a quella focale – la tipologia più diffusa – nella quale il cortocircuito elettrico si limita a una sola regione del cervello. Si tratta della fase iniziale delle crisi, caratterizzata da particolari manifestazioni soggettive che solo la persona colpita percepisce. Questi segnali, invisibili all’esterno, la avvisano dell’imminente inizio del trauma. È quello il momento: un passaggio impercettibile dall’esterno ma che nel suo manifestarsi travolge chi soffre in uno stato di totale disorientamento, anticipando la frattura con il reale.

Eleonora Picariello, Le origini della cura, 2026, tecnica mista su tela, Al.100 x La. 100 cm.

Novità legislative

Il dibattito pubblico sta evidenziando quanto sia urgente e necessario, in tale situazione, attivare tutele legali e previdenziali che riconoscano il valore di questo fondamentale servizio, garantendo un adeguato supporto psicologico, giuridico ed economico. Nel gennaio 2026, il Consiglio dei Ministri ha approvato un nuovo disegno di legge per dare dignità giuridica a questo ruolo. L’obiettivo è trasformare il “volontariato per necessità” in un soggetto legalmente riconosciuto, grazie alla creazione di strutture che permettano di conciliare vita e lavoro. In Italia il valore economico del lavoro svolto gratuitamente dai caregiver è stato stimato in decine di miliardi di euro ogni anno; questo significa che senza di loro, il Sistema Sanitario Nazionale non potrebbe sostenersi.

La malattia del caregiver: il burnout

Per prendersi cura di una persona, è necessario prima essere in grado di stare bene. Accade a molti caregiver di iniziare a trascurare sé stessi, fino ad annullarsi per doversi prendere cura dell’altra o dell’altro, andando incontro a uno scompenso psicofisico. La sindrome del burnout si manifesta con sensazioni di iper-responsabilità, tristezza, impotenza, rabbia e sensi di colpa. I sintomi principali sono l’affaticamento, la difficoltà di concentrazione, l’ansia, i disturbi psicosomatici, l’indebolimento delle difese immunitarie, la ridotta cura del proprio stato di salute, l’isolamento sociale e la depressione. Non si può aver cura degli altri se non si ha cura di sé stessi. Il caregiver che si annulla non sta più curando, si sta consumando: nello sforzo di proteggere la salute di chi gli sta a cuore, finisce per esaurire la propria. Esiste una letteratura medica specifica su questo fenomeno definito “Malattia del Caregiver” o Caregiver Burden (il carico del caregiver).

Maria Pogorzhelskaya

Con quest’opera, l’artista desidera esplorare la fragilità e la vulnerabilità dei desideri e delle aspettative umane, ma anche la persistenza delle aspirazioni, l’apertura verso possibili nuove sfide della vita e l’opportunità di ridefinire sé stessi proprio all’interno dei percorsi più difficili dell’esistenza. Una maschera dal colore turchese narra di un’esperienza accessibile solo a quelle donne che potranno permettersi di viverla, poiché economicamente in grado di sostenerla e consapevoli di dove poter acquistare il prodotto; essa rimarrà invece preclusa alle donne che non saranno in grado di procurarselo o non avranno la disponibilità finanziaria per l’acquisto. L’instabile equilibrio delle esperienze quotidiane, segnato dall’insicurezza, è rappresentato da questa donna per tutte le donne e per tutta l’umanità.

Maria Pogorzhelskaya, Turchese mask, 2014, olio su tela, Al. 18 x La. 24 cm.

Il corpo e la mente di chi assiste sono sottoposti a uno stress continuo che altera i normali processi biologici.

Le cause principali sono tre:

  • L’iper-cortisolemia: lo stress costante mantiene alti i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) che nel tempo indebolisce il sistema immunitario.
  • La privazione del sonno: le interruzioni notturne frequenti, impediscono il corretto recupero psicofisico.
  • La trascuratezza di sé: la tendenza a evitare le proprie visite mediche e a mangiare in modo sregolato.

Le patologie più frequenti di chi assiste includono:

  • Disturbi psicosomatici, depressione e ansia: colpiscono tra il 40% e il 70% delle/dei caregiver.
  • La sindrome di burnout: un esaurimento emotivo profondo che porta a distacco, irritabilità e senso di fallimento.
  • L’insonnia cronica: la difficoltà a prendere sonno anche quando l’assistito riposa, causata da uno stato di ipervigilanza costante.

I caregiver sviluppano patologie fisiche significative, tra cui:

  • Disturbi muscolo-scheletrici: mal di schiena cronico, ernie e dolori articolari dovuti al sollevamento e allo spostamento del corpo di chi assistono.
  • Malattie cardiovascolari: l’ipertensione arteriosa è molto comune, alimentata della tensione emotiva perenne.
  • L’indebolimento immunitario: i tempi di guarigione da influenze, infezioni o ferite diventano visibilmente più lunghi. È fondamentale saper riconoscere i segnali di allarme prima che diventino patologie croniche:
  • Stanchezza costante
  • Perdita di interesse per le attività quotidiane
  • Rabbia sproporzionata, spesso seguita da forti sensi di colpa
  • Difficoltà di concentrazione e frequenti vuoti di memoria.

Sebastiano Sofia

«Questo autoritratto nasce dall’esperienza della stomia, un evento che ha trasformato radicalmente il mio rapporto con il corpo. Per mesi, prendersi cura di me ha significato compiere ogni giorno gesti semplici, ma essenziali: pulire, medicare, osservare, accettare. Un rituale fatto di fragilità, pazienza e ascolto. La cura, però, non è stata solo un atto fisico. È stata anche un esercizio mentale ed emotivo: imparare ad abitare un corpo cambiato, affrontare la paura, la vergogna e l’incertezza. In questo percorso non sono stato solo. La presenza delle persone che mi sono state accanto – medici, infermieri, familiari e amici – mi ha ricordato che prendersi cura è sempre una relazione, un gesto condiviso. Questo dipinto nasce da quell’esperienza: non racconta soltanto una ferita, ma la possibilità di ritrovare una forma di tenerezza verso il proprio corpo, anche quando sembra diventato estraneo.» (Sebastiano Sofia)

Sebastiano Sofia, Self-portrait with stoma, 2026, olio su tela, Al. 100 x La. 60 cm.

Prendersi cura di chi si prende cura

Per sostenere la fatica delle e dei caregiver, è consigliabile adottare alcune strategie pratiche:

  • Pianificare il sollievo: delegare l’assistenza anche solo per poche ore alla settimana a professionisti del settore o ad altri familiari.
  • Cercare conforto: confrontarsi con chi vive la stessa situazione per ridurre il senso di isolamento.
  • Condividere laboratori culturali: partecipare a laboratori ed esperienze a contatto con l’arte e la cultura per facilitare il rilassamento e la rigenerazione mentale.

Taisiya Korotkova

Uno degli orientamenti della robotica per la cura è la creazione di una compagna o un compagno in grado di fare compagnia alle persone sole o anziane fornendo loro assistenza medica, supporto psicologico e stabilendo conversazioni di loro interesse. Il dipinto ritrae Grace, il robot assistente infermieristico leader nel mondo, progettato per supportare e avere cura non solo degli anziani accolti in una Residenza Sanitaria Assistenziale, ma anche in una qualsiasi struttura medica o a domicilio. L’opera fa parte della serie intitolata Museo della Scienza e della Tecnologia. L’artista nel processo di ritrarre un robot umanoide, si pone molte domande, tra le quali: «Che cosa stiamo guardando, un ritratto o una natura morta? Qual è il nostro rapporto con l’intelligenza artificiale incarnata in forma umana? Percepiamo il robot come una persona?»

Questi interrogativi, già sollevati in passato da Isaac Asimov, rimangono ancora aperti, proprio nel momento in cui l’umanità sperimenta un’interazione quotidiana con l’IA. La tecnologia e la sua costante evoluzione sono parte integrante della nostra vita. La vera incognita risiede nel modo in cui l’essere umano deciderà di utilizzare tali opportunità. Questo è il dilemma centrale rispetto all’uso dell’IA.

Taisia Korotkova, Grace, 2022, tempera all’uovo su fondo gessato, Al. 40 x La. 35 cm.

Grace il robot caregiver

Dal 2021 esiste un robot caregiver creato con l’intelligenza artificiale e la robotica assistenziale. Il suo nome è Grace ed è un androide umanoide progettato specificamente per il settore sanitario e l’assistenza agli anziani o alle persone in isolamento. Il suo obiettivo principale è supportare il benessere psicofisico dei pazienti, offrendo compagnia e stimolazione sociale per combattere la solitudine. Con le sembianze di un’infermiera, tratti del viso molto realistici e una spiccata espressività, è programmata per replicare le espressioni facciali umane per facilitare l’empatia e la fiducia nei pazienti. Grazie all’intelligenza artificiale, Grace è in grado di sostenere conversazioni, guidare esercizi di lettura e condurre sessioni di talk therapy (terapia della parola).

Parla fluentemente diverse lingue ed è dotata di sensori avanzati, tra cui una termocamera posizionata sul petto che le permette di misurare la temperatura corporea, il battito cardiaco e altri parametri vitali. Questo sistema aiuta il personale sanitario nella raccolta dei dati e nella diagnosi rapida. L’idea alla base di Grace non è quella di sostituire completamente i caregiver umani, ma di alleggerire il loro carico di lavoro occupandosi dell’intrattenimento, del supporto emotivo e dello screening iniziale dei pazienti.

I gesti luminosi di chi cura

L’elevato valore del lavoro svolto dalla Dott.ssa Rebecca Russo, utilizzando le opere della propria collezione e la personale strategia, offre a chi soffre una straordinaria modalità di autoregolazione emotiva. Questa pratica influisce positivamente sulla vita individuale e sociale, ponendosi come un elemento cruciale per il benessere generale. L’arte si è dimostrata efficace nel favorire il recupero psicologico in situazioni di crisi; non solo nel dolore, ma anche in uno stato di estrema debolezza che assale d’improvviso in un mondo infuocato dalla violenza e dalla sofferenza, capaci di abbattersi sull’umanità come l’oscurità. Le opere d’arte sanno porsi accanto a chi si prende cura anche degli incurabili, andando oltre ciò che è utile o giusto. Esse offrono un sostegno quando la vita si accanisce crudelmente su un corpo, supportando chi accudisce coloro che non potranno mai ringraziare. Il caregiver, dedicandosi fino alla fine a chi si è perduto, compiendo atti a volte apparentemente inutili, ha un impeto morale superiore nel donare i propri gesti luminosi. Cosa è più vertiginoso?

Immagine in evidenza: Selena Leardini, Nero, 2026 olio su tela, Al. 70 x 60 cm.

«Quest’opera si presenta come una riflessione intima e profonda sul tema della cura. Non racconta un’azione esplicita, ma ne evoca l’essenza attraverso il simbolo centrale: la cuffia intrecciata. La lana lavorata a mano diventa metafora del gesto lento, ripetuto e paziente del #prendersicura# Ogni filo che si incrocia richiama il tempo dedicato all’altro, la continuità silenziosa di un impegno che spesso resta invisibile. È un fare quotidiano che non cerca spettacolarità, ma costruisce protezione, calore e presenza. La cura qui non è solo fisica, ma anche mentale ed emotiva. Così come la cuffia avvolge e protegge, allo stesso modo il caregiver si prende carico non solo del corpo, ma anche della fragilità interiore, propria e altrui. L’intreccio diventa allora relazione: un legame che sostiene, che contiene, che ci tiene assieme. Il contrasto con lo sfondo nero amplifica questo significato. Il buio può essere letto come lo spazio della solitudine, della fatica, del non riconoscimento. È il contesto in cui spesso si muove chi si prende cura: un luogo spesso privato, dove il valore del gesto non è sempre visto. Eppure, proprio in questo nero, i colori emergono con forza. Sono segni di vita, di umanità che persistono nonostante tutto. L’opera costruisce così un discorso sulla cura come atto lento e continuo, capace di generare senso anche nel vuoto, e invita a soffermarsi su ciò che, pur restando spesso nascosto, tiene insieme.» (Selena Leardini)

La pubblicazione delle immagini di questo articolo scritto per ReWriters, la testata giornalistica digitale di advocacy sulla sostenibilità sociale fondata da Eugenia Romanelli, è stata autorizzata dalla Dott.ssa Rebecca Russo.

Caregiver. La cura come urgenza, dedizione e visione nell’Arte contemporanea.

Fino al 29 agosto 2026
A cura di Rebecca Russo
Promossa da Videoinsight® Foundation – ETS
Magazzini dell’Arte Contemporanea – Via Custonaci 5 – 91100 Trapani (TP)

Giorni e orari di apertura
Da lunedì a venerdì
Mattino: 10:30 – 13:00
Pomeriggio: su appuntamento
Per informazioni: + 39 349 73 77 279

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