Ascolta questo articolo dalla voce dell’autrice, Barbara Lalle

Ci sono spettacoli che finiscono quando si spengono le luci e altri che, invece, continuano a lavorare dentro di noi anche quando siamo già fuori dal teatro. La colonia. Utopia in un atto, l’esito finale del laboratorio condotto da Elvira Frosini e Daniele Timpano con le attrici e gli attori del Corso di Perfezionamento del Teatro di Roma, appartiene alla seconda categoria.

L’ho visto al Teatro India il 30 settembre, in data unica, e quello che mi è rimasto più impresso, prima ancora delle parole, sono stati i corpi: tredici attori che entrano in scena rotolando, quasi trascinati dalle onde, come se fossero appena sopravvissuti a un naufragio e che poi escono nello stesso modo. È un’immagine che ritorna e che finisce per diventare la chiave di lettura dello spettacolo: dopo un grande urto, dopo essere stati sbattuti dalle onde, forse non possiamo semplicemente tornare dove eravamo prima. Veniamo depositati altrove e da lì, volenti o nolenti, dobbiamo ricominciare.

La colonia (photo Piero Tauro)

“Colonia” di Pierre de Marivaux

È esattamente quello che accade nella Colonia di Pierre de Marivaux, commedia utopica in un atto scritta nel 1750 e ambientata su un’isola deserta all’indomani di un naufragio. Solo che a voler ricominciare da capo sono soprattutto le donne che decidono di non accettare più il posto che è stato assegnato loro nella società.

E qui la cosa interessante è che non chiedono semplicemente di avere “la metà della mela”, per usare una metafora contemporanea: vogliono entrare nella metà pubblica della vita, quella dalla quale sono state escluse. Vogliono partecipare alle assemblee, avere diritto di voto, accedere all’istruzione, assumere ruoli di governo, mettere in discussione il matrimonio e ottenere gli stessi diritti politici e giuridici degli uomini.

La colonia (photo Piero Tauro)

Siamo nel 1750.

E forse è proprio questa distanza temporale a rendere il testo ancora più sorprendente. Perché Marivaux non sta semplicemente raccontando una rivolta femminile: sta costruendo un laboratorio teatrale nel quale immaginare che una comunità possa essere rifondata dalle fondamenta.

Frosini/Timpano prendono questo materiale e lo fanno vivere senza trasformarlo in una ricostruzione settecentesca. Non c’è una vera scenografia: ci sono i corpi, lo spazio, gli oggetti minimi, i costumi contemporanei attraversati da qualche pizzo e qualche ruches che richiamano il Settecento senza riprodurlo. L’isola resta così un luogo quasi mentale, uno spazio che si apre dopo che tutto ciò che conoscevamo è stato spazzato via.

La colonia (photo Piero Tauro)

E anche per questo il naufragio diventa qualcosa di più di un espediente narrativo.

È come se ci dicessero: immaginiamo di essere arrivati qui dopo che il vecchio mondo è finito. Cosa facciamo adesso?

Naturalmente le cose non sono così semplici. Anche all’interno del gruppo delle donne emergono differenze di classe, di posizione, di interessi e la solidarietà non è affatto automatica. Cambiare il sistema non significa necessariamente sapere come costruirne uno nuovo e avere una causa comune non significa essere tutte uguali.

Anche gli uomini, però, non sono un blocco unico. Alcuni comprendono, alcuni collaborano, alcuni si avvicinano alla causa delle donne, fino a delineare una figura di “uomo nuovo” o almeno di uomo disposto a mettere in discussione il proprio posto all’interno di un ordine che sembrava naturale.

E poi ci sono i “selvaggi”, evocati come minaccia, come paura capace di ricompattare le persone e riportarle dentro vecchi sistemi di protezione e di potere. Anche questo elemento mi è sembrato particolarmente interessante: la paura come strumento politico, capace di farci rinunciare alla libertà appena conquistata pur di sentirci nuovamente al sicuro.

In scena, però, non c’è nessuna pesantezza didascalica. La scrittura di Marivaux conserva la sua leggerezza, la sua galanteria, il suo paradosso e il lavoro degli interpreti riesce a far emergere proprio questa dimensione ironica. C’è una bella coralità, un uso molto preciso dello spazio e una qualità fisica che probabilmente è anche il risultato delle due settimane di lavoro intensivo del laboratorio.

Alcuni momenti sembrano già compiuti, altri fanno intuire quanto potrebbe ancora crescere questo lavoro se avesse la possibilità di essere ripreso. E forse è proprio una delle caratteristiche più interessanti di un esito di laboratorio: non mostra soltanto ciò che è stato raggiunto, ma lascia intravedere ciò che potrebbe ancora diventare.

Mi è piaciuta molto anche la presenza dell’unico interprete che si distingue nettamente dal gruppo per il costume: mentre gli altri indossano abiti che richiamano, con discrezione, l’universo settecentesco, lui porta un abito contemporaneo con tanto di papillon. È come se fosse già un po’ fuori dalla colonia o forse già un po’ dentro il nostro tempo. Anche il linguaggio e il modo di stare in scena accentuano questa distanza: è quello che più frequentemente rompe la separazione tra palco e platea, coinvolgendo direttamente il pubblico. La sua bella voce e la sua vis comica costruiscono una serie di piccole ricorrenze, battute e gag che fanno respirare il testo senza sottrargli nulla della sua profondità. La sua presenza diventa così quasi un altro livello della narrazione, un punto di passaggio tra il mondo di Marivaux e quello degli spettatori di oggi.

Accanto a lui, mi ha colpito la figura della nobildonna che decide di schierarsi con le altre donne, perché porta dentro la rivolta una questione meno evidente ma fondamentale: quella delle differenze sociali. Non basta infatti contrapporre uomini e donne per costruire una società nuova; bisogna anche chiedersi quali donne avranno davvero accesso a quel nuovo potere e se una rivoluzione possa dirsi compiuta quando le disuguaglianze continuano a esistere all’interno dello stesso gruppo che pretende di cambiare il mondo.

La cosa che mi interessa, alla fine, è proprio questa: La colonia non ci mostra una società utopica già realizzata. Ci mostra il momento in cui qualcuno prova a immaginarla.

E l’utopia, forse, serve esattamente a questo: non tanto a descrivere il mondo perfetto nel quale vorremmo vivere, quanto a darci il permesso di immaginare che quello esistente non sia l’unico possibile.

Ed è qui che arriva la mia vera call to action, visto che lo spettacolo è già finito e quindi non posso certo dirvi “andate a vederlo”. Ma siccome questo è Reverie, cioè il mio spazio per le fantasticherie, vi propongo di continuare la fantasticheria direttamente sulla pagina: andate a leggere La colonia.

Non soltanto perché è il testo da cui è partito questo laboratorio, ma perché fa parte di un piccolo e sorprendente trittico di utopie teatrali di Marivaux: L’isola degli schiavi, L’isola della ragione e La colonia, raccolte in italiano nel volume Marivaux, Teatro III, a cura di Paola Ranzini, pubblicato da Cue Press.

Tre isole, tre esperimenti di società, tre occasioni per fare quello che l’utopia ha sempre fatto meglio: inventare un luogo che non esiste per poter guardare con occhi diversi quello in cui viviamo.

La colonia (photo Piero Tauro)

Dopo aver visto tredici corpi arrivare sulla scena come naufraghi e provare a ricominciare da capo, vale la pena tornare al testo e domandarsi che cosa accadrebbe davvero se, dopo il naufragio, avessimo la possibilità di riscrivere le regole. Anche solo per fantasticheria.

D’altra parte, se volevamo una commedia sull’organizzazione delle donne per cambiare l’ordine del mondo, potevamo aspettarcela dai Greci: da Aristofane, naturalmente, con Lisistrata e Le donne al Parlamento. Poi arrivano i Francesi, altro popolo libero e intelligente, e ci mettono un’isola, un naufragio, la galanteria settecentesca, il diritto di voto e una rivoluzione femminile.

Per riuscire, nel 2026, a metterci dentro pure qualche musichetta, un pizzico di cultura pop e abbastanza ironia da farci ridere mentre pensiamo a cose tutt’altro che leggere… beh, per questo ci volevano proprio Frosini/Timpano.

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